9 Lug 2015

Uniforme

Scritto da: Alessandro Pertosa

Uniforme agg. e s.f. [è una voce dotta, dal latino uniforme(m), di una sola uni- forma forma(m), con il derivato […]

Uniforme agg. e s.f. [è una voce dotta, dal latino uniforme(m), di una sola uni- forma forma(m), con il derivato uniformitate(m)] è un termine che ha nella sua origine etimologica latina soltanto funzione di aggettivo ed esprime il senso di ciò che è semplice, che ha una sola forma e un medesimo aspetto, perché è privo di variazioni. In senso estensivo può significare anche monotono, continuo o ripetitivo.

 

golconda-magritte

La sostantivazione di uniforme, nell’uso sinonimico di «divisa», avviene in un tempo successivo,  e si spiega con la volontà di rendere riconoscibili e uniformi i soldati in battaglia. La divisa-uniforme diventa così una particolare foggia di vestire, che serve a distinguere chi la indossa indicandone l’appartenenza a un dato corpo militare, il grado e la nazione servita.

 

L’uniforme militare, nella concezione moderna, nasce alla fine del XVII secolo con la creazione degli eserciti nazionali, costituiti per effetto del consolidamento delle grandi monarchie negli Stati Europei. I colori sgargianti e i decori servivano, da un lato, a dare lustro e prestigio al governante, e dall’altro, a dominare psicologicamente il nemico.

 

In italiano, l’abito uniforme, inteso quale sinonimo di «vestito militare», entra nel linguaggio comune nel 1709, per essere poi dal 1845 esteso anche alle divise di altre categorie (1). Da quel momento in poi, l’uniforme serve a distinguere i collegiali dagli altri studenti, identifica gli appartenenti ad una casta (i preti vestono la loro uniforme, così come i giudici, gli avvocati, i farmacisti, i medici) o caratterizza una categoria (i ferrovieri, gli operatori di volo, i vigili del fuoco, le guardie forestali).

 

Ma proprio in questo senso di divisa, l’uniforme divide e separa le persone in interni ed esterni, in appartenenti ed estranei. Invece che uniformare chi la indossa, diventa una nuova pelle che qualifica un’appartenenza: rende l’uniformato parte di una congrega, spesso in contrasto o in competizione con le altre.

 

Da un punto di vista linguistico, il termine uniforme appare non poco equivoco. Se nella sua funzione di aggettivo, infatti, esprime il senso della semplicità e della linearità espressiva di ciò che viene definito uniforme, come sostantivo separa, distingue, divide e qualifica il senso dell’uniformità escludente. Uniforma l’incluso per separarlo dall’escluso, ovvero include nei modi dell’esclusione.

 

Ma non è tutto, perché la storia evolutiva di questo termine nasconde altre sorprese. Dall’aggettivo uniforme dipende infatti anche il sostantivo uniformità, inteso come l’essere uniforme, conforme, mediano, ch’è oggi il carattere distintivo della società tecnologico-capitalista. Il potere economico – che condiziona anche la cultura – uniforma gusti, pensieri, bisogni ed estetica per massimizzare gli utili e ottimizzare la produzione.

 

omologazione

 

Addirittura il parlamento europeo, una delle massime tecnocrazie mondiali, legifera per uniformare la dimensione e il peso di frutta, cereali, ortaggi e dei vari prodotti della natura, da sempre liberi di svilupparsi, oltre il nomos, secondo il proprio codice genetico.

 

C’è anche chi surrettiziamente vorrebbe far credere che questa tensione a uniformare il mondo abbia un fine egualitario e democratico. Ma non è così. Perché chi per libera scelta o convinzione personale non si sottomette all’uniformazione viene escluso, emarginato e bandito dal circolo umano. L’uniformità tecnologico-capitalista è quindi anch’essa una divisa. È l’uniforme uniformante vestita dal soggetto ridotto a semplice acquirente, pronto a sottomettersi agli imperativi di generali, colonnelli, capitani e caporali dei mercati, che intimano loro – attraverso la pubblicità – cosa pensare e comprare, come vivere, amare e relazionarsi.

 

Il potere dispotico stravolge ogni parola in funzione del suo obiettivo primario, che consiste nell’incrementare il dominio sulle masse, costringendole a vivere in funzione della merce e della produzione. Questa consapevolezza consente di ammettere che oggi il termine uniforme è inservibile sia come sostantivo che come aggettivo. Se si vuol vivere una vita degna e soprattutto rispettosa delle libertà altrui, è necessario prendere le distanze dall’uniforme e vivere costituendo relazioni buone, che danno vita a realtà pluriformi. Ovvero: se l’uniformità del nostro tempo costringe la poliedricità umana a ridursi ad una forma, dovremmo ribellarci a questo sopruso per manifestare in noi stessi tutte le forme.

 

Non si tratta, quindi, di vivere la nostra vita, ma si tratta di vivere la vita di tutti. Non di pensare con la nostra testa, ma di pensare con la testa di tutti. Si tratta di vivere e pensare nella forma della convivialità.

Perciò è necessario abituarsi al dissenso, sottrarsi alla divisa, ovvero vivere in comunione con la natura e con gli altri, rifiutando di di-vidersi dal contesto in cui si vive sottomettendosi a voleri eteronomi, che coartano la libertà dei singoli in vista della crescita economica e produttiva, ch’è solo crescita di merci ma non di benessere.

 

Cfr. M. Cortellazzo – P. Zolli, Il nuovo etimologico, Zanichelli, Bologna 1999, p. 1767.

 

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