28 Ott 2022

“Abbiamo deciso di coltivare lo zafferano per gioco, ma ora è diventato la nostra vita”

Scritto da: Valentina D'Amora

Za'farān in arabo significa “splendore del sole“. In val Borbera, nelle frazioni di Teo e Piuzzo, a poco meno di 1000 metri di altitudine, si trovano campi di zafferano la cui vista riempie gli occhi di meraviglia. Abbiamo parlato con Valentina Gogna e Barbara Bocca, dell'azienda agricola Stille di Luna, che ci hanno raccontato la loro nuova vita, che ruota intorno al fiore viola più affascinante del mondo agricolo.

Alessandria - In val Borbera, nella frazione di Teo, crescono i più grandi campi di zafferano di tutta la valle. Il bello di questa pianta è che può sopportare il caldo estremo e, allo stesso tempo, è anche piuttosto resistente agli inverni più rigidi. Questo significa che lo zafferano si può coltivare quasi ovunque in Italia, fino ai 1000 metri di altitudine, anche se è proprio sui 700 metri che dà il meglio di sé. Infatti è nell’aquilano abruzzese, a quella quota, che lo zafferano viene ancora oggi coltivato seguendo una tradizione antica, che ha origine nel XIV secolo.

Nei campi di Teo, a 750 metri di altitudine, il contesto è l’ideale: il terreno è drenante quanto basta per non dover correre ai ripari dai ristagni d’acqua, i maggiori nemici dello zafferano, con la giusta quantità di sassi, perfetti per la sua crescita. Ed è proprio qui che Stille di Luna oggi ha la sua sede operativa: inizialmente inaugurata nello spezzino, nell’area dell’antica Lunezia, oggi l’azienda agricola a conduzione familiare porta avanti la maggior parte del lavoro in terra valborberina.

zafferano silvia chiesa
Un cestino di zafferano. Foto di Silvia Chiesa
LA STORIA

A tirare le fila della coltivazione ci sono Valentina e la mamma Barbara, titolare dell’azienda, che si occupa di tutta la filiera della produzione, dall’impianto dei bulbi alla raccolta dei fiori, incluse le operazioni di sfioratura e la vendita ai vari mercati del territorio.

Valentina, pensando al futuro, rivela di essersi sempre vista come una donna con in mano una zappa o una penna. Dopo aver studiato scrittura a Torino, alla scuola Holden, e aver vissuto qualche tempo nella città del gianduiotto realizza di non sentirsi del tutto a proprio agio: «Torino non era la città per me, per questo ho sentito il bisogno di fare un cambiamento radicale».

Così fa le valigie e torna a vivere nel paesino dove ha trascorso tutte le estati della sua vita, Teo: «Mi sono resa conto che al di fuori del mio contesto d’origine non mi trovavo bene, per questo è emersa la voglia di lavorare con la terra». A conti fatti, la fatica e l’impegno che la terra richiede, per lei sono molto più gratificanti di qualsiasi altro lavoro, anche più remunerativo sul piano economico. «Questa mia esigenza è stata letteralmente dettata dalla voglia di rendermi indipendente. D’altronde, tutto ciò di cui ho bisogno è qui».

Il fiore vive tre giorni e questa sua velocità nel passaggio della vita, tuttavia così ricco di sostanze preziose, mi ha letteralmente stregata

Per questo nel 2021 apre un’azienda agricola, La Sarvega, con cui produce le tipiche fagiolane della val Borbera, una coltura tradizionale locale che ha deciso di ripristinare: «Mi sono procurata delle semenze autoctone, tramandate di padre in figlio, che mi sono state donate da una famiglia che le coltiva da sempre per consumo familiare».

Anche Barbara, ex parrucchiera che ora si dedica anima e corpo alla produzione di zafferano, confessa di aver iniziato da zero: «Sono sempre stata un’amante del giardinaggio, ma non avevo mai coltivato la terra. Quando vivevamo nello spezzino facevo tutt’altro, pettinavo i capelli alle signore [sorride, ndr]. Poi quando sono arrivati i figli mi sono dedicata completamente a loro». Se da una parte l’idea di coltivare lo zafferano è uscita improvvisamente e quasi per caso, dall’altra ha risposto al bisogno di Barbara di mettere le mani nella terra che, quando mi parla di questo lavoro, riesce a dipingere immagini letteralmente poetiche.

«Lo zafferano non ha solo un fiore molto bello: ogni petalo ha infinite sfumature di viola. La sua vita poi dura solo tre giorni, ma sono intensissimi. Proprio questa sua velocità nel passaggio della vita, tuttavia così ricco di sostanze preziose, mi ha letteralmente stregata», spiega Barbara, che mi racconta che spesso si ferma nei campi a contemplare tutta questa bellezza.

fiore zafferano
Fiore di zafferano. Foto di Silvia Chiesa
L’AZIENDA

Questo fervore nei confronti dello zafferano emerge chiaramente dai loro racconti: «Ci siamo buttati a capofitto in questo lavoro che chiede dedizione totale». Sì, perché i fiori appena raccolti vanno subito lavorati, sfiorati ed essiccati immediatamente. «Quello che ci dà moltissima soddisfazione ogni anno è che i pistilli, facendoli analizzare dall’università, risultano sempre di prima categoria, il che vuol dire che il lavoro che stiamo facendo funziona».

Imbarattolati in contenitori ermetici trasparenti, i fili essiccati restano ben visibili, in modo rendere chiaro ciò che si acquista. «Nel frattempo abbiamo anche iniziato a produrre il miele di acacia proprio con lo zafferano, che gli dona una tonalità molto aranciata, i frollini con lo zafferano e la grappa di Timorasso, sempre allo zafferano: per realizzarla ci siamo affidati a una distilleria di Silvano d’Orba che pratica il tradizionale metodo di produzione della grappa, che è il bagnomaria alla piemontese».

Se siete alla ricerca dell’oro rosso della val Borbera cercate un banchetto con un enorme fiore viola sorretto da una piccola luna: lì dietro troverete Barbara e i suoi preziosi prodotti.

Per commentare gli articoli abbonati a Italia che Cambia oppure accedi, se hai già sottoscritto un abbonamento

Articoli simili
Ricominciare con i piedi per terra: la storia di due amiche e della loro Zollamania
Ricominciare con i piedi per terra: la storia di due amiche e della loro Zollamania

Orto Bio: a Catania in un terreno privato nasce un orto condiviso
Orto Bio: a Catania in un terreno privato nasce un orto condiviso

Produrre cibo sano e biologico attorno a una comunità: l’esempio virtuoso della CSA del chierese
Produrre cibo sano e biologico attorno a una comunità: l’esempio virtuoso della CSA del chierese

Mappa

Newsletter

Visione2040

Mi piace

L’Europa accelera sui sistemi di riuso – #630

|

OZ-Officine Zero, la multifactory che porta rigenerazione e innovazione nel cuore di Roma – Io Faccio Così #348

|

La storia di Paola, la mamma “scomoda” che si batte affinché la disabilità diventi di tutti

|

Nomadi d’Occidente, storie di viaggiatori che cambiano la vita

|

Iran, molto più che proteste: è iniziata la rivoluzione

|

Daisy, la scuola elementare che adotta il metodo finlandese per crescere bambini consapevoli

|

Filo.sofia: “Attraverso i nostri capi in bamboo cerchiamo di diffondere la sostenibilità mentale”

|

Asha Nayaswami: “Il mondo sta cambiando, oggi la sfida è educare i giovani alla vita”