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5 Giu 2015

Parco

Scritto da: Alessandro Pertosa

Parco, s.m [probabilmente dal latino parricus] è un termine di etimologia incerta, sembrerebbe un prestito dall’antico francese parc (da cui […]

Parco, s.m [probabilmente dal latino parricus] è un termine di etimologia incerta, sembrerebbe un prestito dall’antico francese parc (da cui provengono anche lo spagnolo parque e l’inglese park) e dal latino medievale parricus. Prima di giungere in quest’ultima forma, il termine è passato per l’antico alto tedesco pfarrih (ted. Pferch «recinto») e per l’alto inglese pearroc (da cui Paddock). Gli etimologi ritengono inoltre che parricus derivi da *parra, termine prelatino che sopravvive nello spagnolo e nel portoghese parra, che vuol dire «pergola della vite» (1).

 

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Sin dalla sua origine, il termine ha coltivato sempre un rapporto molto stretto con la natura, tanto da significare bosco ampio, per lo più recintato, in cui spesso si alleva la selvaggina, ma anche area naturalistica, e in quest’ultimo senso si intendono i parchi marini o i parchi nazionali e regionali. Parricus può talvolta significare persino spazio all’aperto recintato da una palizzata, entro cui si custodiscono animali da pascolo.

 

Per secoli, quindi, «parco» ha significato soltanto bosco, spazio verde o recinto per animali. Ma la trasformazione sociale apportata dalla cultura capitalista ha provocato una torsione semantica di questa voce, che ha finito per essere usata in modo figurato, con l’intento precipuo di edulcorare le aberrazioni dell’industrialismo. È questo il caso di espressioni come «parco eolico» o «parco fotovoltaico», dove gli interessi economici dei grandi capitali vengono addolciti strumentalmente da un mix di ambientalismo di bassa lega e di riferimenti naturalistici al parricus.

 

Si consideri, inoltre, quanto sia vergognosa la locuzione «parco minerario»: sulle prime, uno potrebbe pensare a una splendida distesa di terra in cui viene conservato e valorizzato ciò che resta di millenni di cultura segnata dai minerali e dal lavoro con cui l’uomo li ha lavorati; e invece no: il «parco minerario» è, ultimamente, un luogo per nulla frequentabile, soprattutto se nelle vicinanze staziona un impianto siderurgico. La lingua biforcuta del potere ha compiuto uno stravolgimento completo e delittuoso dell’immaginario, e con «parco minerario» ha finito per identificare quello spazio di terra in cui vengono depositati, all’aria aperta, carbone, sabbia e minerali nocivi per la salute umana. Pur di nascondere la tragica velenosità che segue lo sviluppo, l’homo industrialis compie un capovolgimento semantico, e attribuisce a un luogo mefitico un nome che sembra rappresentare uno spazio dove si potrebbe persino andare in gita dopo il lavoro o nei giorni di vacanza.

 

E non finisce certo qui. Il termine parco deve piacere molto al linguaggio mainstream tanto che negli ultimi decenni ha finito per dar conto dell’intero immaginario consumistico della società tecnologico-capitalista. E così, il complesso di autoveicoli circolanti in una città lo si è chiamato «parco automobilistico»; l’insieme delle automobili appartenenti a un individuo o a una impresa «parco macchine»; per non parlare poi del materiale rotabile appartenente a una rete ferroviaria, che viene detto «parco materiale rotabile»; così come il luogo del massimo scambio di merci viene definito «parco commerciale».

 

Ma alla fantasia, come è noto, non c’è limite, e allora i parchi spuntano un po’ ovunque come funghi, tanto che non è poi così strano sentir parlare di «parco tecnologico», con cui s’intende di solito un’area che raggruppa le sedi di diverse aziende di alta tecnologia, d’informatica e alcuni dipartimenti universitari, situata generalmente nella vicina periferia di una grande città. Così come può capitare di imbattersi in «parco cellulari», «parco bici», «parco immobiliare», «parco esposizioni», «parco strumentale», «parco industriale», «parco azionario» o «parco clienti», ch’è un modo elegante per indicare il proprio «giro d’affari». E nella frenesia di monetizzare tutto, di puntare sul turismo intelligente, di sfruttare ogni centimetro quadrato di terra, si finisce persino per parlare di «parco letterario»: si tratterebbe, nello specifico, di un territorio, che ha ispirato un autore, un artista o un pensatore, all’interno del quale viene promosso il patrimonio storico-culturale del luogo attraverso visite guidate e manifestazioni, a fini – troppo spesso – esclusivamente mercantili.

 

Ma ancora non è tutto. Perché se si vuole davvero rendere l’umanità schiava del sistema e del ciclo produttivo, si deve agire direttamente nei cuori dei bambini, ovvero negli animi di coloro che costituiranno le future generazioni di consumatori, le nuove falangi d’acquirenti onnivori. E così un gesto da sempre gratuito, come il gioco, diventa una merce acquistabile al «parco divertimenti»; la dimensione esistenziale dello svago e del piacere gratuito si trasforma in un servizio che si ottiene previo pagamento in quel brillantissimo luna park, con le stelline colorate, in cui si può accedere solo se si compra un biglietto a tempo: perché nella società della crescita infinita e dell’iper-produzione, il tempo è denaro e il gioco anche.

 

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