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17 Feb 2015

TTIP, TISA, CETA: la carica dei trattati globali per fermare il cambiamento dal basso

 Chissà se lo immagina, Maurizio Spinello, il panettiere siciliano che ha deciso di aprire la sua attività nel paesello fantasma Borgo Santa Rita, che sta combattendo una battaglia contro i colossi economici più influenti del mondo. Quando si alza all’alba e impasta un pane che porta dentro la storia antica della sua terra; quando […]

Foto di "Mehr Demokratie" via Flickr

Foto di “Mehr Demokratie” via Flickr

Chissà se lo immagina, Maurizio Spinello, il panettiere siciliano che ha deciso di aprire la sua attività nel paesello fantasma Borgo Santa Rita, che sta combattendo una battaglia contro i colossi economici più influenti del mondo. Quando si alza all’alba e impasta un pane che porta dentro la storia antica della sua terra; quando inforna i biscotti uguali uguali a quelli che faceva sua nonna e nel frattempo sogna di far rivivere il Borgo dove è cresciuto. E come lui molti altri: Barbara Pierro che ogni giorno lavora per integrare i Rom a Scampia, Danilo Casertano e la sua scuola che crea comunità, i “folli” ma realissimi progetti di Arcipelago SCEC e NOInet e le migliaia di altre iniziative virtuose e persone straordinarie che popolano il nostro paese. Alcuni sono consapevoli della portata della loro battaglia, altri meno, ma la combattono lo stesso guidati da un istinto naturale.

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ATTIVATI

 

É evidente che in questo momento storico c’è una forbice sempre più aperta fra la direzione socio-economica imposta dall’alto e il comune sentire che nasce e si sviluppa spontaneamente dal basso. Da una parte chi promuove leggi e trattati che mirano a estirpare ogni resistenza locale nel nome di una società di mercato globale. Dall’altra chi lavora quotidianamente – spesso anche inconsapevolmente – a costruire legami, a ricucire i lembi sfilacciati del tessuto sociale, a creare comunità.

 

Può sembrare retorica, ma più seguo l’attualità più mi convinco che è in atto una guerra aperta fra due schieramenti opposti per affermare la propria visione del mondo. Mai come in questo momento il capitalismo liberale è stato a un tempo più forte nella concentrazione di potere e più in crisi nel consenso di cui gode fra la popolazione. Come questa scissione possa risolversi, se con una rivoluzione, una dittatura, un assorbimento, lo capiremo nel prossimo futuro. Per adesso non possiamo che analizzarla.

 

NON SOLO TTIP

 

Foto di BockoPix via Flickr

Foto di BockoPix via Flickr

Le multinazionali con l’aiuto delle loro istituzioni, Fmi e Banca mondiale, hanno dato una netta accelerata negli ultimi anni ai processi di globalizzazione e liberalizzazione in atto e stanno preparando in gran segreto un attacco senza precedenti alla democrazia, all’ambiente, ai sistemi sanitari, al cibo, all’occupazione, ai servizi pubblici, ai diritti digitali. Un attacco a suon di trattati. Ne è un primo esempio il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), sigla complicata che sta a intendere un accordo fra Ue e Usa che vuole abbatterei dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Mancano ancora i dettagli ma se il trattato verrà stipulato andranno a cadere, nel nome del mercato, molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza. In primis nel settore agroalimentare, in cui l’Ue dovrà ammorbidire di molto le leggi che attualmente vietano, ad esempio, l’importazione dagli Usa di cibi ogm, o di carne allevata con gli ormoni.

 

Ma il TTIP non è che il più noto di una serie di trattati internazionali che intendono – per dirla con Marco Bersani di Attac Italia e tra i promotori della campagna Stop TTIP Italia – “determinare il definitivo passaggio dallo stato di diritto allo stato di mercato, con la fine della democrazia e della sovranità popolare”. Al suo fianco ci sono il CETA e l’ultimo arrivato TISA. Il primo è un accordo simile al TTIP che l’Ue sta sottoscrivendo con il Canada, dunque un trattato economico e commerciale di libero scambio fra i due paesi. Del secondo si sa ancora poco, ma i primi documenti trapelati prima da Wikileaks e poi dalla rete Associated Whistle-Blowing Press lo hanno fatto balzare diretto in cima alle classifiche dei trattati più pericolosi.

 

TISA sta per Trade in Services Agreement (Accordo sul commercio dei servizi) ed è in trattativa tra ben 50 paesi (che rappresentano il 70% del Pil mondiale) fra cui Usa; Australia, Nuova Zelanda, Canada e i 28 stati che compongono l’Unione Europea. Un primo documento pubblicato da Wikileaks nel giugno scorso mostrava la parte del trattato relativa alla liberalizzazione dei servizi e prodotti finanziari, dei servizi bancari e dei prodotti assicurativi. Una seconda e una terza rivelazione fatte dalla Associated Whistle-Blowing Press hanno fatto luce su altri aspetti, come la volontà (su pressione della potente Coalition of Service Industries, lobby statunitense di cui fanno parte IBM, HP e Googledi) di eliminare le restrizioni al trasferimento dei dati personali tra i paesi, con buona pace della tutela dei consumatori e per le leggi sulla privacy, e una netta spinta verso la privatizzazione dei sistemi sanitari, con l’apertura totale delle frontiere al mercato della sanità, valutato in 6 trilioni di dollari.

 

LA SEGRETEZZA

 

Foto di emdot via Flickr

Foto di emdot via Flickr

Caratteristica distintiva di questi trattati è la segretezza con cui vengono portati avanti i negoziati fra paesi. Una segretezza che rende lampante l’assenza di democraticità nei processi decisionali. Il fatto è che trattati come il TTIP, il CETA e il TISA sono diretta emissione degli interessi di lobby e multinazionali e seguono percorsi diversi da quelli che invece caratterizzano le scelte democratiche. Nel mondo del capitalismo neoliberale sono le multinazionali gli unici soggetti a godere dei diritti di cittadinanza e ad avere istituzioni veramente rappresentative della loro volontà e in grado di prendere decisioni. Sono loro a dettare le regole: gli stati qui hanno il solo compito di ratificare e togliersi di mezzo, lasciare spazio.

 

Come ho sentito più volte affermare a Marco Bersani durante i suoi interventi sul TTIP, “Non siamo nella classica situazione della povera Europa e dell’imperialismo statunitense: qui si parla delle grandi multinazionali statunitensi ed europee contro le rispettive popolazioni”.

 

Le grandi corporazioni globali stanno così portando a compimento il loro piano per la realizzazione di un mondo perfetto. Un mondo senza nazioni come quello “immaginato” da Lennon, ma in cui la pace e l’armonia non regnano sovrane e a condividere le risorse non sono i popoli ma, appunto, un gruppo ristretto di multinazionali.

 

Tuttavia qualcosa si è inceppato e quel percorso che, dopo la fine della storia sentenziata da Fukuyama nell’89, doveva condurre un’umanità unificata sotto all’unica bandiera del mercato verso i lidi del capitalismo ultraliberale ha perso ogni consenso condiviso ed è diventato una gabbia imposta dall’altro.

 

LE ALTERNATIVE DAL BASSO

 

Foto di davetoaster via Flickr

Foto di davetoaster via Flickr

Oggi, fra le popolazioni, il capitalismo ha già perso tutto il suo appeal. Me ne accorgo, ce ne accorgiamo ogni giorno di più. Se è vero – per dirla con l’economista Roberto Mancini – che il capitalismo è un albero che ha alle radici il mito, l’accettazione diffusa dei suoi assiomi (“L’uomo è egoista e calcolatore per natura”, “La natura è avara e non ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per vivere tutti, dunque la competizione è obbligata”, ecc.), allora possiamo affermare con una certa sicurezza che le radici del capitalismo sono già secche.

 

L’Italia è piena di esperienze rivoluzionarie e all’avanguardia, di persone che quotidianamente costruiscono e percorrono alternative. E non si tratta di iniziative isolate e controcorrente, né di scelte dettate dalla crisi e dalla mancanza di alternative, ma piuttosto della punta dell’iceberg di un sentire comune molto più diffuso di quanto si pensi. Un sentire che abbraccia tutti gli aspetti della vita, dal cibo, alla salute, ai beni comuni, al consumo di risorse ed energia. Ne sono testimonianza le sempre più numerose battaglie vinte in difesa dei territori, lo storico risultato dei referendum sull’acqua pubblica del 2011, la crescita – in controtendenza rispetto al settore alimentare – del biologico (che ormai occupa il 60% del mercato agroalimentare – dati Nomisma) e del chilometro zero.

 

La nascita immediata di coordinamenti e mobilitazioni per fermare il TTIP e gli altri trattati (che hanno già raccolto quasi 1,5 milioni di firme in tutta Europa) è stata facilitata dalle reti già esistenti e dalla consapevolezza che le alternative al capitalismo esistono e sono già in atto. É una svolta fondamentale rispetto alle proteste che avevano caratterizzato il movimento No-Global, che probabilmente, come ha sostenuto Naomi Klein in una recente intervista per il Corriere, ha fallito proprio per non aver saputo proporre delle alternative.

 

L’ITALIA E IL MONDO

 

Un limite oggettivo di questa analisi è di contrapporre a dei trattati globali una serie di dati ed esperienze relativi principalmente all’Italia. Tuttavia alcuni segnali fanno supporre che anche il resto d’Europa e, eccezion fatta per i BRICS, del mondo stia vivendo un momento simile: la vittoria di Syriza in Grecia e la sua decisione di bloccare da subito una miniera nel Nord della paese e di mettere in discussione il dogma del debito; i molti progetti di fracking bloccati in Polonia, Scozia e in vari Stati americani; lo sfruttamento di sabbie bituminose fermato nello stato di Alberta, in Canada.

 

La chioma dell’albero capitalista, composta dalla tecnocrazia, dall’impianto tecnico-legislativo, dai mezzi di controllo, non è mai stata così folta e agguerrita. Ma le radici sono secche e i germogli stanno nascendo altrove. La carica dei trattati globali è l’ultima aggressione di un sistema che ambiva a sedurre il mondo intero e ormai deve ricorrere alle norme calate dall’alto per imporre alla società la propria visione.

 

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