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5 Mag 2020

Antonio Scaglione: il liutaio calabrese che costruisce strumenti pregiati

Scritto da: Paolo Cignini
Intervista di: Daniel Tarozzi
Video realizzato da: Paolo Cignini

Antonio Scaglione è un liutaio di Acri, in Calabria, nel cuore della Sila. È stato un allievo di Vincenzo, uno dei maestri liutai appartenuto alla famiglia De Bonis, che dal 1600 crea strumenti musicali rispettando l’antica tradizione. Vi raccontiamo la sua storia personale, fatta di dedizione e passione per una tradizione unica, che rischia oggi di perdersi.

Sulla particolare emozione che si prova nell’entrare in una bottega artigiana sono state scritte centinaia e centinaia di parole, talmente tante che spesso si rischia la retorica. Eppure queste sensazioni sono vere. Si tratta di quel misto di romanticismo e nostalgia che anche noi abbiamo provato entrando nel laboratorio del liutaio Antonio Scaglione, in quella terra che durante il nostro viaggio si è rivelata a noi piena di sorprese e di storie curiose: la Calabria.

Siamo ad Acri, nel cuore della Sila: la nostra guida del posto e amica Cristiana Smurra ci introduce Scaglione come uno degli allievi del maestro liutaio Vincenzo de Bonis, scomparso nel 2013. La famiglia De Bonis è una vera e propria dinastia di liutai, originaria di Bisignano, a circa quindici chilometri da Acri. «Dal 1600 costruiscono strumenti musicali senza interruzione – ci spiega Scaglione – rimanendo assolutamente fedeli ai sistemi costruttivi classici di allora». Una tradizione caratterizzata dalla fabbricazione degli strumenti musicali a mano, dall’utilizzo di solo legno e di materiali naturali per la costruzione.

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Fin dal nostro ingresso nel suo laboratorio, Antonio è un fiume in piena. Ci mostra ogni angolo del suo mondo, fatto di colle naturali, resine, stufa a legna per modellare le forme degli strumenti musicali e tutti gli attrezzi necessari a lavorare e modellare lo strumento nascente.

«La passione per la falegnameria ce l’ho da quando sono bambino –  ci racconta Antonio – frequentavo una bottega di un falegname che era vicino alla casa dove vivevo. Da sempre sono anche uno strimpellatore e un appassionato di chitarra, ma per lavoro ho cominciato facendo altro altro: insieme a mio padro realizzavamo pavimenti e rivestimenti per le case».

Nel 1994 la ‘svolta’: la Regione Calabria, insieme alla Comunità Europea e al Comune di Bisignano, organizzò un corso per la costruzione della chitarra classica, e la cattedra fu affidata proprio a Vincenzo de Bonis. In questo corso, finito nel 1996, Antonio apprese direttamente da De Bonis i segreti e le tecniche per costruire lo strumento. Da allora, la sua vita è cambiata completamente: «Nel 1997 ho iniziato a lavorare come liutaio. Io conoscevo già il maestro De Bonis, ma dopo il corso è nata una vera e propria amicizia, che mi ha permesso di frequentare la sua famiglia e il suo laboratorio negli anni successivi».

Fu così che Scaglione ha gradualmente acquisito le necessarie abilità per costruire altri strumenti musicali, oltre la chitarra ora costruisce strumenti musicali ad hoc per musicisti che glielo chiedono, e nel video che vi presentiamo possiamo ammirare una parte della sua sapienza e il suono di alcune delle sue creazioni.

«La grande qualità che ha reso inimitabile la famiglia De Bonis nella costruzione degli strumenti è quella di aver sviluppato un metodo unico. La tecnica è la stessa che si utilizzava nel seicento, è il tipico metodo italiano. Esistono diversi costruttori di chitarre in Italia, ma molti oggi utilizzano il metodo spagnolo, un’altra modalità di lavorare lo strumento. Alcuni inoltre utilizzano anche materiali sintetici per la costruzione degli strumenti. Esistono delle chitarre oggi chiamate ‘Double Top’: sono una specie di panino, dove una parte dello strumento è costruito in legno, mentre un’altra è fabbricata in fibra di carbonio e nomex. Vengono spesso utilizzate, in questo metodo di costruzione, colle sintetiche e resinose. Si tratta di un altro sistema rispetto a quello utilizzato dai De Bonis, che avvantaggia la potenza del suono a discapito della qualità dello stesso. Nel metodo italiano tutto viene fatto a mano, è un metodo molto più preciso e ti permette di lavorare sulla forma interna dello strumento».

Una tradizione che, come ci spiega Cristiana Smurra uscendo dal laboratorio, merita di essere raccontata perché rischia di scomparire: «È nostro compito cercare di raccontare queste storie e tutte le storie degli artigiani e dei produttori della nostra terra, per preservare, trasmettere e tutelare queste esperienze fatte di passione ed impegno».

Mentre camminiamo per ripartire alla scoperta di nuove esperienze da raccontarvi, ci tornano in mente le ultime frasi di Antonio: «Ci vogliono circa due mesi per costruire una chitarra, così come ci vuole perseveranza nel rendere questa passione un lavoro vero e proprio. Io alla fine ce l’ho fatta, con impegno e dedizione costante. Il risultato finale è la parte più emozionante del mio lavoro: quando metti le corde alla fine, ti rendi conto che ogni strumento che hai costruito ha la sua voce e la sua particolarità, il suo carattere peculiare che si percepisce attraverso il suo suono. È come un figlio, a cui tu dai forma e carattere».

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