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26 Feb 2020

Perché fa paura (solo) il coronavirus? Cronaca dell’emergenza al nord

Scritto da: Lorena Di Maria

A Torino, come in diverse città del nord, il coronavirus è diventato protagonista indiscusso della vita quotidiana. Partendo dalla situazione in Piemonte, vi proponiamo il resoconto di quanto sta accadendo per riflettere sulla diversa percezione delle emergenze che ci troviamo a vivere.

Mi trovo all’aeroporto Sandro Pertini di Caselle, di ritorno da un viaggio di lavoro. Sono stata fuori solo qualche giorno eppure, rientrando, ho l’impressione di non trovarmi nella stessa città che avevo lasciato. Proseguo verso l’uscita insieme ai passeggeri del mio viaggio e, scendendo da una scala mobile, mi ritrovo bloccata in una coda insolita. “Controlli sanitari” leggo su un cartello affisso al muro.

Giusto, sono i controlli della temperatura corporea, quelli che, da qualche settimana a questa parte, sono stati estesi a tutti i passeggeri di voli europei e internazionali in arrivo negli aeroporti italiani per monitorare casi sospetti di coronavirus. Si tratta di un semplice controllo eppure intorno a me il clima è teso. Un bambino si mette a piangere in mezzo al silenzio dei passeggeri, intenti a osservare due uomini con le mascherine che effettuano le misurazioni. Poi un ragazzo accanto a me riceve una telefonata, probabilmente da un amico che sta domandando il motivo del suo ritardo. Stretti l’uno accanto all’altro non posso non ascoltare la sua conversazione e a un certo punto una sua affermazione mi fa venire un brivido. «C’è il panico qua… c’è il panico».

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Arrivato il mio turno eseguono i dovuti controlli e mi fanno cenno di proseguire. Pare che al momento l’abbia scampata. Ma le parole di quel ragazzo mi rimangono impresse nella mente.

Come fa un virus a cambiare la città? O meglio, come riesce la paura a cambiare la città? Quando arrivo a Torino qualcosa è davvero cambiato. Sono i discorsi della gente, per strada, alla fermata del pullman, sui social. Si parla solo di questo.

Dopo i primi casi di contagio in Lombardia, Veneto e Piemonte, le lezioni nelle scuole sono sospese, le aule studio inagibili, le palestre e i musei chiusi. Nelle poste niente più code, i molti eventi pubblici cancellati. Per non parlare degli effetti sulle attività commerciali. Alcune di queste hanno visto i propri incassi dimezzati come negozi o ristoranti, altre sono state presi d’assalto per fare scorta di prodotti alimentari, come nel caso di alcuni supermercati. Gli hotel poi hanno subito disdette. E se prima ci si ritrovava nei bar a leggere il giornale e fare due chiacchiere, ora l’argomento di conversazione è sempre lo stesso.

Proprio a questo punto mi viene da pensare che più del contagio in sè, a spaventarmi è la paura che vedo nelle persone. Quella paura generalizzata che crea eccessivi allarmismi e diffonde false informazioni. E se è vero che è indispensabile informarsi da fonti attendibili, prendere le giuste precauzioni e far riferimento alla competenza dei medici e degli esperti, è anche vero che è necessario interrogarci sul rapporto tra i reali rischi per la salute e quelli percepiti.

In Italia sono al momento undici le morti da coronavirus e quasi tutte, al momento, nel nord Italia. Ma secondo il Ministero della Salute, come la maggior parte di noi saprà (perchè sul coronavirus pare che siamo diventati tutti degli esperti) circa l’80% guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali, rappresentando la stragrande maggioranza. Ma se paragoniamo questi dati a quelli dell’inquinamento, altra emergenza che ci troviamo a vivere tutti i giorni, specialmente in Piemonte e nel nord Italia, il confronto non regge.

L’Italia, terzo paese al mondo per numeri di contagio da coronavirus, è allo stesso tempo il primo paese dell’Ue per morti premature da biossido di azoto (NO2, 14.600), ozono (O3, 3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600), come ci riportano le analisi dei rilevamenti dell’Agenzia europea per l’ambiente (Aea). Inoltre, due milioni di italiani vivono in aree che sforano sistematicamente i limiti di legge per i principali inquinanti atmosferici proprio come nel caso della Pianura Padana. 

E a questo punto ritorniamo a parlare del nord, dove città come Torino, Milano, Pavia riportano i valori di inquinamento tra i più alti di tutto il Paese ma per questa drammatica situazione, di cui siamo a conoscenza da lungo tempo, nessuna corsa disperata alla ricerca di mascherine, nessuna corsa verso particolari misure emergenziali ma solo rassegnazione da parte dei cittadini che in molti casi la vivono come una situazione ineluttabile, una causa persa.

E proprio qui, in Piemonte, non piove ormai da mesi, con temperature quasi estive dietro le quali si nascondono i veri effetti di un cambiamento climatico a cui ci siamo assuefatti, vissuto come se questa lotta si potesse rimandare all’infinito e considerata ormai un’abitudine più che un’emergenza da fronteggiare.

I valori delle morti per inquinamento in Italia sono imbattibili eppure la percezione dei danni è ancora troppo “lontana da noi” e poco percepita per farci realmente preoccupare. Quello del coronavirus è un caso, non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo. È certamente un’emergenza ma è importante dare ad ogni cosa il giusto peso.

E in questo discorso è importante fare una riflessione su come mezzi di informazione in Italia stanno affrontando il racconto del coronavirus. Proprio come ci ha raccontato Andrea Degl’Innocenti nella sua rassegna stampa di ieri, «l’epidemia sembra aver messo a nudo il volto peggiore del giornalismo in Italia, quello che sembra essere costantemente in cerca di disgrazie attaccandosi alle notizie non verificate o palesemente false bombardando le persone». Come Andrea ci ricorda, il problema non è che se ne parla ma come se ne parla. Il compito di chi fa informazione dovrebbe essere quello di riportare a una visione che sia il più possibile razionale della situazione senza instillare nuove paure, dubbi, sospetti. 

Sandro Formica, docente universitario presso la Florida International University di Miami ed esperto di Felicità, ci spiega che la psicosi da coronavirus si può fermare, recuperando l’autoconsapevolezza. «Ricordiamo che la paura è un’emozione spesso avulsa dalla realtà, da imparare a riconoscere e gestire e continuiamo, per quanto è possibile, a coltivare pratiche quotidiane di Felicità come se essa fosse un muscolo».

In particolare, Formica suggerisce alcuni consigli per coltivare l’autoconsapevolezza, come evitare l’aggiornamento continuo di notizie allarmanti, continuare a vivere la propria routine ed essere consapevoli delle proprie paure, recependole per quello che sono: proprie personali manifestazioni emotive. Sulla stessa linea di pensiero è il poeta e scrittore Franco Arminio che ha stilato un vero e proprio “Decalogo contro la paura“, trasmettendo un messaggio di responsabilità personale nell’affrontare l’emergenza coronavirus.

Perchè in fondo, come sostiene Sandro Formica, «dappertutto si parla di aspetti oggettivi, tassi di pericolosità e mortalità del coronavirus, in questo frangente così delicato gli aspetti soggettivi sono altrettanto importanti. Smettiamola di essere semplici vittime e ritorniamo ad essere protagonisti della nostra vita».

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