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23 Set 2020

Glori: The Place To be, il borgo dove rinasce la comunità e si recuperano le terre – Io faccio così #300

Scritto da: Daniel Tarozzi
Intervista di: DANIEL TAROZZI, EMANUELA SABIDUSSI
Montaggio di: PAOLO CIGNINI

“Una comunità di persone tenaci e sognatrici che porta avanti la sua quotidiana battaglia per preservare la bellezza del territorio in maniera comunitaria e sostenibile”. È così che si presentano gli abitanti di Glori e promotori di Glori: The Place to be, progetto di recupero e ripopolamento di un antico borgo dell'Alta Valle Argentina nell'entroterra ligure, che anche grazie alla sinergia con chi già abitava quel luogo sta funzionando in modo esemplare.

Di Glori abbiamo già parlato nel nostro giornale circa un anno fa. Eppure ho sentito il bisogno di andare di persona a incontrare i fondatori di questo progetto e di farmi raccontare nuovamente la loro storia, anche in video. Perché? Perché l’Italia è piena di progetti di ripopolamento di borghi abbandonati, ma in pochi stanno avendo risultati così concreti in tempi così brevi e senza particolari capitali da investire. Il tutto, peraltro, sta avvenendo nell’entroterra ligure, in una valle/montagna non troppo lontana da quella in cui ho scelto di vivere io e questo ovviamente mi incuriosiva ulteriormente.

Inoltre, i segnali. Già i segnali che a volte la vita ti dà sono inequivocabili. Da qualche settimana la redazione mi aveva inoltrato una mail in cui Matteo Filippone ci invitava a tornare a visitare Glori. Nel frattempo, in una pigra giornata estiva siamo finiti quasi per caso a visitare il comune più grande vicino Glori, Mulin di Triora, e lì ci hanno invitato a vedere Glori. Infine, sempre in piena estate, e sempre “per caso” scopro che dopo il nostro articolo di un anno fa, una ragazza ha deciso di trasferirsi proprio a Glori… Insomma, non potevo rimandare la visita!

Ed eccomi, insieme ad Emanuela, a metà settembre giungere all’ingresso di questo paesino in provincia di Imperia, nella valle argentina, a 500 metri sul livello del mare. Lasciamo la macchina e subito incontriamo “IL” bar del Paese, in cui troviamo Matteo, Luca Papalia e altre persone di diversa età e provenienza. Ci mettiamo a parlare e non smettiamo più per diverse ore.

Una volta accesa la telecamera Luca e Matteo ci raccontano nuovamente la loro storia. Allora, prendetevi una pausa dalla lettura e guardate il video. Questo, che trovate proprio sotto queste parole.

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I primi passi
Come si evince dal video, l’idea di ripopolare questo borgo viene a Luca nel 2014. Glori superiore – minuscola borgata che si trova sopra a Glori – gli ha “rapito il cuore” al primo incontro. Luca ha quindi iniziato a cercare una casa in affitto e ha avuto una visione, quasi una certezza: il paese sarebbe stato interamente ripopolato e recuperato. Ha quindi iniziato a conoscere la gente del posto per capire chi erano i proprietari delle terre e delle case e così, nel giro di poco tempo, sono cominciati ad arrivare i nuovi riabitanti.

Ecco, dopo otto anni di incontri per i vari angoli dell’Italia posso dirlo. La differenza tra i progetti di ripopolamento di borghi che funzionano e quelli che non funzionano spesso è data da questo primo passo: la relazione con chi già vive in un determinato spazio. Luca ha subito cercato di instaurare un rapporto con loro, ha aiutato la proloco del posto, ha partecipato alle feste, ha socializzato con la gente del paese, ha “lavorato” con loro. «Dopo un po’ – ci racconta – la gente del paese ha cominciato a vedere che non facevamo nulla di strano e a fidarsi di noi. Ha capito che volevamo soltanto riabitare un posto e farlo in maniera educata ed ecologica».

Luca ha avuto la visione, ma – come detto – presto sono arrivate altre persone. Tra esse, nel 2016, un anno dopo il trasferimento di Luca, arriva Matteo con la scusa – ci confida – di comprare un rudere: «Io e la mia famiglia eravamo in cerca di un luogo da poter ristrutturare per creare una piccola fattoria dell’autosufficienza, per cui abbiamo iniziato a frequentare Glori per tutto il 2015/2016 ma è stato solo nel 2016 che abbiamo scelto di investire anche a livello progettuale in quello che era un sogno di Luca e che è diventato poi il sogno di tutti».

Foto di Indigo Photography

Glori the place to be
È nato così Glori the place to be: «Inizialmente era quasi uno scherzo tra due amici – continua Matteo – una pagina Facebook per divulgare le piccole iniziative che facevamo in campo turistico con la proloco di Glori, come i mercatini di scambio che abbiamo iniziato a sponsorizzare sul web. C’è stata una fase embrionale durata dal 2017 al 2018 in cui pubblicavamo i fatti nostri, e tutte le cose che facevamo come l’azienda agricola Cloris – nata sempre da una idea di Luca – e l’azienda agricola Biodiversamente di Federico Guadalupi, un altro ragazzo che si è aggregato al progetto. Nell’estate 2019, quando la pagina ha preso piede, l’aspetto fantasioso e spontaneo ha assunto un aspetto più progettuale, e abbiamo fondato un’Associazione di Promozione Sociale, con cui abbiamo anche realizzato un cortometraggio che si chiama “Orizzonti” e che racconta la nostra storia fino a quel momento».

Sì fino a quel momento, perché nell’ultimo anno c’è stata un’autentica “esplosione” del progetto. Nel 2019, infatti, erano 9 nuovi abitanti a Glori (un numero non banale per borghi di queste dimensioni), ma l’anno successivo i nuovi abitanti erano 22, di cui 6 bambini, tutti accomunati dalla voglia di prendersi cura di questo luogo.

Matteo racconta: «Glori è il luogo in cui abitiamo e in cui ognuno sviluppa in maniera autonoma e familiare le proprie passioni. “The place to be” è un nome che nasce in modo abbastanza casuale, racconterei una bugia se dicessi che c’è una grande storia dietro. Io e Luca veniamo da grandi viaggi esteri, ci siamo conosciuti in Australia, la lingua inglese, quindi ci ha influenzato. Cercavamo un modo accattivante e un po’ giocoso e scherzoso di considerare il luogo, che facesse da catalizzatore. Se passi da Glori non puoi fare a meno di fermarti. È quello che vedeva Luca fin dall’inizio; mi diceva che dovevo assolutamente fermarmi e comprare qui un rudere. Vedessi – diceva – ci sono castagni, vigne, terrazzi… i posti sono speciali come tanti altri in Liguria, ma è veramente un buon posto per essere».

Foto di Indigo Photography

Luca aggiunge: «Ero convinto di ciò che avevo “visto” con la mia fantasia. Desideravo che il paese si ri-occupasse, volevo recuperare questo luogo fantastico, queste terrazze, questa architettura, anche semplici ponti, tutto murato a secco. Opere d’arte che non potevo lasciare lì, così l’entusiasmo mi ha preso e cercavo di fare qualsiasi cosa. Parlavo con la gente, cercavo di convincerla che l’idea era giusta e buona. Pian piano anche gli autoctoni più resistenti hanno cominciato a fidarsi, poi è arrivata la prima famigliola con un bambino nato a Glori non so dire dopo quanti anni, poi un’altra coppia, poi Matteo e Elisa con Miro e ora anche Fiume e così un po’ per scherzo e gioco… Avevo una certezza che sarebbe accaduto ma non ero sicuro, era una certezza/non certezza, mi chiamavano il matto, poi il pioniere, alla fine lo sapevo ma non ero sicuro e quindi me la sono goduta tanto».

«Tra i frutti del progetto di ripopolazione di Glori un ruolo fondamentale lo ha giocato il bar-ristorante», ci dice Matteo. Fino a pochi anni fa al suo posto sorgeva un agriturismo legato ad una azienda agricola, che era però aperto solo il sabato e la domenica e di conseguenza non offriva al Paese un servizio sufficiente per poter essere un punto di aggregazione e scambio per chi vive lì tutto l’anno. Nel momento in cui i proprietari dell’agriturismo hanno deciso di cambiare vita e chiudere l’attività Luca e Matteo hanno diramato un appello sulla loro pagina facebook e sono arrivati Sara e Vincenzo – lei di Milano e lui di Pozzuoli – che presto sono diventati la 10ma e 11esima persona a trasferirsi in paese».

Nell’estate post-covid l’attività è andata molto bene a dimostrazione che l’offerta montana e le possibilità turistiche ci sono. Il bar è stato anche il trampolino di lancio per la socialità di paese, per legare persone dalle provenienze più disparate e le persone del posto, i proprietari delle seconde case. Glori è così diventato «questo calderone umano» che prima era dedito a una socialità più individuale.

Foto di Indigo Photography

Terre e muri a secco
«Gli anziani – ci racconta Luca – mi hanno insegnato a coltivare il fagiolo tipico di qui, la muneghetta, con un sistema di irrigazione antico. Qui ci sono i pozzi e gli ortaggi si bagnano infatti utilizzando il sistema detto “per allagamento”. Un metodo bello, scenico e romantico. Ho fondato un’azienda agricola per recuperare i terreni e la ricerca dei proprietari si è infittita; adesso abbiamo una mappatura dei terreni e i proprietari sconosciuti sono pochissimi. Aiutiamo e diamo supporto a chi arriva e vuole coltivare un po’ di terra, o vuole aprire un’altra attività di coltivazione di erbe aromatiche, o altro. A Glori superiore, per esempio, ho cominciato a coltivare lavanda e Federico – arrivato prima di me – ha già coltivato 6000 metri di lavanda».

Matteo, invece, si è appassionato di muri a secco. «Glori non è la mia prima esperienza di vita: mi sono affacciato a questo mondo agricolo e montano anni prima. Dopo gli studi, la mia formazione di marketing e scienze della comunicazione, anche io a 21 anni ho scelto di vedere se il giardino del vicino fosse davvero più verde, e sono finito in Australia. Lì, dopo tanti anni di viaggi e lavori e esperienze normali, ho conosciuto la permacultura che è stato per me il ponte, la scusa, per affacciarmi a un altro modo di vivere. Ho avuto il privilegio di poterla studiare e poi applicare nella rete del wwoofing, e una volta rientrato in Italia non potevo abbandonare questi interessi che avevano cambiato il mio paradigma di vita. Sono quindi andato a Torri Superiore e qui cui Massimo Candela mi ha segnalato – tra le altre cose – l’ecovillaggio Basilico che ora è APS Coricelli. Con Luca siamo andati a vivere 2 anni in questo ecovillaggio, e qui ho scoperto la pietra.

Abbiamo lavorato in un casolare, non avevo conoscenze né esperienza agricola manuale artigianale, nulla. Abbiamo ristrutturato una casa, e Marco ci ha iniziato all’edilizia a secco, che poi è diventata un’ossessione!».


Con il crescere del numero degli abitanti sono arrivate anche le prime difficoltà nella gestione delle relazioni, ma Luca e Matteo sembrano essere sereni rispetto a ciò. Non voglio realizzare una “comune”, ma un progetto condiviso, mosso da un sogno comune. Ciò permette loro di vivere la propria individualità in modo autonomo, senza troppo investire nella ricerca di metodi di confronto strutturati.

Foto di Indigo Photography

Matteo: «Un esempio di attività che sviluppiamo collettivamente è la pulizia dei sentieri e la rivalorizzazione di alcuni sentieri ormai persi nella vegetazione selvatica. Questo è un ottimo esempio di come l’interesse individuale di ogni singola persona, di ogni famiglia che vive a Glori e ama il posto in cui vive, converge in una azione collettiva lavorativa sviluppata dalla associazione che può fare da interfaccia giuridica nell’avere permessi e in termini anche assicurativi per chi lavora o sviluppa l’attività».

«Da quest’anno – aggiunge Luca – siamo riusciti ad unire più proprietari di alberi d’ulivo e abbiamo iniziato a lavorarci in gruppo, ognuno con la sua forma di scambio, dando vita a l’uliveto comunitario. Ripuliamo i terreni per far tornare produttivi gli alberi d’oliva e produrre l’olio. L’osteria locale usa questi prodotti, ma nel frattempo fa da mangiare a chi ci lavora, in un ottica di scambio non agricolo. Insieme possiamo farcela!».

E i risultati sembrano dargli ragione. Sono arrivati i riconoscimenti pubblici, compreso il premio “Voler bene all’Italia” che hanno vinto nel periodo del lockdown e ha dato una ulteriore rilevanza mediatica nazionale al progetto. Ma alla base di tutto ci sono loro, Luca, Matteo e gli/le altri/e riabitanti di Glori. Glori, the place. Glori the place to Be.

Per vedere l’intervista integrale clicca qui.

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