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20 Ott 2020

Paolo Pallavidino: “Vado a vivere sotto i ponti per affrontare le mie paure”

Scritto da: Lorena Di Maria

Tutti abbiamo delle paure. Sono i nostri mostri, o, come li chiama Paolo Pallavidino, i nostri draghi. La sua storia nasce proprio da una grande paura: quella di rimanere senza soldi e diventare un senzatetto. Era la paura di suo nonno, poi di suo padre e, seppur in modo diverso, anche la sua. Così, nell’inverno del 2017, Paolo è sceso in strada per affrontare il suo drago, o meglio, se stesso.

Una volta ho sentito dire che la vita ti ripropone le stesse lezioni finché non impari dall’insegnamento che ha in serbo per te. Lo stesso vale per le paure e, fino a quando non decidi ad affrontarle, finiscono per ripresentarsi cogliendoti puntualmente di sorpresa. Cosa fare quando sopraggiunge una grande paura? La cosa più facile è certamente scappare… a gambe levate! Ma in fondo lo sappiamo, si tornerebbe sempre al punto di partenza. Oggi vi raccontiamo una storia che parla di grande umanità e del coraggio di chi ha avuto la forza di affrontare e sconfiggere il proprio grande Drago.

“Drago”, proprio come lo chiama Paolo Pallavidino, protagonista della nostra storia. Paolo vive a Torino, è padre di due figli e da diversi anni ha intrapreso un percorso di crescita e consapevolezza. La sua paura più grande? Quella di finire senza soldi e di andare a vivere sotto i ponti. Così, nell’inverno del 2017, è sceso in strada con uno zaino, un sacco a pelo e tanto coraggio. “Vado a Vivere Sotto i Ponti – 5 mesi in strada per affrontare il mio drago”, il libro edito da Edizioni Amrita, racconta la sua esperienza, dimostrandoci che, se affrontiamo le nostre paure, tutto diventa possibile.

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Ritrovarsi senza soldi e andare a vivere sotto i ponti. Qual è stato, nella tua vita, il tuo rapporto con il denaro?

Sin da piccolo sono cresciuto in una famiglia dove il risparmio è sempre stato considerato un valore ma è stato anche vissuto in modo molto estremo. Nonostante abbia avuto la fortuna di crescere in una famiglia benestante, abbiamo sempre condotto una vita votata al risparmio e alla parsimonia. Così, già all’età di sei anni ho cominciato a non sentirmi a mio agio con il denaro, avendo una grande difficoltà nel gestire la mia relazione con esso ed è cresciuta in me una reazione opposta: tutti i soldi che ho guadagnato nella mia vita li ho sempre spesi, finendo per trovarmici senza. Questa situazione mi ha portato per lungo tempo e nel profondo a non sentirmi mai totalmente libero e indipendente. È stato solo qualche anno fa che, a causa della mia relazione squilibrata col denaro, ho riconosciuto uno dei miei “draghi” più potenti: quello di finire sotto i ponti.

Una paura tramandata da tuo nonno a tuo padre e giunta fino a te. Qual è stata la tua reazione a questa paura?

Questa paura era la stessa che aveva mio nonno quando gli chiedevo “ma perché metti i soldi da parte anziché farti un bel viaggio?”. E lui rispondeva: “Perché metti che tutto vada a rotoli, poi andiamo a vivere in strada”. Anche mio padre aveva la stessa paura. Una mattina di maggio del 2017, nel dormiveglia, ho sentito forte un messaggio: “Dal 1 novembre al 1 aprile vai a vivere in strada”. Cinque mesi. Ci misi un paio di settimane a metabolizzare il messaggio ma sapevo che se fossi sopravvissuto, quel drago non mi avrebbe fatto mai più paura. Una volta deciso, il primo problema non tardò a palesarsi: come lo avrei detto a casa? Ai miei figli, alla loro mamma, a mio padre e a mia madre? Ma le persone accanto a me hanno compreso, dandomi l’appoggio di cui avevo bisogno. Ho avviato con successo una campagna di crowdfunding per sostenere i miei figli e mi sono sentito pian piano sempre più pronto per partire.

Cosa significa “affrontare il mio drago”?

Affrontare il mio drago significa riconoscere e trasformare la mia paura, significa prendere il coraggio di vivere davvero ciò che mi spaventa. Come racconto anche nel mio libro, sono certo che, nel profondo, ognuno di noi sa bene quali possano essere i propri draghi. Andare a vivere sotto i ponti mi ha permesso di avere meno paura. Perché in fondo so che se dovessi finire nuovamente senza soldi, se il lavoro che sto facendo non andasse bene, mal che vada torno in strada e saprei che comunque non morirei di fame, proprio perché si tratta di una realtà che ho già vissuto. Ciò mi permette di vivere tutto in modo completamente diverso. La strada è un po’ una seconda casa, non mi fa più paura e non facendomi più paura, le cose vanno bene, sempre.

Quali sono le esperienze più difficili che hai affrontato in strada?

Abituarsi al freddo, assistere a delle risse, capire dove fare una doccia calda: il primo mese è stato molto duro. Ero proiettato in una situazione che non avevo mai vissuto prima ed è proprio in quel momento che vedi come tu stesso reagisci. Una volta, mentre dormivo, un uomo ha cercato di derubarmi ma fortunatamente me ne sono accorto in tempo. Dopo poco ho risentito dei passi. Era di nuovo lui ma questa volta si era avvicinato per derubare una senzatetto che dormiva vicino a me. Nonostante lo sdegno profondo non sono stato pronto ad intervenire, il mio corpo era completamente bloccato dalla paura. Quello è stato un momento molto forte perché tutti i miei discorsi sulla giustizia, sull’impegno civile ormai erano rimasti nascosti sotto una coperta e io non avevo neanche avuto il coraggio di difendere una barbona che veniva derubata. Dopo quell’esperienza di una cosa sono stato certo: che la strada, in appena una settimana, mi aveva messo di fronte a delle situazioni completamente nuove da cui imparare.

In che modo la vita in strada ti ha insegnato a vivere il “qui e ora”?

In strada hai poche certezze, non hai più i tempi scanditi dagli impegni e questa è stata per me una grande occasione che mi ha permesso di riorganizzare totalmente il mio tempo. Dopo due mesi, ho iniziato a toccare con mano, cuore e occhi la sensazione di libertà. Ho pensato a tutte le volte in cui avrei voluto dire di sì al posto che dire no, a tutte le volte in cui in nome di un acquisto, di una vacanza o di uno svago, avevo accettato di lavorare ore e ore, giorni e giorni. Per non parlare di tutti i soldi spesi nella vita per medicine che avevano il compito di farmi guarire in fretta e finendo per non farmi sentire il messaggio e i sintomi del mio corpo. La strada è un “qui e ora” continuo, molto spesso imprevedibile. Vivere il presente mi ha permesso di allontanarmi dalla paura del dover pianificare la mia vita in ogni momento. Ho imparato ad ascoltare i miei bisogni, a distaccarmi dal telefono. Essere completamente padrone della mia giornata è una sensazione veramente unica che ora posso portare nella mia vita quotidiana.

Quali sono i valori che hai appreso dalle persone senzatetto che hai incontrato sul tuo percorso?

Da molti ho appreso il coraggio di non mollare e di sperare che quello che si sta vivendo sia un grande momento di crisi che prima o poi finirà. In strada i rapporti sono completamente diversi da quelli che abbiamo nella vita normale. La strada ti accoglie, oggi ci sei e domani chissà. Da una parte è faticoso creare un rapporto più profondo ma dall’altro, proprio per questo motivo, c’è voglia di aiutarsi e di condividere brevi ma intensi momenti di vita, come concedersi del tempo per suonare uno strumento o trascorrere un pranzo insieme alla mensa.

Nel viaggio nell’Italia che Cambia sono molte le esperienze di chi ha preso in mano la propria vita superando le proprie paure. Che consiglio daresti per affrontare il proprio drago?

Se comprendiamo che siamo responsabili della vita che facciamo, diventiamo sempre più consapevoli del modo in cui reagiamo agli eventi che ci toccano. Penso che il primo passaggio necessario sia esplorare le proprie paure. Quelli che io chiamo “draghetti” li abbiamo tutti, la differenza è tra chi decide di affrontarli e chi va avanti pensando di non averli. In questo secondo caso, la vita, nella sua generosità, ce li mette davanti fino a quando non abbiamo interiorizzato l’insegnamento ed intrapreso un’azione di cambiamento nella nostra vita. Per questo è importante guardare in faccia le nostre paure e trovare il modo per trasformarle.

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