30 Mag 2024

L’Ucraina potrà usare le armi NATO per attaccare la Russia? – #941

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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In Europa, così come negli Usa, tiene banco la domanda se sia lecito o no che l’esercito ucraino usi le armi inviate dai paesi NATO per attaccare la Russia e quindi non solo per scopi difensivi. Si tratta di uno degli ultimi tabù bellici che sembra sul punto di cedere, mentre nell’Europarlamento alla vigilia delle elezioni tiene banco lo scandalo MoscaGate. Parliamo anche di pace e invio di armi con Ugo Biggeri, e di elezioni, sia quelle in Sudafrica (dove si è votato ieri) che quelle in India, che termineranno fra pochi giorni.

Torniamo a parlare di Ucraina, di Russia, di Nato, insomma di quella roba là. Perché ci sono diverse novità e devo dire perlopiù non troppo incoraggianti. Vediamole con ordine. Da un lato abbiamo i vertici dell’Alleanza atlantica, la Nato, così come alcuni leader dei paesi membri, che continuano a interrogarsi su quale sia il limite del suo intervento in Ucraina, e ogni volta che si interroga infrange un nuovo tabù e alza un pelino l’asticella. Dall’altro Putin che continua ad avanzare sul campo e a soffiare a sua volta sul fuoco dell’escalation, e in parallelo un’indagine che scuote il Parlamento europeo, legata alle interferenze russe, a pochi giorni dalle elezioni europee. Insomma, un bel po’ di carne al fuoco.

Partiamo dal tema dell’escalation. Gli ultimi tabù rimasti in piedi sono, mi pare, lato russo l’utilizzo di armi nucleari tattiche, lato Nato quello di un intervento diretto delle truppe Nato in Ucraina e il via libera all’utilizzo delle armi dei paesi Nato per scopi offensivi e non solo difensivi.

È su quest’ultimo tema che si è espresso in maniera molto possibilista il Segretario della Nato Jens Stoltenberg, seguito da alcuni leader europei, che ha fatto una sorta di appello affinché le armi che vengono consegnate a Kiev siano autorizzate a colpire anche in territorio russo per rafforzare la controffensiva ucraina. 

Leggo da un articolo di HuffPost a firma di Angela Mauro: “La nuova linea è piombata sulle scrivanie delle cancelliere del Patto Atlantico nel weekend, ma nei contatti con Washington se ne parla da tempo. La diplomazia americana ha già fatto trapelare il proprio assenso al nuovo orizzonte della guerra: permettere che le armi date a Kiev colpiscano anche in Russia, sebbene l’amministrazione Biden resti cauta, per ora, nelle dichiarazioni pubbliche sulla questione. 

Consenso sì, ma senza spingere. In prima linea viene mandato Stoltenberg, che nel giro di poco riesce a convincere diversi Stati membri dell’Ue. “Alcuni paesi Ue fino a poche settimane fa erano contrari a permettere all’Ucraina di usare le armi occidentali per colpire obiettivi militari in Russia – dice l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell al termine del Consiglio difesa di oggi a Bruxelles – ma adesso hanno accettato di modificare questa limitazione”. 

E ieri a Bruxelles è avvenuto un passaggio formale non da poco. “Di fatto, l’Unione Europea ha ufficializzato una sorta di ‘liberalizzazione’ del rapporto tra gli Stati schierati al fianco dell’Ucraina e la modalità d’uso delle armi che vengono inviate a Kiev”. Insomma, è concesso procedere in ordine sparso. 

Alcuni leader europei si sono già espressi favorevolmente, tipo il Presidente francese Macron e, al termine di un incontro bilaterale con lui, anche il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, anche se in maniera più morbida e meno netta, visto che il suo governo, in teoria, è contrario.

Il governo polacco invece ha già praticamente reso ufficiale questa posizione, con il vice ministro della Difesa Cezary Tomczyk che ha dichiarato: “Non ci sono restrizioni sulle armi polacche fornite all’Ucraina”. Stessa posizione anche per quello finlandese. E sia Finlandia (da poco) che Polonia sono due paesi Nato. Anche Svezia e Paesi Bassi sembrerebbero pronti ad accodarsi.

E secondo il Washington Post, notizia di ieri, “Per contrastare l’avanzata della Russia in Ucraina, il presidente Usa Joe Biden sta prendendo in considerazione due nuove contromisure: fra cui appunto revocare i limiti all’uso da parte dell’Ucraina delle armi “a corto raggio” statunitensi per attaccare all’interno della Russia”. Oltre a punire la Cina per aver fornito tecnologia chiave a Mosca. Perché alla fine punire la Cina, nel dubbio, va sempre bene.

Il governo italiano per ora non ha adottato una linea ufficiale, anche immagino per via delle spaccature interne fra Lega e FdI. Altri governi invece si sono mostrati immediatamente contrari alla linea Stoltenberg, come ad esempio quello del Belgio.

In tutto ciò va detto anche che al momento l’invio di armi in Ucraina da parte dei paesi Ue è bloccato per via del veto di Orban, il premier sovranista e piuttosto filoputiniano ungherese. Come fa però Orban a bloccare l’invio di armi da parte di tutti i paesi Ue? Be’, perché è vero che ogni paese decide per sé, ma i soldi  – e questo è un aspetto che forse non è così chiaro – ce li mette l’Europa. Infatti esiste un fondo che si chiama ‘European peace facility’ che rimborsa fino all’ultimo centesimo l’invio del materiale bellico. E al momento Orban sta bloccando sia l’invio delle prossime tre tranche da 1,5 miliardi in totale e anche all’erogazione del nuovo fondo per l’Ucraina, pari a 5 miliardi di euro. 

A tutta questa situazione Putin ha risposto non certo smorzando i toni. Prima ha dato del demente a Stoltenberg, poi ha minacciato: “Vogliono un conflitto globale? Questa escalation può portare a serie conseguenze. Non vediamo alcun desiderio da parte degli Stati Uniti di intraprendere colloqui strategici con la Russia. E cosa faranno gli Stati Uniti se l’escalation avverrà in Europa?”. E ha concluso, in riferimento a un’altra affermazione del gpoverno polacco che dice di star valutando l’invio di truppe polacche in Ucraina: “Se i soldati polacchi andranno a Kiev non torneranno a casa”. 

In tutto ciò, come vi dicevo, si è riacceso lo scandalo Moscagate, ovvero le presunte interferenze russe sulle elezioni europee. Ieri sono stati perquisiti la casa e gli uffici a Bruxelles e Strasburgo di un «collaboratore del Parlamento Europeo», la cui ’identità però non è stata resa nota. 

La vicenda in realtà ha origine circa un mesetto fa, quando è stata resa nota l’indagine della procura di Praga e Bruxelles riguardante un presunto tentativo della Russia di influenzare le elezioni europee di giugno tramite una rete di disinformazione e propaganda, che avrebbe coinvolto alcuni europarlamentari. Secondo la pubblica accusa belga il collaboratore del Parlamento avrebbe avuto un «ruolo importante» nella rete.

Al centro dell’indagine c’è il sito di news Voice of Europe, che aveva sede in Repubblica Ceca ed è stato chiuso dalle autorità europee a marzo. Nei mesi precedenti sul sito erano stati intervistati diversi europarlamentari di destra ed estrema destra di vari paesi. Secondo le autorità belghe alcuni di loro sarebbero stati pagati per diffondere disinformazione filorussa. L’indagine riguarda i reati di «interferenza straniera, corruzione e appartenenza a un’associazione a delinquere».

Insomma, c’è un bel calderone di roba. La mia sensazione è che di fronte all’avanzare dell’esercito russo, pur di limitare i danni, i paesi Nato siano giorno dopo giorno disposti a spingersi un pelino oltre. Cose che fino a qualche mese fa sembravano impossibili, diventano almeno immaginabili, poi possibili, poi pian piano reali. L’amministrazione Biden gioca un po’ a nascondersi, a mandare avanti gli altri, che siano Stoltenberg o i leader europei, forse per questioni di forma, ma sembra spingere comunque in quella direzione. E non mi pare di vedere in questo scenario nessun piano a lungo termine. 

O perlomeno: l’unico scenario di lungo termine che riesco a immaginare è quello di far durare il conflitto e indebolire la Russia (ma se anche fosse così non mi pare stia riuscendo granché). Il tutto sulla pelle degli Ucraini. 

E considerate che tutto questo casino avviene alla vigilia delle elezioni europee, da cui emergerà un nuovo parlamento ma anche una nuova Commissione, e a pochi mesi dalle elezioni americane. Per cui, se mettete assieme queste due enormi variabili, tutti gli equilibri potrebbero nuovamente cambiare a breve. 

Allora, visto che siamo in tema europa e sforzi bellici, visto che anche la campagna elettorale per le europee è molto incentrata sul tema del conflitto e che in parte anche il tipo di parlamento europeo che emergerà da queste elezioni avrà un ruolo nel determinare perlomeno il ruolo dell’Europa nello scenario globale, vi annuncio una cosa che potrà suonare un po’ politicamente scorretta, ma che per noi ha un senso profondo. Oggi pubblichiamo una intervista a Ugo Biggeri, che è l’ex presidente di Banca Etica e attualmente nel board della Global Alliance for Banking on Values (GABV) un a network indipendente di banche che usano la finanza per promuovere un’economia sostenibile a livello economico, sociale e ambientale.

Biggeri è uno strano mix fra un accademico e un attivista, lavora nel mondo della finanza (per quanto etica) e vive in un ecovillaggio. Fatto sta che ha deciso di candidarsi alle elezioni europee, per portare i temi della finanza etica, che ha molto a che fare anche con il tema delle armi, dentro il Parlamento. L’intervista è a firma del nostro direttore Daniel Tarozzi, e ci trovate dentro anche le varie domande deontologiche che ci siamo fatti prima di pubblicare il pezzo, visto il voto imminente, ma vi dico tutto questo perché vorrei farvi sentire un estratto della registrazione, perché ha molto a che fare con l’invio delle armi e anche con come potremmo mettere fine a tutto ciò. Un punto di vista che mi è parso interessante.

Audio disponibile nel video / podcast

Ieri si è votato in Sudafrica. Metto le mani avanti: i risultati presumibilmente non si avranno prima di domenica, quindi ne riparleremo lunedì. Ma intanto possiamo portarci avanti con qualche ragionamento. Queste elezioni sono state le settime elezioni dalla fine dell’apartheid. L’apartheid, che significa separazione, letteralmente, era il termine che definiva la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel secondo dopoguerra, rimasta in vigore fino al 1993. Una politica di ispirazione nazista, portata avanti dalla minoranza etnica bianca che rappresentava solo il 9% della popolazione ma che di fatto negava qualsiasi diritto al resto della popolazione, su basi esclusivamente razziali.

Per cui bianchi e neri andavano in classi separate, facevano lavori diversi, sedevano in posti diversi nei luoghi pubblici e ovviamente ai bianchi erano sempre riservati i posti e le situazioni migliori. Per legge. E poi c’era tutta una serie di cose che i neri non potevano fare, tipo votare. Questa cosa è finita ufficialmente nel 1993 grazie a un gigantesco movimento guidato dall’African National Congress (ANC), un partito nato nel 1912 per difendere i diritti della maggioranza nera e il cui leader più carismatico era Nelson Mandela.

Sono passati 30 anni esatti dal primo voto a cui partecipò anche la popolazione nera, voto che sancì il trionfo dell’African National Congress e l’elezione di Nelson Mandela, scarcerato l’anno precedente, come primo Presidente nero della storia del paese. Solo che a 30 di distanza, la situazione non è così rosea e il Sudafrica non sembra essersi riuscito ad emancipare molto dal suo passato. E questa volta, per la prima volta dopo un regno incontrastato durato 30 anni, il Congresso Nazionale Africano (ANC) potrebbe non avere i numeri per governare da solo.

Un articolo molto lungo e dettagliato del Post racconta come il paese, alla vigilia delle elezioni, sia tutt’oggi lo Stato più diseguale al mondo. E il calo di supporto all’ANC è dovuto a problemi irrisolti come disoccupazione, povertà, corruzione e disuguaglianza economica, che persistono su basi razziali.

Il tasso di disoccupazione in Sudafrica è il più alto al mondo, al 32,9%, con disuguaglianze economiche marcate tra bianchi e neri. Il reddito medio delle famiglie bianche è molto più alto rispetto a quello delle famiglie nere, anche questa un’eredità di secoli di colonialismo e apartheid. E pensate che anche se l’apartheid è finito, la disuguaglianza economica è persino aumentata, aggravata dalla disoccupazione. Le disuguaglianze urbane e la distribuzione dei servizi rimangono problematiche, con aree ricche e povere che riflettono ancora le divisioni dell’apartheid.

L’ANC ha mostrato in questi anni di non essere in grado di risolvere, perlomeno non da solo, i problemi economici e sociali del paese. Purtroppo però l’alternativa da questo punto di vista sembra peggiore. Il principale partito di opposizione, infatti, Alleanza Democratica promette di trasformare l’economia attraendo capitali esteri. E di combattere la disoccupazione non attraverso riforme strutturali che vadano ad eliminare i retaggi dell’aparthaid (come si propone di fare l’ANC) ma appunto attirando investitori stranieri.

Solo che sappiamo benissimo che i capitali esteri in genere arrivano ad investire quando ad esempio il costo del lavoro è molto basso, i lavoratori hanno pochi diritti, e così via. Quindi sì, magari si diminuisce la disoccupazione, ma che mercato del lavoro si va a creare? Probabilmente un mercato del lavoro di nuovo basato sul meccanismo dell’apartheid, quindi con pochi privilegiati che si arricciscono ancora di più, e grandi masse di lavoratori sfruttati, sottopagati, insicuri.

Quindi, ecco, domani (o appena ci saranno i risultati) li commentiamo, ma intanto mi sembrava utile fare questa panoramica. E devo ammettere che mi colpisce il fatto che un paese che ha fatto così tanto per cancellare quella roba odiosa che era l’apartheid, che ha anche lavorato sul tema della riconciliazione per sanare ferite profonde, continui a trascinarsi questa situazione.

Intanto, stanno volgendo al termine le lunghissime elezioni indiane, che sono le elezioni più lunghe al mondo, oltre che quelle con più votanti al mondo, visto che si vota per 44 giorni. Il 1 giugno però termineranno le votazioni (che si svolgono in momenti differenti nei vari stati, per rispetto delle varie tradizioni, feste religiose ecc e per poter garantire a tutti un reale diritto al voto), e i risultati sono attesi per la giornata del 4 giugno.

Come abbiamo detto più volte, l’attuale premier Narendra Modi, leader del partito conservatore BPJ, è dato per grande favorito alla riconferma, il che farebbe di lui uno dei leader più longevi della storia del paese. Modi sta facendo una campagna elettorale pervasiva e feroce contro gli avversari politici, ma anche contro alcune minoranze e contro i musulmani, visto che il suo partito propone una visione molto nazionalista e religiosa del paese.

Tuttavia, come racconta ancora un articolo del Post, l’opposizione sembra volersela giocare e Modi, che era partito con l’obiettivo dichiarato non tanto di vincere ma quanto di vincere in maniera schiacciante, ampliando la presenza del suo partito in parlamento, sembra meno sicuro di sé.

Le opposizioni, unite nella coalizione INDIA, stanno contrastando Modi con un messaggio focalizzato sulla crescita delle disuguaglianze sociali e della disoccupazione, che sono aumentate nonostante la crescita economica. 

Modi, come vi dicevo, ha fatto questa enorme campagna di comunicazione, è praticamente ovunque, e ha presentato i suoi successi nei campi della crescita economica, della rilevanza internazionale e della promozione delle radici induiste del paese, mentre le opposizioni hanno sfruttato soprattutto i social media e campagne tradizionali per contestare questa narrativa.

Anche il Congresso, principale partito di opposizione, un tempo prima forza politica indiana e da anni in costante declino, ha cambiato la sua comunicazione e la sua immagine. È stato affiancato a Rahul Gandhi, erede di una lunga dinastia politica e quindi percepito come appartenente alle élite, l’81enne Mallikarjun Kharge, che pur essendo molto vicino alla famiglia Gandhi è di origini particolarmente umili e ha una storia di impegno politico lunga 50 anni. La proposta politica dell’opposizione prevede sussidi per le donne, apprendistati sovvenzionati e un nuovo censimento delle caste per garantire supporto ai marginalizzati.

La presa di Modi infatti è più debole tra le classi povere, colpite dall’aumento dei prezzi del cibo e da politiche agricole sfavorevoli, mentre il BJP conta sul supporto della crescente classe media urbana. L’opposizione, dal canto suo, punta su temi economici e critica Modi per la continua riduzione degli spazi democratici che ha caratterizzato il suo mandato.

Insomma, l’esito pare scontato, ma forse è meno scontato del previsto. Un altro tema importante di queste elezioni è quello del voto femminile. Su Domani, Cristina Kiran Piotti racconta come la battaglia per il voto femminile sia cruciale nelle elezioni indiane in corso, con l’affluenza femminile in aumento e le donne sempre meno influenzate dai consigli familiari, nonostante la tradizionale influenza patriarcale.

Se le opposizioni puntano abbastanza sul tema dell’empowerment femminile, con sussidi che ne permettano l’emancipazione e l’ingresso nel mercato del lavoro, il partito di Modi sembra puntare sul concetto di “seva” (servizio disinteressato) ovvero sul valorizzare il lavoro di cura, che non viene riconosciuto come lavoro ed economicamente, delle donne, in casa. Anche il BJP prevede dei sussidi per le donne, ma sono sussidi legati a questo concetto, come ad esempio sussidi per le bombole di gas e accesso all’acqua corrente, per cucinare in pratica. 

La partecipazione femminile alle elezioni, poi, continua l’articolo, dovrebbe essere particolarmente alta nella cosiddetta “cintura hindi”, costituita dai nove stati indiani la cui lingua ufficiale è l’hindi standard, considerati i più tradizionalisti e nazionalisti. Qui il BJP ha mostrato un notevole vantaggio di genere nelle ultime elezioni statali. 

Ultimo elemento interessante notato dall’articolo è che anche se la partecipazione femminile cresce, il numero di candidate rimane basso. Il parlamento indiano ha approvato una quota del 33% per le donne, che però sarà implementata dalle elezioni del 2029. Al momento, realisticamente, resterà più bassa. 

Mi raccomando, se la cosa vi interessa, il 5 faremo una puntata interamente dedicata alle elezioni indiane, attualità permettendo.

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