17 Nov 2022

The Why Wait Agenda: perché non abbiamo tanti figli quanti ne vorremmo?

Sono tante le ragioni per cui una donna sceglie di avere o di non avere figli e quando farlo o non farlo. Spesso non si tratta neanche di una scelta, ma di un'imposizione. Questo porta ad avere un ampio divario fra figli desiderati e avuti. The Why Wait Agenda è un progetto che vuole affrontare in modo laico e non giudicante il tema da molteplici punti di vista: culturale, normativo, educativo, politico.

Why wait, perché aspettare? Una domanda che potrebbe essere legittima in innumerevoli situazioni della nostra vita. Eppure c’è un ambito in cui è particolarmente significativa perché apre la porte a una riflessione ben più ampia, alla necessità-opportunità di portare avanti un’evoluzione culturale che non può più aspettare.

The Why Wait Agenda è anche il nome del nuovo progetto lanciato da Eleonora Voltolina, già fondatrice della Repubblica degli Stagisti. L’iniziativa nasce da una riflessione fatta da Eleonora suscitata anche da vicende personali, ma soprattutto dalla situazione culturale che si respira oggi in Italia rispetto ai temi della natalità e di tutto ciò che è a essa collegato in molteplici ambiti, da quello lavorativo a quello educativo.

«The Why Wait Agenda è un progetto che vuole affrontare e contribuire a risolvere il calo delle nascite, ma dal punto di vista specifico del feritility gap – cioè il divario fra figli desiderati e avuti, visto che facciamo meno figli di quelli che vorremmo avere», ci spiega Eleonora. «Vogliamo anche indagare una parte del motivo di questo gap, ovvero il fatto che cominciamo a fare figli molto più tardi per via di una serie di fattori».

A CHI SI RIVOLGE

Diversamente dalle poche altre iniziative sulla fertilità, The Why Wait Agenda è laica e aiuta chi vuole figli senza esprimere giudizi. «Ci rivolgiamo alle persone che stanno attraversando questo problema – quindi generalmente alla fascia 30/45 anni –, che spesso hanno anche problemi medici. Ma il vero obiettivo è costruire una community che includa anche la fascia di età precedente, dai 20 ai 30 anni», spiega Eleonora.

Il lavoro del suo progetto infatti punta ad aumentare la consapevolezza sul tema fertilità ancora prima di pensare di avere bambini, sapere come funziona il proprio corpo, ma anche come funziona la società, in modo che tanti soggetti, per esempio un giovane ragazzo, si sentano coinvolti nella battaglia anche se non li riguarda direttamente, ne capiscano il valore sociale, riflettano sulla genitorialità condivisa, abbiano consapevolezza sui tempi della fertilità.

QUALI SONO LE CAUSE?

Diversi sono i fattori che concorrono alla mancanza di tale consapevolezza: «In genere tutto ciò che è legato a sesso e riproduzione è ancora un grandissimo tabù – osserva Eleonora – e c’è una specie di ripercussione negativa sul fatto che a scuola si studia poco. C’è poca educazione sessuale, che quando si fa è spesso concentrata sul tema delle malattie infettive e delle gravidanze non cercate, non a un’educazione a tutto tondo. Che purtroppo manca anche a casa, in famiglia: molto spesso ad esempio alle figlie femmine le mestruazioni vengono spiegate molto tardi».

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Inoltre influisce sicuramente il fatto che le donne oggi studiano e lavorano di più, hanno un “handicap” – «è assurdo chiamarlo così, ma è la realtà dei fatti», sottolinea Eleonora – in quanto donne in età fertile subiscono discriminazioni in sede di selezione e pressioni per ritardare o addirittura evitare gravidanze una volta assunte. «Questo può avvenire in maniera anche diretta ed esplicita oppure in maniera indiretta, magari demansionando altre colleghe appena rientrate dalla maternità. Insomma, si crea una ambiente favorevole a mettere nel freezer i propri desideri di maternità».

PERCHÈ È IMPORTANTE AGIRE ORA

Secondo Eleonora, siamo di fronte a un caso non inusuale di asincronia fra pensiero e azione: «Oggi abbiamo una discreta consapevolezza del fatto che il problema esiste e siamo d’accordo, in linea di massima, sulle soluzioni. Ma non c’è ancora abbastanza azione, la società ha preso coscienza di un tema, ma politica, mondo delle imprese e opinione pubblica devono orientarsi sulle soluzioni».

È proprio questa situazione di impasse che ha spinto Eleonora a lanciare The Why Wait Agenda, unitamente a un altro problema: «Siccome non c’è una cultura che propone soluzioni, il rischio è che questo spazio venga occupato da quelle forze che hanno da tempo questo tema nel loro “arsenale politico”, ma per ragioni sbagliate. In particolare, esistono due grandi blocchi che hanno il natalismo come punti di forza: le destre e ultra-destre e il mondo iper-religioso».

The Why Wait Agenda non è una battaglia solo per le donne, ma viene fatta da persone per persone

Da quando il progetto è diventato pubblico, qualcosa si è mosso, molte persone si sono dimostrate pronte per accogliere il messaggio e collaborare, ma è ancora troppo presto per avere riscontri concreti. «Abbiamo iniziato dall’aspetto informativo – aggiunge Eleonora – che per noi era anche quello più immediato: abbiamo costruito il sito e stiamo lavorando sul consolidamento della community. Le battaglie concrete poi sono le più facili da imbastire, anche se forse più difficili da vincere, come per esempio la creazione di leggi ad hoc».

ATTIVARSI CONCRETAMENTE

Chiedo a Eleonora cosa può fare chi volesse mettersi in gioco in prima persona per facilitare questo processo di cambiamento concreto e culturale: «Se sei una persona che nella sua professione ha qualche potere, anche piccolo, rispetto a uno dei temi che tratta The Why Wait Agenda allora ti puoi attivare. Per esempio, puoi farlo se lavori in un ufficio risorse umane, magari proponendo policy che eliminino le discriminazioni o andando a controllare quante sono le donne manager o se il percorso di carriera di una donna rientrata dalla maternità è stato ostacolato in qualche modo».

Un’altra cosa che possono fare le persone è scrivere a The Why Wait Agenda raccontando la loro storia: perché hanno aspettato – o non hanno aspettato –, i problemi che hanno avuto, cosa le ha frenate o ancora le frena. I genitori possono fare la loro parte compiendo uno sforzo in più per educare alla parità di genere e per disegnare scenari futuri in cui gli stereotipi di genere siano meno forti. Qualsiasi persona poi può iscriversi ai canali di aggiornamento – newsletter e pagine social – e soprattutto condividere i contenuti del sito, online o anche offline parlandone con i conoscenti.

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Eleonora Voltolina

Per chi ha responsabilità di pagine/gruppi/liste specifiche su qualche social network, gruppi o pagine che raggruppano persone che hanno o vorrebbero avere figli, il fatto di condividere contenuti di The Why Wait Agenda diventa ancora più importante: «So che purtroppo la maggior parte di queste azioni viene fatta dietro compenso, con accordi di partnership a pagamento, ma ho sempre speranza e fiducia che qualcosa di genuino e spontaneo possa accadere anche in rete. E allora se qualcuno dice “però, bella questa iniziativa” e magari ha un profilo o un gruppo con tanti followers, può decidere di condividere un contenuto o invitare i suoi iscritti a scoprire la nostra iniziativa».

Infine, «è importantissimo avere anche una fetta di sostenitori che siano uomini perché per The Why Wait Agenda non è una battaglia solo per le donne, ma viene fatta da persone per persone», conclude Eleonora. «Se le donne hanno seri problemi a fare dei figli, anche i loro partner maschi vivranno questo problema e le sue conseguenze. Forse per gli uomini tradizionalmente è meno urgente questo tema perché non c’è un orologio biologico, ma è una battaglia che riguarda l’intera società».

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