Io Faccio Così #44 – REES Marche: l’economia solidale dai Gruppi d’Acquisto alle grandi imprese

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Era il 1994, esattamente vent’anni fa, quando nacque il primo GAS, Gruppo di Acquisto Solidale. Fu come la posa della prima pietra di un grande edificio a cui oggi stiamo sistemando le ultime tegole del tetto. È l’edificio dell’economia solidale.

 

Secondo un’analisi di Coldiretti/Censis, i Gruppi d’Acquisto coinvolgono quasi tre milioni di italiani, per un giro d’affari di novanta milioni di euro. È lo sconfinato mondo dell’”altra” economia, uno specchio buono di quella produttivistica, consumistica e speculativa che per anni ha manipolato le nostre vite con le sue regole e le sue strutture. Un mondo ben organizzato, un’alternativa reale e strutturata. Dall’esperienza dei GAS infatti, derivano i DES, Distretti di Economia Solidale, piccole reti territoriali che uniscono al loro interno i protagonisti dei circuiti economici alternativi, dai produttori ai consumatori. Alla base di questa grande piramide, troviamo le RES, Reti di Economia Solidale, grandi contenitori di Gruppi e Distretti, operatori economici e fornitori di servizi, utenti finali e distributori. Intere filiere accomunate da un insieme di valori e obiettivi comuni. All’origine di queste esperienze infatti, risiede la volontà – o meglio, la consapevolezza della necessità – di cambiare le regole del gioco: basta con il mito della crescita infinita, basta con lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, basta con i modelli culturali incentrati sul consumo, basta con la mercificazione dei lavoratori. Etica, sostenibile e solidale, ecco come deve essere questa nuova economia.

 

 

Questa grande marea sta montando in maniera omogenea in tutta Italia, ma c’è una regione in cui la voglia di sperimentare nuove modalità e l’audacia di attuare soluzioni mai pensate prima sono particolarmente spiccate. Si tratta delle Marche. Lì, abbiamo incontrato i rappresentanti di REES Marche, la Rete di Economia Etica e Solidale regionale. La prima particolarità riguarda la direzione della rete, che non è affidata a un presidente, bensì a diversi co-presidenti. «Una realtà come la nostra non può parlare al singolare», ci spiegano. «Una voce sola che la rappresenta è limitativa, ma lo erano anche due, quindi abbiamo pensato a una serie di presidenze sovrapposte nel tempo: tre anni di mandato, di cui un anno e mezzo insieme ai co-presidenti uscenti e un anno e mezzo insieme ai co-presidenti entranti, per un totale di quattro co-presidenti per volta. La scelta che abbiamo fatto è rivoluzionaria, ma assolutamente calzante per la gestione di una struttura reticolare, che ha bisogno di sensibilità complementari. Ed è stata decisiva anche dal punto di vista strategico: se non avessimo fatto così probabilmente saremmo scomparsi». In questa direzione va anche la prassi di evitare la ricandidatura dei co-presidenti uscenti, non solo per favorire il ricambio, ma anche per far sì che le lotte collettive non si personifichino, identificandosi con un solo volto e un solo nome.

 

screenshot rees

 

Il percorso di creazione e di crescita di REES Marche è stato anomalo rispetto alle altre esperienze analoghe in giro per l’Italia, poiché è avvenuto al contrario: non è nata una rete dall’unione dei distretti, dei GAS e delle piccole realtà di altra economia, ma si è deciso di costituire per prima cosa la REES, per poi radunare sotto il suo cappello tutti i rappresentanti del tessuto economico del territorio. Adesso la rete regionale sta lavorando al consolidamento delle realtà di zona, che si stanno auto organizzando. Di fatto, è divenuta un coordinamento di nodi autonomi. Formalmente, la REES nasce dopo due anni di lavoro sul campo, iniziato nel 2004; nel 2006 è stata costituita l’associazione di promozione sociale “Rete di economia solidale”.

 

Ma ci sono altri ambiti in cui le Marche si distinguono da molte realtà di economia solidale italiane. Uno di questi è il modo di portare avanti le relazioni con gli altri attori economici e politici del territorio, anche quelli appartenenti alla sfera dell’economia convenzionale. «Quando, in tempi non sospetti, abbiamo cominciato a parlare di nuovi valori da attribuire all’economia – riduzione dei consumi, sostenibilità ambientale, riciclo delle materie prime e così via –, eravamo dei precursori. Oggi i fatti ci stanno dando ragione: i vecchi modelli entrano in crisi, mentre quelli da noi proposti si affermano con decisione. Questo però ci carica di una grande responsabilità: non tenere per noi le idee e le azioni grazie alle quali abbiamo costruito questi percorsi innovativi, ma condividerle». Per farci capire meglio, ci hanno raccontato un fatto realmente avvenuto: «Tempo fa abbiamo ricevuto un invito da parte di Confindustria: volevano incontrarci per capire da noi in che modo riuscivamo a tenere così uniti i territori, poiché la loro presa a livello locale è sempre stata debole e poco radicata, mentre le nostre imprese sono molto legate alla rete. In un’altra epoca, non solo Confindustria non si sarebbe rivolta a noi, ma noi stessi avremmo rifiutato categoricamente l’invito, considerando quella sigla espressione di un mondo ostile. Un nemico, insomma. Ma oggi, a nostro avviso, bisogna sforzarsi di superare queste divisioni. La vera sfida semmai è trovare il modo di portare avanti con coerenza percorsi condivisi con realtà imprenditoriali o amministrative che, in altri ambiti, agiscono in antitesi con i nostri valori».

 

724_a2768aMa c’è tanto lavoro da fare anche all’interno della rete, per capire quali sono le prospettive di crescita: «Un passo necessario da compiere consiste nel riconoscere le professionalità, le energie e il tempo che i volontari mettono a disposizione della REES», sottolineano. «Ciascuno di noi ha il proprio impiego, ma dedichiamo tutti diverse ore al giorno all’attività associativa. Non ci piace l’idea che le imprese della rete paghino semplicemente i volontari. Ci aspettiamo piuttosto compartecipazione a un percorso che è diventato di tutti e quindi tutti devono contribuire con spazi, strutture, forza lavoro. Se ci fossero delle risorse umane con cui condividere parte delle funzioni, l’impegno diminuirebbe e potrebbe rientrare nel volontariato, diversamente no. Purtroppo c’è ancora un profondo vuoto da riempire: bisogna che chi beneficia di questi servizi ne percepisca il valore reale. Bisogna far capire alle persone che questi sono percorsi inevitabili che vanno riconosciuti».

 

Concludiamo la discussione ricordando le novità più recenti e forse anche più importanti per l’attività dei prossimi anni di REES Marche. «In occasione dell’assemblea di giugno 2014 abbiamo votato una delibera che prevede una rinuncia all’attività identitaria della rete; d’ora in poi, le nostre azioni saranno mirate a favorire realtà che vogliamo supportare e aiutare a crescere, a diffondersi e a conoscere altre forme di economia. Vogliamo diventare noi stessi divulgatori di buone pratiche e aspetti valoriali, perché crediamo che ciascuna esperienza tocchi una sensibilità diversa e abbia quindi la capacità di far suonare corde fuori dalla portata delle organizzazioni di economia solidale». In pratica, REES Marche ha rinunciato a una parte della propria crescita per contribuire alla buona riuscita di un percorso collettivo. Sono già attive collaborazioni con Slow Food, rappresentanze per la difesa dei beni comuni – nelle Marche sono 220 i comitati censiti –, tre circoli della Decrescita Felice, alcune Città in Transizione, reti di Bioregionalismo e ONG che si occupano di cooperazione internazionale. Questa linea è stata deliberata il 2 giugno e lo stesso tema è emerso all’incontro nazionale di economia solidale tenutosi a Collecchio circa tre settimane dopo, il 24 giugno. Ma mentre le altre reti nazionali hanno per ora solo dichiarato di voler attuare questa politica, la REES la sta già mettendo in pratica. È la base programmatica dei prossimi tre anni. Ancora una volta in anticipo su tutti.

 

Il sito di REES Marche
Il sito della Rete di Economia Solidale

 

Per saperne di più leggi:

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Viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia

 

 

 

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Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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