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3 Nov 2014

Trivelle, acqua privata e inceneritori: è la ricetta dello "Sblocca Italia" per la ripresa

  Sblocca Italia. Il nome evoca un meccanismo inceppato, un motore ingolfato che necessita di una spinta o di una oliata per tornare a girare. È un nome efficace perché fa leva su una sensazione diffusa e condivisa: quella di essere ingabbiati in una impasse opprimente da cui è difficile uscire.Vuoi cambiare la situazione dell’economia […]

Foto di Dushan Hanuska via Flickr

Foto di Dushan Hanuska via Flickr

 

Sblocca Italia. Il nome evoca un meccanismo inceppato, un motore ingolfato che necessita di una spinta o di una oliata per tornare a girare. È un nome efficace perché fa leva su una sensazione diffusa e condivisa: quella di essere ingabbiati in una impasse opprimente da cui è difficile uscire.

Vuoi cambiare la situazione
dell'economia in italia?

ATTIVATI

 

La crisi è entrata lentamente nelle nostre vite, se n’è impossessata negandoci ogni speranza e trasformando la risposta ad ogni domanda sul futuro a lungo termine in un’alzata di spalle. Ogni anno la data della ripresa economica viene procrastinata a quello successivo, il ritorno a una -seppur minima- crescita del pil spostato di mese in mese. Sarà il 2015 l’anno del riscatto? O forse il 2016? Nessuno, persino fra i “tecnici”, riesce a dirlo con certezza. Ciò su cui invece tutti sembrano essere d’accordo è che nel frattempo è necessario fare sacrifici, accettare misure dure ma necessarie, le uniche in grado dare alla crisi la sferzata decisiva.

 

Molte misure sono già state prese, dal “decreto anticrisi” del governo Berlusconi del 2009, alla “manovra” di Monti nel 2011, alle riforme su welfare e pensioni di Letta. Ma non è mai sufficiente: la riforma definitiva, quella che ci permetterà finalmente di tornare a correre è sempre quella di là da venire. Dunque ecco arrivare lo Sblocca Italia recando con sé l’ennesima promessa di risolutività. E questa volta i sacrifici da fare nel nome della ripresa sono molto dolorosi, forse più che mai. Basta analizzare i tre punti più contestati per rendersene conto.

 

Gestione dei rifiuti e nuovi inceneritori. L’articolo 35 del decreto prevede la costruzione di nuovi inceneritori, che si aggiungeranno ai 55 già esistenti sul suolo nazionale. Questo, a detta del decreto, dovrebbe contribuire ad “attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti”, con gli inceneritori che concorrerebbero “allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio”. Come la costruzione di nuovi inceneritori possa giovare al riuso e riciclo dei rifiuti resta oscuro. Normalmente, infatti, la presenza di impianti di incenerimento è considerata piuttosto un disincentivo al riciclo e riuso dato che l’inceneritore necessita, per funzionare a regime, di un afflusso costante di materiale da bruciare e dunque risentirebbe di un calo quantitativo dei rifiuti indifferenziati. Ma il governo non ha tempo di chiarire i molti dubbi: le suddette misure serviranno anche a “superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”. Ma l’Europa non chiedeva, in politica dei rifiuti, la priorità delle 3R: ridurre, riusare, riciclare?

 

Trivelle e petrolio. Gli articoli 36 e 38 prevedono invece una serie di facilitazioni nella ricerca ed estrazione del petrolio e dei gas naturali. Si tratta degli articoli che sono valsi al decreto il soprannome di “Sblocca-trivelle”. Le “urgenti misure” che il governo intende prendere in materia di energia per rendere il paese sempre più indipendente si concentrano quasi esclusivamente sullo sfruttamento di gas e idrocarburi e sulla facilitazione dei procedimenti di estrazione degli stessi. “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”, si legge. Perciò i decreti autorizzativi delle singole trivellazioni comprenderanno “la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi”. Molto ridimensionate ne escono invece le energie rinnovabili, praticamente mai menzionate dal decreto. Ma l’Italia non era il paese del sole?

 

Privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. L’articolo 7, comma 4 si occupa invece del servizio idrico e afferma che la gestione dell’acqua deve essere suddivisa in zone “non inferiori agli ambiti territoriali corrispondenti alle province o alle città metropolitane”. In altre parole c’è bisogno di un unico gestore che si occupi dell’acqua su aree vaste almeno quanto una provincia o una città metropolitana. Se si legge questa norma abbinandola al patto di stabilità ne emerge un disegno abbastanza chiaro. Come afferma Marco Bersani del Forum dei Movimenti per l’Acqua in un recente articolo per il Manifesto, “Il disegno sotteso è quello di aggregazione/fusione che veda i quattro colossi multiutility attuali –A2A, Iren, Hera e Acea- già collocati in Borsa, fare man bassa di tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici, divenendo gli unici campioni nazionali, finalmente in grado di competere sui mercati internazionali”. Una netta accelerata dunque nel processo di privatizzazione dei servizi idrici nazionali. Ma l’acqua non era stata dichiarata un bene comune dai referendum?

 

Il decreto Sblocca Italia riesce a centrare in un colpo solo tre dei pilastri fondanti di tutte le recenti battaglie per i beni comuni e la difesa del territorio. Ma tutto ciò è necessario “per uscire dalla crisi”. Allora è bene definire ancora una volta di cosa parliamo quando parliamo di crisi. Quella che il sistema descrive come un terribile incidente di percorso in un cammino altrimenti radioso di crescita infinita, verso il progresso, la prosperità e il benessere, secondo alcune voci fuori dal coro -a dire il vero sempre più numerose e convinte- è tutt’altro: uno strumento necessario al sistema per accentrare ancor più la ricchezza e apportare ulteriori riforme di stampo liberista. Come ci ha detto Roberto Mancini, autore del saggio Trasformare l’economia, “è in atto un piano preciso per sostituire il Mercato allo Stato, e la crisi è lo strumento per portare questo piano a compimento”.

 

In questa cornice lo Sblocca Italia compie perfettamente il suo dovere, affidando ciò che resta dei servizi pubblici locali alla gestione dei colossi privati, liberando ulteriore spazio d’azione economico per le speculazioni su rifiuti e inceneritori e garantendo vincoli più morbidi per le multinazionali del petrolio.

 

Cosa posso fare? Immediata è partita la reazione da parte dei movimenti e della società civile, con la campagna “Blocca lo Sblocca Italia”, cui hanno già aderito centinaia di organizzazioni, che sta mettendo in atto azioni di boicottaggio al decreto. Il 15 e 16 ottobre si è tenuto un affollato sit-in di fronte a Piazza Montecitorio, mentre dal 7 ottobre è partito il mail bombing verso i parlamentari. La legge è stata approvata dalla Camera e attende il via libera definitivo del Senato, dunque c’è ancora del margine d’azione per interrompere l’iter legislativo.

 

La crisi è pervasiva e onnipresente. Sfuggirle è sempre più difficile. Tuttavia si tratta di una crisi interna a un sistema che ci viene descritto come l’unico possibile ma non lo è. Chi riesce, pur con notevole sforzo, ad uscire dalla gabbia fisica e mentale imposta dal sistema e a sperimentare modelli diversi si accorge che le opportunità esistono per vivere una vita serena e soddisfacente. L’Italia è piena di esperienze che lo dimostrano.

 

#IoNonMiRassegno 13/12/2019

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