28 Gen 2022

Peste suina: scatta la ribellione contro l’obbligo di macellazione indiscriminata

Scritto da: Valentina D'Amora

Delusi, arrabbiati e sofferenti. Sono tanti i proprietari di porcellini e cinghiali domestici a essere preoccupati per l'ordinanza di macellazione che grava su tutti i suini – contagiati e non – per bloccare il virus di peste suina africana. Ecco cosa ci hanno raccontato alcuni diretti interessati.

Alessandria - Il 19 gennaio in Liguria è stata disposta l’immediata macellazione dei suini negli allevamenti bradi o semibradi. Così la regione ha deciso di interpretare le indicazioni del Governo per affrontare l’epidemia di peste suina. Regione Piemonte l’ha seguita a ruota, con un’ordinanza firmata il 22 gennaio.

Una firma su un foglio di carta che diventerà una sentenza di morte per tutti i maiali e i cinghiali della zona rossa, contagiati e sani. Eppure, garantendo adeguati livelli di isolamento, si potrebbe riuscire a scongiurare la diffusione di questa malattia. Per questo c’è chi non si capacita e non intende rassegnarsi all’idea che il proprio animale venga abbattuto da un giorno all’altro. Qualcuno si è già affidato agli uffici legali di LAV, mentre altri stanno procedendo per fare ricorso autonomamente attraverso i propri avvocati. Ecco alcune delle loro storie.

LA STORIA DI MARTA

Marta vive a Carrosio (AL), lavora nella sua azienda agricola in val di Lemme e ha due cinghialette salvate da un allevamento che stava per chiudere. «Dovevano essere macellate, ma le abbiamo adottate come animali da compagnia», spiega. La normativa italiana però prevede che tutti i suini siano considerati esclusivamente animali da allevamento. «Di fatto risultiamo allevatori, anche se per noi i nostri animali non sono dotati di un valore economico».

marta cinghialina

Dopo i primi casi di peste suina, Marta ha provveduto a installare una seconda recinzione di isolamento per salvaguardare Piggy e Olly. «C’è stata l’ispezione Asl, ma pare che con le nuove normative la contro-recinzione non basti», prosegue. Nel frattempo Marta ha messo al sicuro le cinghialette all’interno della stalla, proprio per evitare eventuali contatti con la fauna selvatica.

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«Ho fatto presente all’Asl che possono restare al chiuso per tutto il tempo necessario, fino a quando si fermerà il contagio». Cosa accadrà adesso? Al momento Asl sta facendo un’analisi di tutti gli allevamenti in zona rossa, ma i capi sono da macellare, quindi entro pochi giorni potrebbero arrivare gli addetti all’abbattimento. Nella stessa situazione di Marta sono in tanti, ma si stanno unendo per salvare i propri animali da compagnia.

IL RIFUGIO BENDICÓ

Anche Serena di Giusvalla (SV) esprime tutta la sua preoccupazione per i suoi sette maialini: «Pare che la peste suina sia un virus terribile e molto contagioso, porta piaghe e morte dopo atroci sofferenze. Ma trovo sbagliato far uccidere animali sani. Oltretutto i nostri porcellini sono animali d’affezione, recuperati da situazioni di emergenza o di degrado, per questo stiamo facendo di tutto per salvaguardarli. Abbiamo costruito i doppi recinti, per un periodo terremo gli animali al chiuso, disinfettiamo le scarpe, usiamo gambali monouso quando entriamo in stalla. Stiamo seguendo alla lettera tutte le indicazioni: perché non basta?».

bendico porcellini

L’obiettivo dell’ordinanza è “estirpare” il suino dal territorio per azzerare i focolai di peste suina, ecco perché non risultano esserci differenze tra animale da reddito e d’affezione. «Credo che i piccoli allevatori siano gli unici ad avere il potere di riuscire a cambiare una normativa così dura, affinché diventi più puntuale». Serena si sta attivando per opporsi a tutto questo: «Due avvocati di Savona si sono offerti di darci una mano per fare ricorso al TAR e così faremo. D’altronde, si potrebbero testare quantomeno gli animali e, una volta garantita l’assenza di virus, proporre dinamiche differenti».

La sua perplessità deriva anche dalla natura benefica della sua cascina: «Bendicò è un rifugio con animali che vengono recuperati da situazioni particolari e qui restano per morire di vecchiaia. Oreste, il mio primo maiale, è stato il primissimo animale a mettere zampa a Bendicò nove anni fa. Da allora ho aiutato e amato tanti maiali che per vari motivi cercavano una nuova sistemazione».

FATTORE TERRA

Marta di Fattore Terra vive a Ponzone (AL) ed è decisa: «Riteniamo questo provvedimento miope. Si chiede maggior controllo e di applicare doppie recinzioni per fermare il contagio di peste suina, più che giusto: ognuno di noi deve prendersi la responsabilità di non essere veicolo di infezione. Ma l’obbligo di abbattimento? Non ci si può arrogare il diritto di decidere di animali di cui noi siamo responsabili, a prescindere dai motivi per cui vengono detenuti, eticamente e moralmente».

In piena bufera è arrivato proprio pochissimi giorni fa un chiarimento da parte di Asl, che specifica che l’ordinanza di abbattimento non si riferirà agli animali che rientrano nella categoria “Altre attività”. Resta il fatto che la maggior parte di questi suini in rifugio è registrata come animale da carne perché, di fatto, non viene data alternativa.

fattore terra cinghiale

«Siamo nel 2022, si parla di cambio di rotta per gli allevamenti, si riconosce la non salubrità e la non convenienza in termini ecologici ambientali, si parla di allevamenti etici, di benessere animale, di incentivi ai piccoli produttori, di riscoprire i prodotti locali. E con questa ordinanza si mette fine a tutto: parole al vento, scritte sulla sabbia. Ancora non si concepisce che un animale normalmente mangiato possa diventare a livello affettivo equiparabile a un cane o un gatto, così per la legge siamo tutti allevatori e le norme rimangono al medioevo».

E continua: «Dall’accordo Stato-Regioni del 6 febbraio 2003 sul benessere animale si evince già dal primo articolo che gli animali da compagnia non sono animali di allevamento. Si tratta di inettitudine statale, di incapacità di adeguarsi ai tempi in cui un suino, dotato di intelligenza e capacità cognitive maggiori di un cane, può essere considerato animale da compagnia, unita all’offesa di un ristoro sul valore economico dell’animale, ignorando completamente il valore affettivo».

Marta conclude con un appello: «Vorrei che venissero dettate chiare norme di biosicurezza da seguire e che ognuno si assumesse le proprie responsabilità: la proliferazione del virus è una responsabilità dello Stato, mentre se i nostri animali non sono un veicolo di contagio la responsabilità è nostra».

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