5 Apr 2024

Israele, V-Dem e l’indice di democrazia

Scritto da: Michele Cagnini

Israele è storicamente considerata una democrazia, ma la situazione politico-militare in Palestina, unitamente a una serie di eventi rilevanti di politica interna, hanno spinto l'istituto V-Dem, del dipartimento di Scienze Politiche dell'università svedese di Göteborg, a declassare lo Stato ebraico da “democrazia liberale” a “democrazia elettorale”. Proviamo a capire perché.

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La risposta israeliana agli attacchi del 7 ottobre ha messo in crisi una serie di certezze riguardo alla moralità dell’occidente e il nostro modo di vedere il mondo, costringendoci a ripensare concetti quali “democrazia” e “genocidio”. Sono passati alcuni mesi dal tragico reintensificarsi delle ostilità in Palestina e mentre il mondo assisteva con orrore a ciò che stava accadendo ci siamo resi conto che le categorie in cui suddividevamo il mondo non erano più così limpide. All’interno del nostro modo di fare politica ci pare impossibile scindere l’idea di “democrazia” da concetti come per esempio libertà, uguaglianza e stato di diritto. Eppure guardando Israele sembra che tutto ciò venga dimenticato da parte del mondo politico e mediatico.

A fornire un chiarimento decisivo ci pensa Varieties of Democracy – agenzia che stile un indice di democrazia e categorizza i vari paesi dal punto di vista del sistema politico –, che ha recentemente declassato Israele da “democrazia liberale” a “democrazia elettorale”. I ricercatori di V-dem hanno infatti deciso di cambiarne lo status dopo i continui attacchi del governo alla magistratura, volti a renderla di fatto sempre meno indipendente. In particolare, è stata approvata una legge che impedisce all’Alta Corte di Giustizia di invalidare le leggi dello Knesset, di fatto rompendo la divisione dei poteri.

democrazia
La dell’istituto V-Dem

Inoltre in uno Stato, perché si possa parlare di democrazia, è necessario che le posizioni di potere possano essere “combattute” attraverso libere elezioni e questo in Israele succede, se non fosse che il diritto di voto è una prerogativa solo di alcuni. La popolazione dello stato ebraico è di circa 9 milioni di persone, ma di queste solo 6 milioni sono elettori. A questi numeri vanno aggiunti però 300mila arabi di Gerusalemme est e più di 4 milioni di persone tra Cisgiordania e Gaza – de facto sotto occupazione militare. 4 milioni di persone che si trovano divise geograficamente e politicamente, chiuse in un gioco tra Al-Fath e Hamas, i principali poli di potere all’interno dei territori palestinesi.

Questo enorme gruppo di persone ovviamente non ha alcun potere decisionale, in quanto esse non sono viste come cittadine. Si può quindi considerare democrazia un paese che divide la propria popolazione in cittadini di serie A e di serie B? La prerogativa poi, per chiamare un pezzo di terra “Stato”, è la sua capacità di controllare i propri confini e di essere sovrano all’interno degli stessi – esempi di sovranità sono il monopolio della forza e la capacità di legiferare. Quindi, nonostante a Gaza esista una sorta di governo, non la si può considerare uno Stato, considerato che i confini esterni sono controllati da Israele e la sovranità interna è limitata a minuscole libertà.

I territori della striscia non hanno una propria indipendenza energetica – la maggior parte dell’energia viene prodotta e controllata da Israele – e la stessa cosa vale per l’acqua potabile. Secondo un report dell’ONU, per un palestinese è considerato reato perfino raccogliere l’acqua piovana, in quanto essa è “proprietà dello stato ebraico”. Per i palestinesi non è possibile pescare nel loro stesso mare, infatti le acque di fronte a Gaza sono pattugliate dalla marina israeliana e, poiché ricche di idrocarburi, con ogni probabilità diverranno presto terreno di estrazione.

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Benjamin Netanyahu

Per quanto Israele possa avere un sistema di votazioni libere e democratiche, ci sono milioni di persone escluse dalla competizione elettorale che però sono direttamente interessate dalle politiche dello Stato, rendendolo di fatto Israele una democrazia a due livelli e, de facto, uno stato segregazionista.

Questa era la situazione precedente al 7 ottobre. Ma cos’è successo dopo? L’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva che era difficile immaginare: in una settimana l’IDF ha sganciato 6000 bombe, poco meno di quelle che gli Stati Uniti avevano sganciato in un anno di guerra in Afghanistan. Sono stati presi di mira ospedali, università e perfino la sede dell’agenzia ONU che si occupa dei profughi palestinesi.

È interessante anche analizzare le dichiarazioni rilasciate dai politici e dai militari dello stato ebraico in questi mesi, molte delle quali si possono configurare come vere e proprie ammissioni di genocidio da parte del Governo di Israele, l’ultima della ministra della giustizia May Golan che ha affermato: «Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza e del fatto che ogni bambino, anche tra 80 anni racconterà ai suoi nipoti cosa hanno fatto gli ebrei dopo che le loro famiglie sono state massacrate e violentate e i loro figli rapiti».

Varieties of Democracy ha recentemente declassando Israele da “democrazia liberale” a “democrazia elettorale”

Oltre all’analisi dei numeri è opportuno valutare anche l’atteggiamento politico. Fra le accuse rivolte al Governo israeliano c’è stata quella di de-umanizzare il popolo palestinese: più di 60 anni di occupazione militare hanno allontanato ancora di più le parti, radicalizzando menti e cuori.

Hannah Arendt, filosofa e saggista di origine ebraica, descriveva così la “coscienza collettiva” nella Germania nazista: “…e come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti “non ammazzare” (…), così la legge nella Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti “ammazza” (…). Il male, nel terzo reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è: la proprietà della tentazione”.

Gli abitanti di Israele si trovano in questa situazione in cui la reazione verso chi mette in dubbio l’operato del Governo è l’accusa di anti-semitismo. Forse non è tanto il sonno della ragione a generare mostri, come afferma Goya, perché non mancò ingegno nel Terzo Reich e non manca adesso in Terra Santa. Anzi, semmai potrebbe essercene un eccesso, una predominanza di logica fredda e machiavellica. E intanto l’opinione pubblica occidentale scopre con orrore che i genocidi non sono solo una conseguenza delle dittature o dei totalitarismi, ma uno strumento politico che perfino le democrazie possono sfruttare.

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