20 Apr 2023

La sfida di un gruppo di giovani: creare comunità attraverso i videogiochi

Sono partiti ideando e realizzando giochi all’interno di un garage e oggi hanno fondato il loro progetto che hanno chiamato Dramatic Iceberg: così un gruppo di giovani ragazze e ragazzi appassionati di gaming ha dato vita a un piccolo studio di sviluppo di videogiochi, con sede a Torino. Proprio da loro ci siamo fatti raccontare in che modo i videogiochi possono avere un ruolo a livello culturale e sociale, avvicinando le persone a un linguaggio più digitale. L’articolo fa parte di una serie di approfondimenti, realizzati in collaborazione con Hangar Piemonte, per raccontare la trasformazione culturale di persone, organizzazioni e comunità.

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Torino - Fondato da un gruppo di amici che realizzano giochi all’interno di un garage – come mitologia digital vuole –, Dramatic Iceberg è un piccolo studio di sviluppo di giochi con sede a Torino, in Italia. Spinti da una passione di lunga data per i videogiochi, con un pizzico di ambizione lavorano per creare e condividere giochi divertenti, come quelli che amano e con cui giocano. Abbiamo incontrato Tommaso Verde, co-fondatore e PR dello studio, che ci racconta la sorprendente, seppur recente, storia di questo gruppo di creativi e amici.

Tommaso, vorrei cominciare chiedendoti di raccontarci com’è nata l’idea di Dramatic Iceberg? Quanti siete e come vi siete conosciuti?

Dramatic Iceberg nasce come idea intorno al 2020: eravamo, ma ancora adesso siamo, un gruppetto di amici, nonché studenti della Event Horizon School, ovvero la scuola di videogiochi italiana che ha sede a Torino. Ci siamo conosciuti attraverso i diversi corsi di Game Production della scuola: proprio alla fine del corso, ognuno stava facendo un po’ i conti di cosa voleva fare, come trovare lavoro in qualche grande azienda, prendere commissioni, specializzarsi o scegliere l’opzione più “rischiosa” che era quella di andare “Indie”, cioè aprire la nostra azienda e fare videogiochi. Un po’ un salto nel vuoto ma ci eravamo dati una scadenza.

Dramatic Iceberg1

Ci siamo detti: “Se entro dodici mesi non riusciamo a trovare riscontri, opportunità o qualche tipo di finanziamento chiudiamo tutto o quanto meno ridimensioniamo in maniera significativa”. Fortunatamente in quel periodo siamo riusciti a fare un sacco di cose, tra cui essere selezionati per il programma di accelerazione Quickload, qua a Torino, con sede alle OGR, oltre che partecipare a diverse fiere e mettere su una collaborazione proprio con la Event Horizon.

Perché avete scelto di sviluppare videogiochi come main product della vostra start up?

L’idea di fare videogiochi è sempre stata l’unica che abbiamo deciso di sposare. Sia della nostra formazione a EH (per quanto tutti noi abbiamo seguito percorsi radicalmente diversi prima di incontrarci), sia come chiave che ci accomuna. Era un sogno che eravamo disposti a inseguire tutti insieme e così ci siamo lanciati nel business videoludico.

Perché avete scelto Torino come sede? La città/ la regione vi sta sostenendo in qualche modo?

Ci siamo ritrovati a Torino per seguire il corso presso Event Horizon. Però poco a poco tutti quanti ci siamo resi conto di quanto Torino, in realtà, fosse la città perfetta dove appoggiarci per crescere. La regione/città non ci sta aiutando in qualche maniera particolare, ma la comunità crescente di sviluppatori che si è creata nei dintorni di Torino, anche grazie a IGDA Torino e altri diversi enti, ci ha permesso di trovare opportunità e conoscere molte persone che ci hanno aiutato nel nostro percorso.

Giocare ci permette di sbloccare tante idee, soprattutto grazie alle interazioni che noi giocatori possiamo avere con questo mondo digitale

Una cosa che sicuramente ci sprona a rimanere è la quantità di eventi e situazioni che si creano in maniera spontanea in città, sia rivolte ai giovani che in generale al mondo start-up tech. Ad esempio, abbiamo avuto modo di collaborare con GYGA per un bellissimo progetto sulla sostenibilità, insegnando a dei ragazzi a sviluppare due videogiochi “verdi” su Roblox. Sono queste situazioni che mi fanno pensare che Torino sia la città giusta per noi.

La tesi di fondo di questa mia rubrica è che l’arte e la creatività in chiave digitale possano essere delle “palestre di comunità”, spazi accoglienti dove far avvicinare il pubblico più generalista ai linguaggi digitali, facilitando la comprensione anche di quei tools e di quelle buzzwords che spesso spaventano. Fornendo insomma maggiore consapevolezza di cosa significhi transizione digitale. Siete d’accordo? Pensate che il mondo del gaming e le vostre produzioni possano avere anche questo ruolo a livello culturale e sociale?

Mi piace molto pensare che i videogiochi possano aiutare ad avvicinare il pubblico a un linguaggio più digitale. Però essendo sistemi digitali, spesso più o meno complicati, vanno usati e dosati con cura, soprattutto all’inizio. Penso possano aiutarci anche tramite processi di gamification nel rendere più semplici o più giocose alcune situazioni. Non è una novità che i videogiochi vengano usati per fare simulazioni, addestramenti o in generale come strumento di lavoro per molti. Penso si possa avere difficoltà a capirli o approcciarli se non si è nati o cresciuti con essi, anche a causa di tanta disinformazione.

Oltre alla loro utilità pratica e interattiva, è facile rendersi conto delle infinite possibilità che i videogiochi vanno a creare. Giocare ci permette di sbloccare tante idee, soprattutto grazie alle interazioni che noi giocatori possiamo avere con questo mondo digitale. Esplorandolo, plasmandolo e vivendolo in tanti modi diversi.

Videogame

In un attimo che ci si ritrova a parlare di Metaverso, senza renderci conto che tantissimi “metaversi” esistono già, solo che non hanno la forma che molti di noi si aspettano. Titoli come VRChat, EVE:Online, World of Warcraft, Final Fantasy XIV o Second Life, ci hanno già permesso di interagire e relazionarci diversamente con persone e ambienti online. Ci sono persone che riescono a guadagnare uno stipendio tramite questi videogiochi, chi incontra l’anima gemella o chi semplicemente trova un affiatato gruppo di amici.

Tutte queste cose sono già realtà, anche se possono sembrare incredibili. Senza tenere conto che ormai tutto questo mondo videoludico influenza, coltiva e aggrega un grandissimo numero di persone, volenti o nolenti. Persino la signora che si ritrova a giocare a Candy Crush sull’autobus è una inconsapevole videogiocatrice.

Perciò, sicuramente da parte degli sviluppatori si deve sempre cercare di spingere, dove possibile, sull’accessibilità e fruibilità anche per un pubblico che può essere più o meno esperto di questi linguaggi, ma dall’altra parte bisogna anche sapersi far trasportare dal progresso e dall’idea che ormai viviamo in un mondo che si sta poco a poco sempre più digitalizzando. Andando a creare esperienze digitali sempre più complesse ma anche sempre più variegate.

Serie tv come The Last of Us hanno lasciato un segno generazionale tramite la loro storia e sono stati protagonisti di un enorme salto da cult videoludico a serie TV di successo. Tanti altri giochi creano e ci mettono in situazioni, contesti e sentimenti complicati, ci fanno vivere un’esperienza, permettendoci di immedesimarci come pochi altri “medium” possono fare.

Videogame 1
Foto tratta da Unsplash

Guardiamo come This War of Mine affronta il tema di ciò che è la guerra, come Florence parla in una maniera dolce di una storia d’amore o di come Gris colora un mondo attraverso il lutto. Tutti questi titoli sfruttano la componente videoludica al meglio, tramite le molteplici sfaccettature stilistiche, narrative e interattive. Elevandosi a molto di più di semplici “giochi” ma a qualcosa di più simile a esperienze interattive.

Detto questo, mi piace pensare che il nostro ultimo progetto Garden In!, anche grazie alla sua semplicità, possa in qualche modo aiutare o aver aiutato persone più o meno pratiche dei videogiochi a capirne il potenziale e il fascino. É capitato che mia madre autonomamente riuscisse a comprare e scaricare il gioco, perché era davvero curiosa di provarlo e devo ammettere che tutto questo è stato sorprendente. Mi ha iniziato a parlare di quello che faceva nel gioco e a chiedermi consigli. Questa io la vedo come una piccola vittoria. Riuscire a fare da ponte per due generazioni radicalmente diverse e metterle in comunicazione.

Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti frutto della collaborazione fra Hangar Piemonte e Italia Che Cambia che ha lo scopo di raccontare la trasformazione culturale che stanno mettendo in atto persone, organizzazioni e intere comunità intorno a noi.

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