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5 Feb 2018

Ripartire dalle teste di rapa!

Il Piemonte è ricco di tradizioni culinarie costruitesi spesso in territori marginali, altrimenti dimenticati. Oggi approfondiamo la coltivazione della rapa bianca di Caprauna, presidio Slow Food, coltivata - tra gli altri - dai ri-abitanti de "l'Isola di Capraunica", progetto di recupero di un borgo abbandonato ormai in atto da due anni.

In un precedente articolo vi abbiamo raccontato la storia di Luca e Vittoria, i ragazzi che hanno deciso di ripopolare un borgo semi-abbandonato tra Piemonte e Liguria creando l’Isola di Capraunica, progetto teso a ribatirare questi luoghi, innestando un mix di antiche tradizioni agricole e moderne tecnologie, condite da eventi culturali e attenzioni alimentari.

Tra le attività proposte dai ri-abitanti anche la coltivazione della rapa bianca, presidio Slow Food. Questo prodotto, nel nostro immaginario, è costantemente svilito e deriso, fino a diventare sinonimo di scarsa intelligenza. In realtà, se coltivato e cucinato con attenzione, si rivela un prodotto dal sapore originale, nonché… Buono!

Per saperne di più vi proponiamo quanto ha scritto proprio in questi giorni Carlo Bogliotti prima su La Stampa e poi sul sito di Slow Food.

“Questa settimana prendiamo in considerazione le rape, le tanto bistrattate rape, così poco di moda. Così fané che costano un’inezia, ma che tuttavia qualche soddisfazione in cucina la possono regalare, grazie al loro sapore particolare, meglio se più tendente al piccantino.

Non sono un gran prodotto dal punto di vista nutrizionale e forse anche per questo ci è venuto facile dimenticarle e abolirle quasi del tutto dalla nostra dieta, ma perché non riscoprirle per mangiare più variegato e magari ragionare sul supporto a piccole economie di territori difficili e marginali? Per esempio c’è un bel Presidio Slow Food a Caprauna, piccolo paese in provincia di Cuneo al confine con la Liguria, abitato da non più di 130 anime con l’età media di oltre 60 anni. Qui, vasti terrazzamenti con muretti a secco ci parlano di quando si coltivavano grano, orzo, segale e avena a 900 metri sul livello del mare. Per prepararsi ai mesi freddi era consuetudine seminare le rape in estate, dove erano state lasciate le stoppie del grano.

Questa semina, unita a terreni ricchi di calcio e concimati con il letame, a un clima mai troppo caldo o arido, consentiva alle rape di diventare particolarmente buone, grandi, dolcissime. Soprattutto quelle a pasta gialla. Oggi il Presidio le ha recuperate, assieme alla tutela dei terrazzamenti. Le rape di Capraùna si raccolgono ancora a gennaio e meritano una gita da quelle parti. Se non le trovate sostituitele pure con rape più comuni, sempre locali, e poi scatenate la fantasia in cucina: una calda minestra rape e patate, un più sostanzioso rape e salsiccia, oppure una ricetta “moderna”, che prevede la realizzazione di una crema (rape cotte a vapore, immerse in brodo e con una noce di burro, poi passate al mixer) a cui aggiungere dei chicchi di amaranto cotti come tanti piccolissimi pop corn”.

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