19 Dic 2023

In Calabria l’agricoltura biologica è un’eccellenza, ma si produce per vendere altrove

Scritto da: Tiziana Barillà

La Calabria primeggia per ettari e numero di aziende nel biologico, eppure è tra le ultime per venduto e consumo perché mancano strategia e distribuzione. Così, il biologico calabrese viene in buona parte spedito fuori regione oppure venduto come convenzionale. Ne abbiamo parlato con Maurizio Agostino, agronomo che si occupa di agricoltura biologica. 

Sui banchi di un qualunque mercato ortofrutticolo di Milano hai buone probabilità di trovare l’eccellenza dei prodotti biologici calabresi. Se vivi in Calabria invece fai molta molta più fatica a trovarne. La regione che primeggia per ettari e numero di aziende nel biologico è tra le ultime per venduto e consumo. Il biologico calabrese insomma viene in buona parte spedito fuori regione oppure venduto come non biologico. Abbiamo cercato di comprendere questo assurdo paradosso con Maurizio Agostino, agronomo calabrese impegnato in agricoltura biologica

Negli ultimi tempi si parla molto di biologico. Tutto biologico è niente biologico? 

Si parla tanto di biologico ma se andiamo a misurare scopriamo che oggi in Italia c’è il 7/8% di produzione biologica. Oggi la maggior parte dei territori agricoli che producono cibo, in Italia e in Europa, purtroppo è ancora preda della chimica. Siamo una minoranza nel panorama agricolo. Poi mettici anche il fatto che siamo molto impegnati a combattere quella che per noi è la convenzionalizzazione del biologico e cioè il fatto che quando diventa business, appannaggio dei grandi circuiti della distribuzione dell’agroindustria, fa il biologico anche chi non ci crede e lo fa in maniera inappropriata.

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E poi c’è il fenomeno del falso biologico. Come si fa a scoprirlo? 

È proprio questo il lavoro di certificazione. Ogni azienda deve sottoporsi a regimi di controllo, con sopralluoghi in campo, analisi e prelievo di campioni. Ma attenzione, perché le analisi possono scoprire la frode oppure no, se qualcuno sa fare i trattamenti al momento opportuno magari dentro il prodotto non li trovi più. E non perché non ci sono ma perché sono stati metabolizzati. 

Quindi i controlli sono una condizione necessaria ma non sufficiente. 

È un lavoro complesso. Diciamo che con il progresso tecnologico le metodiche analitiche sono più sofisticate e scoprono molte situazioni, ma c’è da dire che quando un cibo è prodotto in un territorio a migliaia di chilometri di distanza è più difficile, mentre se aumenta la prossimità è più facile. Quando c’è un rapporto sociale e culturale è il consumatore che controlla il produttore, il cittadino stesso diventa un cooperatore, imparando a riconoscere più e meglio la qualità del cibo. 

Il sistema di controllo c’è ma ci vuole una battaglia culturale. È questa la cosiddetta garanzia partecipata? 

Esatto. La rete Humus, di cui faccio parte, lavora a progetti di garanzia partecipata proprio per questo: affinché la produzione alimentare torni a essere un fatto comunitario, e non più di entità sociali isolate. Nei sistemi partecipati di garanzia un’azienda agricola per entrare all’interno di una rete deve dare dimostrazione costante di partecipazione a una rete a un’entità. Quello è il massimo grado di garanzia, perché sei sicuro che quell’azienda partecipa a una rete sociale e culturale della quale fanno parte anche i consumatori e le comunità locali che si cibano dei suoi prodotti. 

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Maurizio Agostino
In Calabria come siamo messi? 

La Calabria ha una situazione particolare: è una delle regioni che in proporzione ha più superficie e produttori biologici. Ha un primato perché le coltivazioni dell’ulivo, dei cereali e in parte degli agrumi, per come gestite nella nostra regione, si sono molto adattate al metodo biologico. Abbiamo una superficie agricola biologica enorme, specie nelle aree interne e collinari. Siamo ai primi posti da questo punto di vista, ma non in tutti. 

Siamo ai primi posti come numero di ettari e aziende, ma non per vendita. Sul sito Sinab.it, portale ministeriale che pubblica statistiche aggiornate, la Calabria risulta agli ultimi posti per vendita e consumo. Com’è possibile? 

Sì, la gran parte del prodotto biologico calabrese viene venduto fuori regione, mentre qui la vendita è molto bassa. Si spiega perché qui non si è sviluppato un sistema distributivo specializzato. Innanzitutto siamo pochi e siamo rurali, quindi con una bassa percentuale di consumi cittadini. E poi abbiamo un sistema di distribuzione tra i più antiquati dal punto di vista dell’innovazione, non ci sono circuiti di prodotti biologici, le catene specializzate sono presenti con due o tre negozi, mentre in una città come Bologna ce ne sono almeno 15 se non 20. Direi che quello che manca è una strategia, non solo di distribuzione ma anche di valorizzazione e innovazione del prodotto biologico. 

La Calabria dovrebbe investire su studio e ricerca di sistemi agroecologici, concentrandosi non sulla singola pianta o insetto, ma sull’ambiente nella sua globalità

Che fine fanno le risorse pubbliche destinate all’agricoltura biologica? 

Si disperdono, non arrivano mai a cogliere l’esigenza di creare reti locali dei prodotti biologici di elevata qualità. Non è facile, si parte sempre da sistemi imprenditoriali con scarsa capacità di investimento perché il settore dell’agricoltura e dell’alimentare è fatto di piccole imprese con piccoli volumi d’affari. Anche se c’è la volontà non è facile. È più facile e sbrigativo rifornirsi dal grossista di turno, invece di attivare la filiera locale.

Si fa prima a pagare un trattore o un agriturismo che a finanziare una rete distributiva locale. Molte aziende si rinnovano e questo va bene, ma poi prendono la roba, la mettono sui camion e la spediscono a Milano. È molto più facile mandare i prodotti a Milano che in Calabria stessa. La gran parte del prodotto biologico calabrese viene venduto fuori regione, mentre qui la vendita è molto bassa. Si spiega perché qui non si è sviluppato un sistema distributivo specializzato

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Quale potrebbe essere la strada verso una soluzione? 

Aumentare i controlli non significa inasprire la burocrazia. Anzi, un inasprimento della burocrazia spesso penalizza le piccole aziende più serie, parliamoci chiaro: chi fa per professione il mestiere della frode si organizza per sopportare qualunque carico burocratico. Quello che serve è fare in modo che l’ente pubblico mandi più persone nelle aziende agricole per verificare il lavoro dei controllori. Più un sistema di controllo funziona ed è capillare, più scoraggia ipotesi di cosiddetto “falso biologico”.

Il passo successivo è dosare e affinare bene le politiche finalizzate al miglioramento dei processi produttivi, partendo dalla ricerca e dalla sperimentazione. Bisogna investire molto, molto di più. Non si studia mai abbastanza un agrosistema. La Calabria dovrebbe investire su studio e ricerca di sistemi agroecologici, concentrandosi non sulla singola pianta o insetto, ma sull’ambiente nella sua globalità. Per questo parliamo di approccio olistico.

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