24 Feb 2022

Ucraina, attacco russo e sanzioni Nato: la situazione – #470

È arrivata,nella notte, la temuta offensiva russa nel Donbass. Sono ore buie per l’Europa, per l’Ucraina. Come risposta, molti paesi hanno ventilato l’inasprimento delle sanzioni, una delle principali armi usate dal fronte Nato contro la Russia. Ma quali effetti hanno? E siamo sicuri che saranno un problema soprattutto per la Russia? Parliamo anche di un altro fronte delicato, quello fra Etiopia, Sudan e Egitto, che stanno discutendo per via dell’enorme diga etiope, La GERD da poco entrata in funzione.

Durante la notte è arrivata la tanto ventilata offensiva russa nel Donbass. Il presidente russo, Vladimir Putin ha annunciato in tv l’autorizzazione a operazioni militari del Donbass e ha chiesto ai soldati ucraini di deporre le armi e ai paesi stranieri di evitare interferenze, altrimenti ci saranno conseguenze mai viste. Le truppe russe sono entrate dalla Bielorissia dopo che i separatisti del Donbass avevano chiesto a più riprese l’aiuto di Mosca, elemento che secondo gli Usa è stato usato come pretesto per il blitz. 

L’Ucraina è già nel caos secondo i corrispondenti si sono avvertite esplosioni anche a Kiev e in molte delle principali città. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha introdotto la legge marziale e ha invitato la popolazione alla calma di fronte agli attacchi russi nell’Est del Paese. 

Ora, è difficile in queste ore fare la cronaca di quello che sta succedendo e ancora di più, se non impossibile, fare previsioni per il futuro. Sono ore buie per l’Ucraina, per l’Europa, per il mondo. 

LA POLITICA DELLE SANZIONI

Con voi però vorrei soffermarmi un istante sul tema delle sanzioni. Che sono state la prima e più naturale reazione alla mossa di Putin di riconoscere le repubbliche indipendenti del Donbass. Prima ancora dell’attacco di stanotte sono arrivate le sanzioni di Usa, Uk, Ue, Canada e Giappone. 

Ora, cosa sono queste sanzioni nella pratica? Sono misure pensate per danneggiare l’economia dello stato russo, delle aziende russe, delle banche russe e di alcuni oligarchi russi vicini a Putin. Vi faccio un esempio, una delle sanzioni Ue è sul debito russo ovvero, il fatto che non possa essere venduto sul mercato finanziario europeo. Questo ovviamente rende più difficile per lo stato finanziare il proprio debito perché ha meno acquirenti potenziali, e deve pagarci più interessi. 

Questo tipo di dinamica delle sanzioni basa la sua efficacia sul fatto che in un’economia globalizzata è tutto strettamente interconnesso e interdipendente e escludere qualcuno dai suoi flussi è un danno enorme. Solo che il discorso vale anche al contrario. E in alcuni casi, come quello di molti paesi europei, vale soprattutto al contrario! 

Primo esempio, le sanzioni energetiche. Mettiamo che venga inserito nelle sanzioni di smettere di acquistare il gas russo, questo è un problema per la Russia e la sua economia, ma è anche un problema per quei paesi che dal gas russo dipendono per la produzione di energia, ad esempio Italia e Germania. La Germania fra l’altro ha già rinunciato, ancor prima dello scoppio della crisi, al viadotto Nord Stream 2, che le avrebbe portato il gas russo direttamente in casa, proprio su pressione degli Usa.

Secondo esempio, il settore finanziario. Per giorni è stata ventilata l’ipotesi di inserire all’interno del pacchetto di sanzioni l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT, che è un sistema che connette oltre 11mila istituzioni finanziarie e serve a fare circolare denaro anche fra banche di paesi diversi. Una stima sostiene che questa misura (che ad esempio è stata usata contro l’Iran) taglierebbe di colpo il 5% dell’economia russa. Ma causerebbe anche perdite miliardarie al sistema finanziario europeo che rischierebbe di avviare un effetto domino che “mutui subprime scansateve”.

Fra l’altro, anche per le sanzioni finanziarie pare che il nostro paese, anzi le banche del nostro paese siano le più esposte al mondo verso la Russia, con prestiti e finanziamenti complessivi per 25,3 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono quasi 6 miliardi di garanzie, una cifra molto importanteche ha già fatto drizzare le antenne della Bce.

Insomma, il sistema delle sanzioni è un potenziale, potentissimo boomerang, e un conto è usarlo contro economie piccole e poco interconnesse, come l’Iran o Cuba, un conto è usarlo contro la Russia. Lo sa benissimo l’Europa, che infatti si sta mostrando più titubante. Ma lo sanno anche gli Usa, che sicuramente hanno meno da perdere di tutti, ma hanno però interesse a mantenere un’Europa abbastanza forte da fare da puntello alle mire espansionistiche di Putin anche in futuro, ma non così forte da pensare di decidere qualcosa autonomamente.

L’ETIOPIA INAUGURA LA GERD, LA DIGA DELLA DISCORDIA

Fa discutere la gigantesca diga inaugurata domenica in Etiopia. La diga si chiamata Grand Ethiopian Renaissance Dam, detta più semplicemente GERD, e come dice il nome è diventata il simbolo del rinascimento etiope. È il più grande impianto idroelettrico mai costruito in Africa, in costruzione dal 2011, e fin da allora al centro di una grossa contesa fra Egitto e Etiopia, e in parte anche Sudan.

Come mai? La risposta è sempre quella, risorse. In questo caso la più preziosa delle risorse, l’acqua. La diga, colossale, sorge infatti lungo il Nilo azzurro, sulle montagne etiopi. Il Nilo azzurro nasce in Etiopia ma poi scorre lungo tutto il Sudan, dove confluisce con il Nilo Bianco e giunge in Egitto, dove viene chiamato semplicemente Nilo.

Ora vi ricorderete dai libri di scuola quanto il Nilo sia importante per l’economia egiziana, e in parte anche sudanese. Ecco, l’Egitto teme che i piani etiopi per il riempimento del bacino creato dalla diga, iniziato nel 2020, possano compromettere le risorse idriche egiziane per qualche anno. E che possano anche compromettere la funzione della diga egiziana Asswan, finora la più grande del continente, che ha una capacità di 2.1 gigawatt e soddisfa le necessità idriche di agricoltura, abitazioni e apparati industriali, rilasciando annualmente 55.5 miliardi di metri cubi d’acqua.

Anche il Sudan, dal canto suo, da un lato è contento del progetto perché potrebbe stabilizzare i flussi del Nilo Azzurro, che da sempre è molto irregolare e causa numerose inondazioni, ma dall’altro è preoccupato per l’approvvigionamento di acqua, ed è turbato dal modo unilaterale di procedere dell’Etiopia, in barba agli accordi del 2015 che prevedevano una concertazione delle decisioni. Inoltre Etiopia e Sudan sono alle strette anche per via del flusso migratorio sempre più abbondante di profughi etiopi che scappano dalla guerra civile nel Tigré. Metteteci anche  una disputa territoriale a proposito della regione di Fashaqa, coltivata da agricoltori etiopi ma rivendicata dal governo sudanese, ed eco qua, la situazione non è esattamente rilassata.

L’Etiopia dal canto suo non sembra disposta a fare un minimo passo indietro sul progetto, che è diventato, come dicevamo all’inizio, un simbolo. E quando per i Sapiens una cosa diventa un simbolo, è un gran casino. Simbolo di rinascita, di crescita e sviluppo. Perché la Grand Ethiopian Renaissance Dam, con la sua potenza massima di 5.2 gigawatt, con un bacino di 70 miliardi di metri cubi d’acqua, costata al governo 4.2 miliardi di dollari, è ritenuta indispensabile da Addis Abeba per soddisfare le necessità idriche del 60% dei propri abitanti, nonché le necessità di energia elettrica del paese necessaria per avviare processi di sviluppo agricolo, potendo così sfruttare al meglio le proprie risorse.

Fin qui i tentativi dell’Unione africana di mediare non hanno prodotto grossi risultati. Tuttavia è difficile che la situazione possa generare un conflitto esteso, perché la zona è attenzionata con cura dalle grandi potenze globali, Cina, Usa, Russia, e varie nazioni europee hanno degli avamposti nella zona, essendo uno snodo fondamentale del commercio internazionale. Vi ricordate il caso lo scorso anno della Ever Give, la barca incagliata nel Canale di Suez che ha paralizzato il commercio globale per una settimana? Pensate a cosa potrebbe fare una guerra. 

La situazione comunque non è semplice da gestire e l’Unione africana è in cerca di soluzioni stabili. Soluzioni che potrebbero diventare uno standard per i tanti conflitti per l’acqua e per le risorse che si prospettano, che sono già oggi in crescita e sono previsti in crescita ancora più rapida nei prossimi anni per via della crisi climatica.

FONTI E ARTICOLI

#Ucraina
Internazionale – Putin e la pericolosa negazione dell’identità ucraina
ISPI – Speciale Ucraina: boomerang sanzioni?
la Repubblica – Ucraina – Russia, le news di oggi. Putin annuncia: il via alle operazioni militari. Esplosioni a Kiev e in altre città . Cnn: centinaia di vittime
il Post – L’Unione Europea ha annunciato sanzioni mirate alla Russia

#GERD
Nigrizia – Etiopia: Gerd, la diga della discordia
il Post – È stata inaugurata la grande diga dell’Etiopia che non piace all’Egitto

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