17 Apr 2023

Si può coltivare l’intelligenza emotiva nella scuola primaria?

Scritto da: Filò

Imparare a dialogare con il proprio corpo per raggiungere le emozioni, superando il dualismo fittizio corpo-mente. È possibile parlare di intelligenza emotiva con bambini e bambine della scuola primaria? Sara Gomel, dell'associazione Filò - Il filo del pensiero, ci racconta gli esperimenti e i dialoghi condotti con una quarta elementare. E se questa pratica non fosse solo una parentesi virtuosa ma diventassi una prassi diffusa nelle scuole italiane?

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Quarta elementare, un giovedì mattina di marzo. Gli sguardi sono attenti e curiosi. Dai loro occhi impazienti intuisco i pensieri: cosa faremo oggi? Cosa ci proporrà la nostra maestra di filosofia? Discuteremo la mia domanda? E la mia? E la mia? La scatola delle domande, con il passare delle settimane, si è riempita di piccoli e grandi interrogativi. Non riesco ad affrontarli tutte e comunque devo fare una selezione individuando le domande che si prestano di più a essere discusse.

Pietro, nei giorni passati, ha scritto una domanda che lo tormenta da tempo: “Come si formano gli incubi?”. Negli incontri precedenti ci siamo trovati a lavorare sull’identità studiando insieme autoritratti di pittori famosi e i bambini si sono mostrati curiosi nell’analizzare quelli che secondo loro erano i vissuti interiori del pittore, a partire da come avevano deciso di rappresentarsi.

Il tema degli incubi tocca il tema della paura, così decido questa volta di lavorare con loro sull’intelligenza emotiva, sulle emozioni e in particolare su come le emozioni abitano il corpo. Dove stanno, le emozioni? In quali luogo si generano o si insediano? Dove sentiamo l’allegria, dove la rabbia? Hanno dei luoghi preferiti? Cosa ci fanno lì? E perché? Prima di parlarne vorrei che sentissero, che si aprisse un dialogo con il corpo. Una specie di manovra di avvicinamento che ci eviti di finire in un’analisi tutta razionale, slegata dal sentire.

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Sara ha chiesto ai bambini di immaginare di poter vedere attraverso il proprio corpo le loro emozioni, come fossero delle terre da scoprire. Per questo lavoro si è ispirata agli albi illustrati Mappe delle mie emozioni di Bimba Landmann e La bambina di vetro di Beatrice Alemagna

È raro che un adulto li inviti a mettersi in contatto con il corpo. Il corpo è per abitudine culturale – e a scuola più che mai – strumento o ingombro: è la mano che può scrivere, gli occhi che possono guardare le parole sulla lavagna, oppure i piedi che non riescono a stare fermi, la testa che pesa sul banco. Il corpo è servitore della mente o ostacolo al pensiero.

Penso: che spreco! Abbiamo un universo misterioso e ricchissimo di senso e risorse – o meglio, siamo, nel nostro corpo, questo universo – e lo cancelliamo dalla nostra esperienza. Il corpo è complessità e nessuno ci ha insegnato ad avvicinarci a questa complessità. In realtà anche la mente – il dualismo corpo-mente è già di per sé fuorviante e illusorio – è complessità e nessuno ci ha insegnato ad avvicinarci, ma ci illudiamo di esserne esperti fruitori. 

E quindi ci proviamo, a sentire. I bambini sono in cerchio, seduti sulle loro sedie, gli occhi chiusi. Mi stupisco di come questi bambini a volte così rumorosi e impazienti abbiano raccolto con facilità il mio invito a chiudere gli occhi e ascoltare il silenzio che si fa dentro di loro. Ci concentriamo sul respiro, sui rumori sottili che per la prima volta riusciamo a sentire, sui pensieri che vanno e vengono.

Nomino alcune emozioni e invito i bambini a sentirle: ci sono? Appaiono nel momento in cui le nomino? Dove nascono, dove sostano? E se il mio corpo fosse un’isola, un paesaggio, che forma avrebbero, le emozioni che sento? Alla fine di questa esperienza di ascolto – “cosa abbiamo fatto, maestra? Una meditazione? Lo rifacciamo?” – i bambini hanno volti distesi e nei loro sguardi riconosco una “percettività” che prima non c’era. Ora sono certa che il dialogo sarà denso e appassionante, anche per me. 

Ne riporto di seguito alcune parti. I miei interventi saranno indicati con una S maiuscola, tutti gli altri sono dei bambini.

“La rabbia l’ho sentita nelle mani”

“Io nelle braccia!”

“Io mi sono sentito arrabbiato con i miei compagni”

“Quando ti arrabbi ti viene da stringere tutto. Dal cervello ti arriva un pensiero che ti fa arrabbiare e poi ti scatena la rabbia nelle mani”

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“Anche a me viene da stringere qualcosa! Secondo me è perché quando sei arrabbiato con qualcuno, ma non vuoi fargli male, la rabbia ti aiuta e ti suggerisce di stringere qualcosa per scaricare l’energia.”

“Per me la rabbia potrebbe nascere nelle gambe, più che nelle braccia”

S: “Come mai?”

“Perché io gioco a calcio e quando sono arrabbiato mi sfogo tirando dei gran calci al pallone”

“Secondo me anche la paura sta nelle gambe, perché devi scappare”

“Perché mettete le cose più brutte nelle gambe? Mi sembra che state insultando le gambe, come se fossero le parti peggiori del corpo!”

S: “Mi interessa che tu dici che la paura e la rabbia sono qualcosa di negativo. Perché le interpreti così?”

“La rabbia la interpreto male perché io quando mi arrabbio divento una specie di furia, come il diavolo della Tasmania, e potrei distruggere tutto. Mi sento un tornado. Però forse la rabbia ha anche un vantaggio, forse serve a qualcosa, ma non so bene a cosa. Ora vorrei aggiungere una cosa sulle gambe: siccome in tutti gli sport si usano le gambe, io nelle gambe sento un’emozione che non so come si può chiamare, forse spirito sportivo, emozione di sportività. È un’emozione che ti da una grande energia per poter gareggiare”

S: “Una specie di eccitazione?”

“Si!”

“Io invece volevo dire che non mi arrabbio mai! Secondo me la rabbia non serve a niente”

S:”E su questo ci possiamo chiedere se le emozioni servono a qualcosa. Secondo voi perché proviamo emozioni?”

Tutti abbiamo un mondo interiore complesso e che invece di averne paura o vergogna potremmo esplorarlo, conoscerlo meglio, esserne curiosi

“Secondo me la paura, per esempio, è un sentimento buono, perché senza paura noi saremmo morti sicuramente. Se l’uomo primitivo non fosse fuggito dai leoni noi non esisteremmo. Anche la rabbia serve, altrimenti se fosse tutto tranquillo andrebbe sempre tutto liscio e finiremmo per annoiarci. E poi la noia serve, perché se non ti annoiassi mai nulla ti spingerebbe a reagire e a cambiare le cose”

“Secondo me la rabbia si potrebbe trasformare in un altro sentimento. Io quando mi arrabbio non divento una furia ma trasformo la mia rabbia in onestà”

S: “Cioè?”

“Dico alle persone quello che sento e che penso e poi mi sento meglio”

“Io vorrei mettere la sincerità nel cuore”

“Io nel cuore invece ho sentito la tranquillità, ma anche nella testa perché quando sei tranquillo fai dei pensieri belli”

“Tutte le emozioni, secondo me, si generano in diverse parti del corpo, ma alla fine arrivano alla testa. Alcune ci mettono di più, alcune di meno. La paura si genera nelle gambe e ci mette pochissimo a salire alla testa. La gioia invece si genera più vicina alla testa però ci mette un po’ di più ad arrivare in alto, è più lenta. Ci sono emozioni che senti subito ed emozioni che senti più lentamente. La paura, per esempio, deve farti scappare, quindi dev’essere molto veloce.”

“Io l’allegria la metterei nelle mani. Perché quando sei allegro ti va nelle mani e fai dei gesti più buoni. Come fare una torta, dare una carezza”

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“Per me tutti i sentimenti passano dalla testa. La testa è una specie di centro riunioni dove ci sono dei guardiani che vengono mandati a risolvere i problemi in giro per il corpo. Qualcuno urla -missione!- e loro devono riunirsi in tutta fretta”

“Io la paura quando tu l’hai nominata che avevamo gli occhi chiusi l’ho sentita proprio al centro del corpo, e poi ho sentito che da lì si espandeva dappertutto”

“Io vorrei mettere il coraggio nella testa. Quando devi fare una cosa ma non sai se ci riesci si attiva il coraggio e ti aiuta. Per fare un po’ tutto serve il coraggio e ci vuole la testa perché devi pensare a una strategia”

E così via…

Questi dialoghi, io credo, dovrebbero accadere in ogni classe e potrebbero diventare un’abitudine, un momento fisso in cui dare spazio ai corpi e ai pensieri, ascoltandosi e ascoltandoci, imparando che tutti abbiamo un mondo interiore complesso e che invece di averne paura o vergogna potremmo esplorarlo, conoscerlo meglio, esserne curiosi. E così facendo forse ci sentiremo meno soli, ingombranti e impacciati e chissà che un giorno non si riesca a capirsi tutti un po’ di più… 

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