6 Giu 2022

Cosa sappiamo della strage in una chiesa in Nigeria – #534

C’è stata una strage in una chiesa in Nigeria, che ha a che fare con le risorse, la crisi climatica e la sovrappopolazione. E che ci dice molto sul nostro modo occidentale di vedere il mondo. Parliamo anche dell’aumento del prezzo del grano e di altri beni primari che sta generando caos, instabilità e repressione in varie parti del globo, dall’Iran al Nicaragua.

NIGERIA, STRAGE IN UNA CHIESA

Ieri mattina alcuni uomini armati hanno fatto irruzione dentro una chiesa cattolica nel sudovest della Nigeria, nello stato di Ondo, e hanno aperto il fuoco contro i fedeli. Secondo il quotidiano di Lagos, The Nation Newspaper, riportato a sua volta dal Fatto Quotidiano, sono almeno 50 le vittime, tra cui anche donne e bambini e diversi i feriti, alcuni dei quali trasportati in ospedale in gravissime condizioni. .

“Stavamo per concludere la funzione. Avevo persino chiesto alle persone di iniziare ad andarsene, è in quel momento che abbiamo iniziato a sentire gli spari provenire da diverse parti”, ha raccontato Padre Andrew Abayomi sotto shock, parlando con la Bbc. “Ci siamo nascosti all’interno della chiesa, alcune persone se n’erano andate quando è avvenuto l’attacco”. “Ci siamo chiusi in chiesa per 20 minuti. Quando abbiamo capito che se ne erano andati, abbiamo aperto la chiesa e portato le vittime in ospedale”, ha concluso.

Le motivazioni della strage sono ancora incerte. L’attacco non è stato rivendicato, ma la pista più probabile sembra quella dei pastori fulani, un’etnia nomade dell’Africa occidentale di religione islamica dedita alla pastorizia e al commercio che, spiega il Messaggero, conta complessivamente fra i 6 e i 19 milioni di persone ed è spesso in lotta sanguinosa con le popolazioni locali, soprattutto cristiane.

I pastori fulani, insieme al gruppo islamico terrorista Boko Haram, sono uno dei maggiori problemi di sicurezza della Nigeria. Ma solo in tempi relativamente recenti. Per decenni, infatti, mandriani e agricoltori hanno convissuto in pace. Poi a partire dagli anni Sessanta è emerso l’attrito e il governo nigeriano ha cercato di introdurre una legislazione per garantire percorsi di transumanza che rispettassero le coltivazioni. 

“Negli ultimi anni – scrive ancora il messaggero – la situazione è stata aggravata dai cambiamenti climatici e dalla riduzione delle terre da pascolo che spingono i pastori Fulani a spostarsi in zone nuove e a entrare in conflitto con chi vi abita. In questo caso si tratta degli Yoruba, la comunità etnica e linguistica, cristiana predominante nel sud-ovest della Nigeria.

Il fatto che si tratti di una comunità cristiana potrebbe aver giocato un peso nella strage, visto che c’è anche una connotazione religiosa in questa escalation di violenza: tra le vittime principali degli attacchi dei pastori ci sono soprattutto le aree sono a maggioranza cristiana. In questo frangente l’assalto alla chiesa di Saint Francis sarebbe diretto contro il governatore Akeredolu per il suo “rigoroso rispetto della legge sul pascolo aperto”. Metteteci anche che in generale la Nigeria ha già oltre 190 milioni di abitanti ed è in fortissima crescita demografica, il che inasprisce la competizione per le risorse. 

Ora, come al solito qualche considerazione. La prima è che nuovamente vediamo una dinamica tipica e drammaticamente sempre più ricorrente: la crisi climatica riduce l’offerta di risorse, la sovrappopolazione ne aumenta la domanda, l’assenza di sistemi di governance collaborativi fa sì che valga la legge del più forte e la competizione diventi violenza e guerra. 

La seconda è che come al solito le stragi che avvengono nella parte Sud del mondo fanno meno notizia. Il paragone con la recentissima strage nella scuola Usa viene spontaneo e al di là delle differenze nelle motivazioni, viene da chiedersi come mai i media, ma anche noi per primi, tendiamo a considerare i due fatti in maniera leggermente diversa. Come se una strage che avviene in un paese africano fosse in qualche misura più normale. Io stesso ho avuto una reazione diversa nell’apprendere le due notizie. 

La motivazione razionale che mi sono dato è che gli Usa ambiscono ad esportare nel mondo il loro modello culturale e quindi siamo più pronti a criticare quello che non va nella loro società. Ma credo ci sia dell’altro, probabilmente un senso di vicinanza culturale che proviamo con altri paesi occidentali e “sviluppati”, che invece non proviamo verso paesi del Sud del mondo. Una cosa che succede negli Usa ci colpisce, forse, perché pensiamo che potrebbe succede anche a noi. Una in Nigeria no. Ma la biologia degli esseri umani è la stessa e forse più che di diversità culturale si tratta di diversità nell’accesso alle risorse. Non sono così convinto che in assenza di cibo per tutti le nostre reazioni di occidentali sviluppati sarebbero tanto migliori. 

COSA SUCCEDE IN IRAN

Lo avevamo previsto settimane fa, e in effetti sta succedendo, in varie parti del mondo. L’aumento del prezzo del grano di altre materie prime essenziali sta portando rivolte e instabilità sociale in varie parti del mondo. In Iran ad esempio, dove, scrive Francesca Gnetti su Internazionale, da inizio maggio ci sono state settimane di forti tensioni. Una mobilitazione contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari si è diffusa in almeno venti città, diversi sindacati hanno proclamato scioperi per ottenere salari migliori e il pagamento di quelli arretrati e la repressione delle autorità ha colpito giornalisti, attivisti, professionisti del settore cinematografico e persone con la doppia nazionalità.

Le proteste sono cominciate all’inizio di maggio, dopo che il governo ha tagliato i sussidi per alcuni beni di prima necessità, come la farina e il grano. Questo, a detta del governo, che aveva annunciato la misura a inizio aprile, per via della “crisi mondiale” provocata dall’invasione russa dell’Ucraina. 

Solo che il fatto di togliere i prezzi calmierati ha causato un’impennata improvvisa dei prezzi di alcuni alimenti essenziali, come riso, pasta, pane, olio, carne e uova. In almeno sette province del paese sono state organizzate manifestazioni che presto hanno assunto una connotazione politica, con critiche rivolte alle autorità religiose, accusate di essere insensibili alle difficoltà della popolazione e di accaparrarsi tutte le ricchezze del paese. 

Alla mobilitazione si sono aggiunte diverse corporazioni, come quella degli insegnanti e degli autisti di autobus, che già da mesi reclamano stipendi più alti. Secondo il Center for human rights in Iran, che ha sede a New York, almeno cinque persone sono morte negli scontri con le forze di sicurezza e decine sono state arrestate.

Ad aumentare ulteriormente le tensioni è successo che il 23 maggio ad Abadan, una città nel sudovest del paese, è crollato un edificio incompiuto di dieci piani, uccidendo 31 persone. Il Metropol, così si chiamava l’edificio, è diventato quindi il simbolo della corruzione del paese, perché è stato costruito senza rispettare le norme, fra presunte tangenti e progetti inesistenti. Tra il 26 e il 28 maggio centinaia di persone sono scese in strada anche ad Abadan. 

Di fronte a queste manifestazioni il governo iraniano sta adottando il pugno duro, arrestando centinaia di persone. In particolare, a farne le spese sembra essere l’industria cinematografica indipendente, che è un’eccellenza in Iran ma spesso mette il dito in paghe scomode che il governo cerca di nascondere. Così il governo sta arrestando decine di registi nelle ultime settimane. 

Insomma, c’è un aria di instabilità e di repressione in Iran. E non solo in Iran, come vedremo fra poco.

NICARAGUA, SCIOLTE QUASI 200 ONG

In Nicaragua, nei giorni scorsi il parlamento, controllato a larghissima maggioranza dal partito del presidente autoritario Daniel Ortega, ha sciolto quasi 200 organizzazioni non governative. Ne parla il Post. Il governo sostiene che non abbiano rispettato il requisito di registrarsi come “agenti stranieri”, classificazione per chi può ricevere fondi dall’estero, ma secondo alcuni attivisti per i diritti umani è un tentativo di Ortega di compromettere l’unità, l’organizzazione e la possibile mobilitazione della società civile contro di lui.

Ortega, che è il leader del movimento di ispirazione marxista Fronte di Liberazione Sandinista (FSLN), non è nuovo a questo genere di misura. Dal 2018, anno in cui c’erano state varie proteste contro il suo governo, il parlamento ne ha sciolte oltre 400.

Inizialmente le organizzazioni sciolte erano politiche e legate soprattutto all’opposizione di Ortega: col passare del tempo, però, sembra che il suo governo abbia deciso di far sciogliere semplicemente qualsiasi organizzazione su cui non esercita il controllo. Tra le organizzazioni sciolte ci sono anche associazioni artistiche, culturali, sportive e scientifiche.

Giusto per ribadire il concetto, le crisi vengono sempre a grappoli. Nei sistemi complessi tutto è profondamente interconnesso. È anche per questo che, come ci ricorda l’effetto Seneca, mentre la crescita delle società è lenta il loro tracollo è improvviso. Perché ogni crisi ne genera e intensifica altre. Così la crisi della pandemia prima e la guerra in Ucraina poi, unite alla crisi climatica, hanno generato enormi problemi nell’approvvigionamento di beni essenziali e un sacco di altre materie prime, che con i ritardi tipici dei sistemi complessi stanno generando problemi che si autoalimentano. Così la crisi alimentare si trasforma in crisi sociale, che a sua volta può trasformarsi in crisi politiche, cambi di regime che possono trasformare lo scacchiere geopolitico e via e via e via.

FONTI E ARTICOLI

#strage Nigeria
Ansa – Nigeria: Attacco in una chiesa, almeno 50 morti
il messaggero – Strage di bambini in Nigeria, accusati i pastori Fulani. Chi sono e cosa vogliono

#Iran
Internazionale – Il pugno di ferro di Teheran

#Nicaragua
il Post – Il parlamento del Nicaragua ha sciolto quasi 200 organizzazioni non governative

#Ucraina
il Post – Nelle città ucraine occupate la “russificazione” va avanti con la violenza

#biodiversità
Rinnovabili.it – Il 44% della Terra dev’essere protetto per frenare la perdita di biodiversità

#trivelle
GreenReport – Dall’Olanda (e Germania?) via libera alle trivellazioni nel Mare del Nord

#salario minimo
il Post – Il parlamento tedesco ha approvato un aumento del salario minimo a 12 euro l’ora

#risorse
Nigrizia – Africa: dopo il grano, ecco l’impennata dei prezzi dell’olio di palma

#Chiesa
euronews – La rivoluzione annunciata di Papa Francesco

#rifiuti
L’Essenziale – Sui rifiuti Roma sbaglia di nuovo

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