7 Giu 2021

Priorità alla scuola: la mobilitazione dal basso per il futuro dei nostri figli

Scritto da: Ezio Maisto

La scuola italiana è stata chiusa nel mese di marzo 2020 e da allora non ha mai riaperto del tutto. Che cosa è stato fatto – o non fatto – per evitare i disagi e le ripercussioni della DAD sugli studenti e le famiglie? Quanto le difficoltà del Sistema Sanitario Nazionale sono state scaricate sulla scuola? E soprattutto, cosa bisognerebbe fare adesso? Ezio Maisto ha intervistato Costanza Margiotta, prima firmataria del Manifesto di “Priorità Alla Scuola” pubblicato circa un anno fa e co-fondatrice di un movimento che è stato capace in poco tempo di unire tutti i soggetti attivi nella difficile lotta per una scuola più moderna, efficiente, sicura.

Didattica a distanza, scuola in presenza, modalità duale, distanziamento, aule a numero chiuso, corsie preferenziali per tamponi e vaccini. E poi ancora tracciamento, segnaposto, gel igienizzante, lavatevi le mani, non toccatevi il viso, quarantena, eccetera. Cosa è accaduto nel mondo della scuola da quando gli studenti di tutto il mondo si sono, loro malgrado, dovuti abituare a questi termini? Ne abbiamo parlato con Costanza Margiotta, prima firmataria del Manifesto di “Priorità Alla Scuola” pubblicato poco più di un anno fa e co-fondatrice del movimento omonimo.

48 anni, fiorentina, professoressa associata di Filosofia del Diritto all’Università di Padova, la Margiotta è stata già protagonista di primo piano, in passato, di diverse iniziative per la scuola. Con lei abbiamo ripercorso il cammino del Movimento Priorità Alla Scuola, che ha portato al pettine tutti i nodi mai sciolti dell’istruzione pubblica italiana, costringendo l’intero Paese a confrontarsi con la marginalità che di fatto riveste oggi la scuola nel complesso delle politiche pubbliche.

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Costanza Margiotta

Iniziamo dal principio.

All’inizio di aprile del 2020, dopo il primo mese di lockdown, un gruppo di genitori e insegnanti chiede e ottiene dal sindaco di Firenze la possibilità di una “mezz’ora d’aria” per i bambini, un modo per portare provocatoriamente l’attenzione sui minori, che le deroghe alla quarantena dei primi DPCM avevano sostanzialmente ignorato.

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Com’è nato poi il bisogno di farvi sentire anche su questioni più generali?

Da un lato abbiamo rilevato che la politica non aveva nessuna idea di come e quando riaprire le scuole una volta finito il lockdown; dall’altro abbiamo intuito fin da subito i danni che avrebbe potuto portare la Didattica A Distanza (DAD) se protratta nel tempo.

Come avete deciso di procedere?

Il 18 aprile 2020 il gruppo della mezz’ora d’aria ai bambini – che nel frattempo si era organizzato anche a Roma, Milano e a Faenza (RA) – scrive all’allora Ministra della Pubblica Istruzione una lettera dal titolo “Priorità alla scuola”, chiedendole di programmare fin da subito il ritorno in aula in tempi e modalità certe, almeno nel successivo anno scolastico. Non avendo ottenuto risposta, decidiamo di pubblicare sotto forma di petizione quella lettera, che finisce per diventare per noi un vero e proprio Manifesto.

È in questa circostanza che nascono i primi comitati?

Non ancora. Dopo aver raccolto più di 80mila firme, decidiamo di organizzare una manifestazione per il 23 maggio, subito dopo la fine del primo lockdown, a cui partecipano 20 città – qui abbiamo raccontato le iniziative svoltesi a Torino. Appena dopo, istituiamo i primi 20 comitati locali di “Priorità Alla Scuola” (PAS) e apriamo l’attuale pagina Facebook del movimento, oggi seguita da circa 30mila persone.

A quel punto l’iniziativa si diffonde in tutta Italia.

Sì. Il 25 giugno, alla seconda manifestazione nazionale, partecipano circa 60 comitati di altrettante città. Interessante sottolineare che molti dei nuovi comitati sono formati da gruppi già attivi per battaglie più o meno locali e che hanno visto in questo movimento una grande opportunità di aggregazione di tutte le istanze riguardanti il mondo della scuola.

Un motivo di grande vanto.

In realtà la cosa che ci ha reso più orgogliosi è che anche i CoBas prima e i sindacati confederali poi, si sono uniti a noi. Al punto da scendere in piazza tutti insieme il successivo 26 settembre, data della nostra terza manifestazione nazionale. Per chi non lo sapesse, erano vent’anni che CoBas e sindacati confederali non scendevano in piazza insieme.

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Lezione all’aperto della prof. Margiotta a Parco Appiano, Padova

Qual è il vostro presupposto ideale?

Siamo partiti dalla constatazione che la scuola ha perso di importanza per la società italiana. Non parlo solo della politica, mi riferisco anche alle famiglie e agli studenti.

Come mai, secondo voi?

Se si guarda alle somme investite nella scuola pubblica nell’ultimo decennio e all’immobilismo con cui si sono affrontati i suoi problemi atavici, si capisce che viviamo in un paese che non valorizza l’istituzione ed è chiaro che poi anche nella società civile quell’istituzione perde il suo rilievo.

La vostra missione è quindi ridare centralità alla scuola pubblica, giusto?

Esatto. Sbaglia chi pensa che PAS abbia una valenza limitata al tempo della pandemia e delle restrizioni. Perché è vero che è necessario trovare il modo per riaprire e riportare al più presto in sicurezza gli studenti, ma è altrettanto necessario sfruttare il covid come una grande occasione per investire e per rimettere la scuola al centro degli interessi della società.

Veniamo alle rivendicazioni puntuali.

All’inizio abbiamo chiesto più spazi, più docenti, meno alunni per classe e l’apertura di infermerie scolastiche, iniziativa che avrebbe potuto attivare un tracciamento reale dei casi di covid ed evitare molte chiusure.

Questo all’inizio. E poi?

Siamo andati avanti. Fino alla scrittura, nel gennaio 2021, di un vero e proprio contropiano della scuola sul Recovery Plan, nel quale abbiamo aggiunto altre rivendicazioni a quelle iniziali.

Me le puoi elencare?

Ti dico i sette punti più importanti, alcuni dei quali sono istanze ormai storiche, la cui urgenza era sentita anche nel periodo pre-covid:

  1. ampliamento e omogeneizzazione del tempo pieno in tutta Italia;
  2. stabilizzazione dei precari, che oggi sono il 30% del totale del personale scolastico (record nell’UE, che ci ha anche condannati due volte per questo);
  3. soldi all’edilizia scolastica per ripristinare e riqualificare, attraverso forme di edilizia green, le scuole attualmente chiuse e quelle di prossimità, riducendo la fatiscenza di quelle funzionanti;
  4. aumento dei docenti per ridurre gli alunni per classe e migliorare sia la sicurezza sanitaria che l’efficacia pedagogica;
  5. aumento del personale amministrativo;
  6. attivazione delle infermerie scolastiche, cosa che permetterebbe – attraverso la presenza di personale sanitario nelle scuole – di affrontare con maggiore efficacia temi d’attualità (come l’educazione sanitaria) o colpevolmente accantonati (come l’educazione sessuale);
  7. prepensionamento o, in alternativa, anno sabbatico per i docenti più anziani (che in Italia sono tanti) per diminuire la loro esposizione al covid e sostenere l’occupazione dei docenti più giovani.

Non avete chiesto anche la fine della DAD?

Non esattamente. Su questo devo fare una precisazione: il movimento è sempre stato consapevole che nella situazione sanitaria in cui ci siamo trovati nel marzo 2020, la DAD era l’unica soluzione possibile in stato di emergenza. Quello che abbiamo sottolineato a partire dalla nostra lettera-manifesto è che bisognava attrezzarsi da subito per poter riaprire nel settembre 2020 avendo già realizzato gli interventi necessari per una scuola in presenza anche in caso di nuova emergenza.

Invece non è stato fatto nulla.

A parte la barzelletta dei banchi a rotelle, nulla. La riprova è che nel novembre 2020 le scuole sono state chiuse di nuovo. Se si fosse fatta programmazione prima, non sarebbe successo.

Eppure le conseguenze della DAD prolungata sono state ben presto sotto gli occhi di tutti.

Stress, disturbi da ansia e panico, insonnia, depressione, deconcentrazione, dipendenza dalla tecnologia, danni da isolamento, disturbi alimentari, autolesionismo, tentativi di suicidio, mancanza di relazioni con adulti diversi dai genitori, deficit pedagogici (anche a causa della inadeguatezza della digitalizzazione). Questo tanto per citare gli effetti sugli studenti. Poi ci sono gli effetti sugli insegnanti e sulle famiglie.

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Lezione all’aperto della prof. Margiotta a Prato della Valle, Padova

Una situazione drammatica.

Una vera e propria tragedia. L’avevamo detto fin dall’inizio, insieme a pedagoghi e psicologi, che la DAD non poteva essere una panacea, ma solo una soluzione momentanea. E infatti alla fine si è trasformata in un modo per pulire la coscienza degli adulti scaricando i rischi sui minori.

Come ti spieghi la scelta di non ascoltarvi?

L’unica spiegazione possibile è che ci volevano molti soldi. Ma i soldi ci volevano dappertutto, non solo in Italia. Ci volevano anche in Francia, dove però Macron ha sempre ripetuto che le scuole sarebbero state le ultime a chiudere, e così è stato.

Una questione di priorità, dunque. E col nuovo governo è cambiato qualcosa?

Assolutamente no.

Quindi se per un motivo o per l’altro i vaccini si dimostrassero incapaci di proteggerci nel lungo periodo o in caso di nuova pandemia ci troveremmo punto e a capo?

Esatto.

Possibile che non abbiate avuto nessun riscontro sulle vostre richieste?

I riscontri sono avvenuti più che altro a livello territoriale. Ad esempio in Toscana è stato ridotto il numero di alunni nelle classi sia ricorrendo all’allestimento di aule in spazi adattati, sia affittando ulteriori spazi in città; sono state attivate le corsie preferenziali per i tamponi; sono stati effettuati screening nelle scuole elementari e medie per migliorare il tracciamento. Abbiamo anche ottenuto la vaccinazione prioritaria dei docenti delle superiori per far sì che le scuole potessero rimanere in presenza, ma per questa vittoria ora provo un po’ di vergogna, perché poi i docenti sono stati lasciati lo stesso a casa e quella corsia preferenziale ha di fatto tolto vaccini dalla disponibilità delle fasce più deboli senza determinare alcun vantaggio.

Quali sono state le regioni che hanno fatto di meno?

Lombardia, Liguria, Campania e Puglia. Pensa che i miei figli, che hanno 4 e 6 anni e vivono a Firenze, hanno perso meno di una settimana di scuola. Due loro coetanei, figli di una mia collega dell’Università di Salerno, da novembre a fine aprile sono andati a scuola per due settimane in totale. Una disparità inaccettabile.

Quello della Toscana poteva essere un protocollo da applicare anche nelle altre regioni?

Sì, ma non è stato fatto. E comunque anche in Toscana non tutte le soluzioni sono state applicate a tutte le scuole.

Ci sono scuole che hanno pagato di più di altre?

Sicuramente le superiori, che hanno pagato i disservizi di tutte le regioni, inclusa la Toscana, sui trasporti e sulla sanità, visto che le scuole aperte avrebbero comportato una pressione più alta sia sul tracciamento che sui mezzi pubblici.

Com’è organizzato adesso il movimento?

Ci sono comitati cittadini in circa 75 città italiane di tutte le regioni tranne (al momento) Sicilia, Calabria e Molise. Ciascuno di questi comitati nomina 1-2 rappresentanti in un comitato regionale. Poi c’è il coordinamento nazionale, del quale fanno parte i rappresentanti dei comitati regionali e quelli delle città più grandi. Docenti, genitori e studenti sono equamente divisi nei comitati, a cui partecipano anche collettivi di studenti, docenti dei CoBas e altri comitati già esistenti che – riconoscendosi nelle lotte di PAS – collaborano o entrano nel movimento senza tuttavia perdere la loro identità.

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Foto di Annette Riedl/dpa-Zentralbild/ZB via Getty Images

Qual è stata la delusione più grande dopo un anno di mobilitazione?

Il tradimento dei sindacati confederali. Dopo la manifestazione di settembre ci eravamo ripromessi di lottare insieme sul contropiano del Recovery Fund. Invece col cambio di governo non solo sono spariti, ma hanno anche accettato la proposta dell’attuale ministro di dare soldi ai privati per recuperare con i campi estivi le ore perdute. In pratica rinunciando di fatto alla lotta per dare soldi alla scuola pubblica ed evitare ulteriori chiusure in futuro.

E l’emozione prevalente?

La rabbia. Una rabbia generale per il modo in cui è diventata marginale la scuola in Italia e una rabbia più puntuale, dovuta alle accuse che abbiamo ricevuto.

Quali accuse?

Per esempio quella di voler tenere aperte le scuole a tutti i costi perché in fondo le consideravamo una specie di parcheggio per liberare i genitori dai figli e dare loro la possibilità di andare al lavoro. Un’accusa rispedita al mittente, visto che alla fine è stata proprio la politica, decidendo di tenere il più possibile aperte le scuole fino alla prima media (ossia fino all’età in cui generalmente si comincia a lasciare i figli soli a casa, NdR), a dimostrare che a vedere la scuola come un parcheggio erano loro, non noi.

Se dovessi scegliere il merito principale di PAS in questo primo anno di attività?

Direi il fatto di aver aggregato in un unico contenitore organizzato tutte le istanze riguardanti la scuola che prima erano frammentate in decine di lotte e soggetti diversi. “Priorità Alla Scuola” ha dato a ciascuna di queste lotte una visibilità maggiore perché trattate, finalmente, non come singola criticità ma come parte di un problema molto più ampio: cosa vogliamo che la scuola pubblica sia, oggi e nel futuro.

Ora che il Recovery Plan è stato scritto e quasi nessuna delle vostre richieste è stata accettata, cosa pensate di fare?

Andare avanti. Aggiungere a quelle che ti ho elencato anche le altre battaglie necessarie per garantire il diritto all’istruzione, a cominciare dal rifiuto di questa assurda frammentazione regionale nella governance della scuola, che sta alimentando sacche di analfabetismo in tutto il Paese. Pensi sia un caso che l’alfabetizzazione in Italia si sia concretizzata con una scuola omogenea e centralizzata?

Non lo penso.

Io vengo da una famiglia di insegnanti. Ricordo che i miei nonni avevano un rispetto dalla società, in quanto insegnanti, che oggi è impensabile. Ecco, noi non smetteremo di lottare, di far sentire la nostra voce e di avanzare le nostre proposte finché la scuola pubblica non avrà recuperato la priorità che aveva e che merita di avere per il ruolo che svolge.

In bocca al lupo e grazie!

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