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1 Apr 2020

“Vogliamo ringraziare l’Italia”: i ragazzi migranti cuciono le mascherine

Scritto da: Lorena Di Maria

È un messaggio di solidarietà e di ringraziamento quello di un gruppo di ragazzi migranti di Domodossola che da giorni è al lavoro per fabbricare e confezionare mascherine che verranno utilizzate dagli operatori socio-sanitari, dalle forze dell’ordine e dai volontari che stanno operando con impegno in questa emergenza. Perché l’Italia li ha accolti e loro vogliono restituire il favore per lottare insieme in questa battaglia che è di tutti.

Uscire integri dall’emergenza coronavirus è difficile, richiede uno sforzo individuale e allo stesso tempo collettivo che ha un forte bisogno del contributo di tutti. Questo è ciò che ci insegna la vicenda di Sekou Kone e Moussa Fané, due richiedenti asilo originari del Mali che hanno deciso di cucire, una per una, le mascherine necessarie per affrontare questa emergenza, perché si sentono felici di dare una mano all’Italia, proprio quell’Italia che in passato gli ha dato la possibilità di ricominciare una nuova vita e che loro non hanno mai dimenticato.

Così a Domodossola, all’interno del progetto di accoglienza condotto dall’Associazione 20.01 si sono organizzati in totale autonomia per dire “grazie” a quell’Italia che li ha accolti, si è presa cura di loro e gli ha dato un futuro. Nelle settimane passate sono procurati il materiale per la fabbricazione delle mascherine artigianali da alcune aziende della zona, come nel caso degli elastici e da alcune volontarie che hanno fornito loro il cotone. E si sono messi all’opera, con la certezza che insieme si può fare di più.

Come ci spiega Marco Olzeri, presidente dell’associazione che gestisce il progetto di accoglienza, i ragazzi hanno in programma di fornire il loro supporto fino alla fine dell’emergenza. E questo perché le richieste sono tante. Coloro che ne usufruiranno sono infatti gli operatori sanitari e il pubblico ufficiale locale, i cittadini che necessitano di svolgere commissioni quotidiane fuori dalla propria abitazione o gli operatori delle strutture che gestiscono il progetto di accoglienza e che sono impegnati nella consegna della spesa a domicilio.

Dalle parole dei ragazzi emerge poi uno dei lati più belli di questa vicenda, che parla di fratellanza e umanità, nonostante la paura e il clima di totale incertezza che ci troviamo a vivere giorno per giorno. «Stiamo vivendo tutti una situazione molto difficile e un po’ strana. Siamo anche preoccupati per le nostre famiglie in Mali, però stiamo provando nel nostro piccolo a fare la nostra parte. Abbiamo fatto più di cento mascherine in una settimana per i volontari dell’Associazione 20.01 e per gli operatori del Ciss (Consorzio Intercomunale Servizi Sociali Ossola). Non sappiamo quante ne faremo ancora ma vogliamo dire che siamo pronti ad aiutare tutti fino a che ci sarà l’emergenza. Vogliamo ringraziare questo paese e in particolare tutta la cittadinanza di Domodossola, i volontari e il Ciss e ci auguriamo che presto temini l’emergenza».

Visto che la richiesta di mascherine sul territorio è alta, al “laboratorio” si sono uniti in un secondo tempo anche i ragazzi di Casa Letizia e Casa Rosa, altre due strutture di accoglienza della Val D’Ossola, che, trascinati dalla generosità e dalla voglia di fare di Moussa e Sekou, si sono attrezzati con alcune macchine da cucito per contribuire e aumentare la produzione. Perché, oltre alle mascherine, sono state richiesti altri accessori come ad esempio i grembiuli, necessari per gli operatori sanitari.

Immagine di repertorio dell’Associazione 20.01

«Sekou e Moussa erano sarti in Mali». Ci spiega Marco Olzeri. «Qui in Italia hanno avuto la possibilità di perfezionare la loro arte attraverso lo svolgimento di corsi di cucito che abbiamo organizzato all’interno dell’associazione e ora, in presenza di questa emergenza sanitaria, hanno deciso autonomamente di utilizzare le abilità apprese per dare il proprio contributo.

Il loro gesto è un segnale importante che ha visto da subito una risposta positiva da parte della popolazione del luogo. E acquisisce un valore ancora più grande per dei territori che, in questi anni, hanno vissuto l’immigrazione con difficoltà.

«Si tratta di un messaggio che ci insegna l’importanza di creare una comunità più giusta e unita e mi auguro che sia un segnale positivo che ci possa lasciare nuovi insegnamenti al termine di questo periodo difficile. Ciò che mi ha colpito maggiormente è vedere i ragazzi contenti di poter restituire, anche se in piccola parte, quello che il Paese e la sua accoglienza gli hanno offerto fino ad oggi».

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