1 Dic 2022

C’è speranza per Assange? – #629

Dopo la dichiarazione di Lula che ne ha chiesto la scarcerazione, ieri è arrivato anche l’appello contro l’espatrio di Julian Assange da alcuni dei più grandi giornali internazionali, dal New York Times, al Guardian, a Le Monde. Parliamo anche di un report sulla decarbonizzazione delle più grandi economie mondiali e di come la siccità sta distruggendo le coltivazioni di alberi di Natale in Casentino.

ASSANGE, ARRIVA L’APPOGGIO DELLE GRANDI TESTATE GLOBALI

Ieri raccontavamo di come il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva si sia schierato apertamente a fianco di Julian Assange, chiedendone la scarcerazione. Nella giornata di ieri è arrivata anche un’altra notizia molto importante che riguarda il fondatore di Wikileaks. Ve la racconto leggendovi un pezzo di Vincenzo Vita sul manifesto. “Forse siamo di fronte ad una svolta decisiva. Gli editori e la redazione di New York Times, Guardian, Le Monde, Der Spiegel, El Pais hanno scritto un appello assai importante sul caso del fondatore di WikiLeaks «…è tempo che il governo degli Stati uniti ponga fine alla causa contro Julian Assange per aver pubblicato segreti di stato…»”.

Si tratta di una pagina rilevantissima della sequenza che iniziò nel 2010, quando i cinque giornali internazionali (un network cui parteciparono gli italiani Espresso e la Repubblica nel periodo in cui sulle testate scriveva Stefania Maurizi, autrice del recente volume Il potere segreto) pubblicarono molte rivelazioni nate dal lavoro del gruppo diretto dal giornalista australiano. Com’è noto, le notizie riguardavano i misfatti delle guerre in Iraq e in Afghanistan, nonché una serie di 251.000 messaggi riservati del dipartimento di Stato Usa. Il cosiddetto Cablegate svelava brutture e arcani indicibili, ivi comprese gesta italiane non commendevoli.

I GIORNALI in questione, pur blasonati e interni alle élite internazionali, abbassarono la testa già nel 2011, quando le onde cominciarono ad incresparsi. E Assange fu lasciato solo, salvo l’impegno della citata Maurizi e di pochi altri. Secondo le logiche spietate della repressione, la mannaia non tardò a calare sulla testa di un perfetto capro espiatorio, del nemico pubblico costruito a tavolino.

Ora i quotidiani fanno un’autocritica operosa, chiedendo alla all’amministrazione Biden di non incriminare Assange, come decise Obama per non vessare i principali organi di stampa coinvolti. In realtà, è una versione alquanto edulcorata della storia, perché i guai giudiziari cominciarono proprio in quella stagione, ancorché fosse poi l’età di Trump a precipitare verso la coercizione, per procura: grazie ai servigi della Svezia con le accuse di violenza sessuale poi ritrattate, e in virtù dell’azione poliziesca della fida Gran Bretagna. Proprio a Londra avvenne l’arresto il 12 aprile del 2019.

L’articolo si conclude con una serie di interrogativi: Biden ascolterà l’appello di alcune delle più influenti testate del mondo? E la Repubblica, che faceva parte di quel network, si unirà a questo appello?

Stiamo a vedere, mi sembra una cosa importante, che forse doveva accadere già fin dal principio, nel senso che se i giornali non difendono Assange

CINA, USA, INDIA E UE ACCELERANO SU TRANSIZIONE

Torniamo brevemente a Cop27 per parlare di un rapporto presentato in quei giorni e passato un po’ inosservato nel delirio che ha caratterizzato le negoziazioni egiziane. Si tratta di un rapporto del centro studi Energy and Climate Intelligence Unit (Eciu) che sostiene, in breve, che “I quattro maggiori emettitori mondiali di gas serra (Cina, Stati Uniti, Unione Europea e India) stanno accelerando più del previsto la loro transizione ecologica, spinti dalla crisi energetica e da poderosi investimenti di governi e di privati verso fonti rinnovabili, veicoli elettrici e riscaldamento a basse emissioni.

Questo dovrebbe permettere almeno ai primi tre di rispettare i loro impegni di riduzione delle emissioni presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi, e quindi rendere meno difficile del previsto mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. 

Il rapporto di Eciu rivela che la Cina quest’anno installerà 165 gigawatt di nuova potenza rinnovabile, il 25% in più dell’anno scorso: le vendite di auto elettriche nel paese raddoppieranno rispetto al 2021, arrivando a 6 milioni di nuovi veicoli. Gli Stati Uniti nel 2022 saranno secondi solo alla Cina per installazione di nuove fonti solari e fotovoltaiche: le stime prevedono che nel 2030 le fonti pulite genereranno l’85% dell’elettricità nel paese, e le auto elettriche saranno la metà delle nuove auto vendute. 

Nell’Unione europea l’esigenza di sostituire il gas russo porterà ad una forte accelerazione della transizione ecologica. L’India in questo decennio svilupperà in modo consistente il settore delle rinnovabili, in particolare il solare, mentre il carbone diventerà sempre meno profittevole nel paese: la diffusione di auto elettriche e riscaldamento a basse emissioni permetterà all’India di raggiungere il suo obiettivo di zero emissioni nette al 2070”. 

Insomma, queste stime sono abbastanza rincuoranti. Detto ciò, non so come abbiano fatto i conti ma sono piuttosto sicuro che siano insufficienti per mantenere la media delle temperature globali entro il grado e mezzo di riscaldamento, ma accontentiamoci.

CASENTINO, LA SICCITA’ ROVINERA’ I PROSSIMI NATALI?

Avete presente il Grinch, quell’animaletto verde che nella cultura americana prova ogni volta a rovinare il Natale? Ecco, pare che il vero Grinch sarà la siccità, nei prossimi anni. Il perché lo spiega un articolo del Post che fra l’aktro riguarda una zona a noi molto cara – a noi di ICC intendo – il Casentino. Leggo: “Nel Casentino, una zona collinare in provincia di Arezzo, in Toscana, molti agricoltori che coltivano abeti destinati a diventare alberi di Natale dicono che la siccità e il gran caldo dell’estate hanno compromesso la produzione dei prossimi anni. Dall’inverno dell’anno prossimo ci saranno molti meno abeti coltivati in Italia perché negli ultimi mesi ne sono seccati a migliaia. «Si sono proprio bruciati», dice Gabriele Bani, titolare di un’azienda agricola nel comune di Castel San Niccolò. Questa è una delle zone dove se ne coltivano di più in Italia, almeno per ora.

La produzione di alberi di Natale sulle colline di Montemignaio, Castel San Niccolò, Pratovecchio e Stia esiste da almeno 70 anni. Non c’è una particolare ragione climatica o legata alla qualità del terreno a spiegare la predisposizione di questo territorio: semplicemente tra gli anni Cinquanta e Sessanta un gruppo di agricoltori iniziò a sfruttare in questo modo terreni non più utilizzati per le coltivazioni di cereali e foraggi e non più remunerative.

La coltivazione degli abeti – spiega l’articolo – è relativamente semplice: i semi vengono piantati e lasciati nel terreno per circa due anni. Successivamente si trapiantano le piantine, distanziate l’una dall’altra. Crescono ancora per due anni e al quarto anno vengono trapiantate di nuovo. Nei cinque anni successivi, quindi dieci anni dopo aver piantato il seme, raggiungono un’altezza di circa 180 centimetri. Ovviamente il tempo è ridotto per gli esemplari più piccoli: solitamente il ciclo di produzione si conclude al sesto anno.

Gli alberi in vendita per il Natale imminente non hanno avuto grossi problemi, perché essendo piante già cresciute hanno sofferto meno: la siccità ha messo però a rischio la produzione dei prossimi dieci anni. Marco Roselli di Coldiretti Arezzo ha detto che le piante chiamate di “nuovo trapianto”, cioè piantate tra l’autunno del 2021 e marzo 2022 si sono disseccate quasi totalmente, così come quelle giovani, piantate due o tre anni fa. «Si tratta di almeno 100mila piante», ha detto. Per gli abeti più grandi è difficile fare una stima dei danni perché hanno continuato a seccarsi anche durante l’autunno, particolarmente caldo. Secondo Roselli, il danno complessivo potrebbe essere di un milione di euro.

Detto ciò, c’è il tema più grosso di quanto sia sostenibile l’albero di Natale in sé. Domanda a cui non è facile rispondere. Perché da un lato l’idea di prendere un albero vivo per poi quasi sempre lasciarlo morire non è un granché, dall’altro va detto che la maggior parte degli alberi sono piantati e coltivati appositamente per essere venduti e sono coltivati in particolare in zone montane e collinari, dove, nella situazione attuale, contribuiscono a migliorare l’assetto idrogeologico delle colline e allo stesso tempo aiutano a combattere il pericolo di frane e incendi.

FONTI E ARTICOLI:

#Assange
il manifesto – Julian Assange non è più solo. I media contro l’estradizione

#emissioni
Ansa – Cop27: Cina, Usa, Ue e India accelerano su transizione

#alberi di Natale
il Post – Ci sono brutte prospettive per gli alberi di Natale

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