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29 Set 2020

Genova e “Il ponte silenzioso”. Riflessioni di due anni dopo

Scritto da: Valentina D'Amora

Nato dal desiderio di fare qualcosa di concreto, ma durevole, per un territorio lacerato, nel tempo questo libro è diventato uno strumento di elaborazione psicologica della tragedia, ma anche di finanziamento di due progetti locali rivolti ai bambini e ai ragazzi della Valpolcevera.

Ripercorrere la storia di questo libro non è semplice. Quando è crollato il ponte Morandi mi trovavo in campagna da un’amica, in Val Borbera: un luogo di silenzio e di pace, dove si chiacchiera coi vicini di casa, si aspetta l’apertura del piccolo bar del paese e si gioca a ping-pong e volano. E dove i cellulari non prendono. Il posto perfetto per un ferragosto lontano dal caos.

La notizia del crollo ci arriva da una chiamata sul telefono fisso, unica nostra finestra sulla “realtà”. Ricordo la corsa in paese a chiedere informazioni agli altri abitanti. «Mia moglie è infermiera – ci spiega uno dei vicini di casa – l’hanno chiamata subito dall’ospedale San Martino, è in viaggio proprio adesso. La situazione è drammatica, ma si sa ancora poco». Era poco dopo mezzogiorno. Difficile descrivere quelle sensazioni. Credo che “smarrimento” sia un termine sufficientemente vago da raccogliere la paura, la confusione e l’incredulità che ci ha investito in quei minuti e nei giorni successivi.

Foto di Serena Russo

Dal giorno del mio rientro a Genova, il 18 agosto, con la mia bimba di appena un anno in braccio, continuava a ronzarmi in testa una domanda: cosa posso fare di concreto per la mia città? E poi: come si può tenere traccia di tutte le reazioni sull’accaduto e trovarle in un unico posto?

Da lì, l’idea di dare vita a un “libro – diario”, completamente solidale, a sostegno di progetti sul territorio. Ho iniziato così a raccogliere testimonianze di ogni tipo, soccorritori, sfollati, abitanti di Certosa, sopravvissuti. Settimana dopo settimana, i pensieri si accumulavano, fino a novembre, quando leggo un pensiero di Nadia Porfido, psicologa, che paragonava il ponte Morandi ad un arto fantasma. Questa immagine mi colpisce molto, la contatto per chiederle di donarmi le sue parole. Oltre a essere autrice di questa testimonianza, partecipa attivamente al progetto: cataloga tutte le testimonianze raccolte, per dare un “senso” a quel filo rosso che lega le storie che sono state inserite nel libro, percorrendo un ideale iter che tutti, in qualche modo, intraprendono durante un lutto o un evento profondamente spiacevole. 

Un modo per fornire strumenti di elaborazione a chi, esattamente come noi, ne era sprovvisto, pervaso da un senso di sbigottimento che non ci ha lasciato per diversi mesi.

Chi ha acquistato il libro sa che il ricavato è stato devoluto a Un villaggio per crescere, di cui abbiamo parlato qui, e Progetto 4G Giovani Generazioni in Gioco per la Governance, della cooperativa Coopssee, che ha coinvolto decine di giovani in attività di tutela del territorio, per la sua bonifica, manutenzione e valorizzazione.

In ultimo, “Il Ponte silenzioso” è un libro che parla di Valpolcevera, che qui è stato scritto e impaginato, da un grafico di Certosa, Matteo Pulina, che ha saputo rendere il bisogno di silenzio con una grafica pulita, ma loquace. E qui è stato stampato: la casa editrice KC, la prima tipografia ecologica in Liguria, oltre a stampare a basso impatto ambientale, porta avanti un progetto formativo che coinvolge i detenuti della Casa Circondariale di Pontedecimo, grazie alla collaborazione del Ministero della Giustizia.

E, a due anni di distanza dal crollo, ricevere il messaggio di un lettore che trova per caso questo libro e contatta l’editore per comunicargli la sua commozione e fargli i complimenti per il coraggio, mi dà ulteriore conferma che quell’idea che mi balenò in mente il 18 agosto per rendermi utile, pur non potendo distribuire fisicamente beni di prima necessità agli sfollati, fu giusta.

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