26 Gen 2024

Dall’aereo russo precipitato alla strage di Gaza: guerra, informazione e bugie – #868

Abbiamo parlato spesso del rapporto controverso fra guerra, informazione e verità. Quando scoppia un conflitto l’informazione diventa parte del conflitto e la verità evapora quasi istantaneamente. Due fatti di ieri, ovvero l’abbattimento di un aereo russo che forse trasportava prigionieri ucraini e una strage di civili in attesa di aiuti umanitari a Gaza ci offre qualche tragico spunto per riflettere su questo. Parliamo anche della legge approvata in Senato per istituzionalizzare l’accordo Italia-Albania sui migranti.

Abbiamo spesso raccontato del rapporto pericoloso e molto scivoloso fra conflitti e verità. Oggi abbiamo di nuovo due notizie provenienti dai due conflitti, diciamo principali dalla prospettiva dei giornali, più mediatici, che ci portano nuovamente a riflettere su quanto sia complesso capire cosa sta succedendo.

La prima arriva dall’Ucraina, e riguarda l’abbattimento di un velivolo russo, da parte si presume della contraerea ucraina, su cui non si capisce se viaggiavano prigionieri ucraini o armi russe o altro ancora. Ve la riassumo da un articolo su HuffPost a firma di Edoardo Giribaldi.  

Quello che sappiamo per certo è che un aereo militare russo Ilyushin Il-76 si è schiantato nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina. Secondo la versione russa sarebbe l’esercito ucraino ad aver abbattuto il velivolo e al suo interno ci sarebbero stati 74 passeggeri a bordo, tra i quali 65 soldati ucraini, e tre guardie e sei membri dell’equipaggio di nazionalità russa.

Leggo: “Il Cremlino attribuisce la responsabilità dello schianto a Kiev, definendolo un “atto terribile”, affermando come gli ucraini abbiano “ucciso i loro stessi prigionieri di guerra” e che sia “necessaria un’investigazione internazionale sui crimini compiuti dal regime di Zelensky.” 

Sull’altro fronte, l’Ucraina non ha confermato di avere colpito l’aeromobile militare e ha messo in discussione alcuni punti chiavi della narrazione portata avanti da Mosca, non suffragando l’ipotesi secondo la quale a bordo dello Ilyushin Il-76 ci fossero prigionieri di guerra ucraini.  Inizialmente i media ucraini avevano citato la tesi secondo cui l’aereo trasportava missili da guerra, tesi successivamente smentita per mancanza di prove. 

Comunque, l’unico punto di contatto tra le due versioni risiede nell’appello per un’investigazione internazionale. Ma si tratta di un’ipotesi abbastanza improbabile. Come ha affermato la stessa Associated Press, in quella che mi pare un po’ un’ammissione di impotenza giornalistica di fronte al conflitto, “le speranze su un’investigazione dei registratori di volo che possa portare a chiarimenti sull’accaduto siano molto flebili. “Gli incidenti mortali seguiti da rivendicazioni e controdenunce sono una caratteristica della guerra, usati come munizioni per infangare la reputazione e influenzare l’opinione pubblica”.

Ma quindi è impossibile scoprire come è andata? Abbiamo qualche indizio? Qualcuno sì: Sappiamo che quel tipo di velivolo era già stato usato in precedenza per scambiare ostaggi e sappiamo che lo scambio era in effetti previsto, cosa confermata da entrambe le parti. Solo che per il Ministero della difesa russo, lo scambio era confermato e stava effettivamente avvenendo e l’Ucraina sapeva che era previsto l’atterraggio di un aereo con a bordo suoi connazionali nel campo aereo di Belgorod.

Secondo invece l’intelligence militare ucraina lo scambio era previsto ma non confermato e non sarebbe stato comunicato il metodo di trasporto dei prigionieri nel luogo predisposto. Quindi quell’aereo non era presumibilmente quello con i passeggeri. 

Quindi il governo russo accusa quello ucraino di terrorismo, mentre l’intelligence ucraina accusa la Russia di voler destabilizzare la situazione in Ucraina ed indebolirne il supporto internazionale.

Poi ci sono altri aspetti: ad esempio apprendo che da qualche mese si sono intensificati gli scambi di prigionieri fra i due paesi. Che in genere è perlomeno un segnale leggermente distensivo. A inizio gennaio è avvenuto il principale scambio di prigionieri dall’inizio del conflitto, solo che in genere questi scambi sono mediati da altri paesi come Turchia o Emirati Arabi Uniti, e sono stati definiti “molto complicati”, con le due parti sempre intente a “negoziare meticolosamente ogni dettaglio”. 

Tali accordi sono politicamente sensibili soprattutto per Kiev, viste le frequenti affermazioni del governo di Zelensky sulla ferma volontà di fare il possibile per negoziare i rilasci. E alcune famiglie, che hanno atteso per mesi con poche informazioni sui propri cari in prigionia, hanno organizzato proteste di piazza a Kiev.

Così come c’è un ultimo aspetto rilevante, ovvero quello che apparentemente è un dettaglio: con cosa è stato abbattuto il velivolo? Sempre nella ricostruzione russa, sembra plausibile che sia stato abbattuto con i famosi missili Patriot di fabbricazione americana, gli unici ad avere una gittata sufficiente. E c’è un accordo per cui le armi che vengono rifornite dall’Occidente non devono essere usate per scopi offensivi ma solo per scopi difensivi. Quindi in questo caso l’esercito ucraino potrebbe aver violato uno degli assunti che stanno alla base dell’invio di armi, ovvero lo scopo difensivo.

Ora, vi starete chiedendo, perché i giornali, e io stesso, sto dando tutte queste informazioni su una notizia di cui non sappiamo nemmeno come sia andata? È così rilevante per capire cosa sta succedendo in Ucraina? Sì e no. 

È vero, non sappiamo come sono andate realmente le cose. E in questo il giornalismo di guerra embedded, come si fa adesso, ovvero sotto la protezione di uno specifico esercito, non aiuta. Se sia stata la Russia a orchestrare tutto ciò per indebolire Zelenski o se l’abbia fatto il governo ucraino (forse, dicono alcune fonti di intelligence americane, per una sorta di regolazione di conti interna alla struttura di potere ucraina stessa). 

Ma descrivere queste notizie è descrivere il conflitto. Un conflitto informativo su cui i governi in guerra investono e puntano come sulle armi. Le informazioni possono spostare masse, condizionare milioni di persone, spostare gli equilibri internazionali. Sono armi potentissime. Per cui ogni volta che leggete informazioni legate a un conflitto, soprattutto se in qualche misura ci coinvolge, prendete tutto con le pinze, cercate di analizzare, di attivare il pensiero critico. E chiedetevi non tanto qual è la versione vera (perché spesso è davvero impossibile saperlo) ma cosa ci dice questa notizia sul conflitto in corso. 

L’altra questione in qualche modo simile arriva dal conflitto a Gaza. Qui nella giornata di ieri il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qudra, ha detto che l’esercito di Tel Aviv ha sparato contro la folla di civili accalcati per ricevere aiuti umanitari a Gaza. Il bilancio è pesante, al momento si parla di 20 morti e 170 feriti, anche se secondo al-Qudra il numero dei decessi è destinato a salire perché molti dei feriti, trasportati all’ospedale al-Shifa, si trovano in condizioni gravi, con la struttura senza forniture mediche e con pochi dottori operativi.

La notizia è stata diffusa sul canale Telegram del portavoce di Gaza e riportata da al-Jazeera. Si legge che l’attacco è avvenuto in piazza Kuwait, nel quartiere di Zeitoun a est di Gaza City. In quel luogo si erano radunate centinaia di persone affamate, pronte a ricevere gli aiuti umanitari internazionali, in una zona della Striscia, quella settentrionale, che è la più difficile da raggiungere per i convogli in entrata dai valichi di Rafah e Kerem Shalom, nell’estremo Sud. Il portavoce della protezione civile locale, Mahmoud Basal, ha aggiunto che soccorrere i feriti è stato complicato, dato che gli operatori sanitari sono stati ostacolati dai militari israeliani.

Qui devo dire che sembrerebbero esserci meno dubbi sull’accaduto, nel senso che non ci sono grandi smentite né contro-tesi. Per adesso l’esercito israeliano ha solo annunciato che sta esaminando le accuse mosse dal ministero guidato da Hamas, ma non ha smentito. Se fosse confermato si tratterebbe di un crimine di guerra gravissimo. 

Ma è interessante – si fa per dire – notare l’estrema cautela con cui anche gli inviati di guerra raccontano l’accaduto. E questo non solo per questioni geopolitiche o di alleanze fra stati, ma anche perché l’unico modo di documentare il conflitto in Palestina è essere giornalisti embedded con l’esercito israeliano, una condizione che pone in una posizione non proprio equa nel poter giudicare quello che accade, perché significa che si è costantemente scortati dall’esercito ovunque si vada, e che si va solo in alcuni luoghi e non in altri, e che si firma un protocollo, un accordo con l’esercito che in genere supervisiona le notizie che escono. Comprensibilmente, nell’interesse dell’esercito, per tutelare segreti militari, nomi e cognomi degli interessati e così via, ma il confine fra questo e il controllo dell’informazione è sottile.

Al volo, su Gaza, l’altra grossa novità è che, apprendo dal Post, è che “Questa settimana l’esercito israeliano ha ammesso per la prima volta di star creando una zona cuscinetto larga circa un chilometro nella Striscia di Gaza lungo tutto il confine con Israele, demolendo tutti gli edifici e le strutture civili che si trovano al suo interno. È un progetto di cui politici e funzionari israeliani parlavano da tempo, definendolo come necessario per la sicurezza di Israele, ma che finora non era mai stato annunciato ufficialmente”.

La zona cuscinetto sarà larga circa un chilometro e correrà lungo tutto il confine della Striscia di Gaza (restringendo il territorio della Striscia, non quello di Israele). Sarà un’area disabitata e senza edifici a ridosso della barriera di confine, che possa essere sorvegliata militarmente e possa essere usata per impedire nuovi attacchi via terra. I palestinesi, anche i civili, non potranno entrare al suo interno.

Si tratta di un progetto molto criticato e controverso. Il problema principale è che, poiché la Striscia di Gaza è popolata in maniera densissima, nell’area in cui dovrebbe trovarsi la zona cuscinetto ci sono molti edifici civili, campi agricoli e altre strutture. Per questo, da novembre, l’esercito israeliano sta demolendo tutto ciò che trova. Come ha detto un soldato al Wall Street Journal «È stato tutto raso al suolo. Erano soprattutto terreni agricoli. Ora è una zona militare, una vera terra di nessuno».

Anni fa ricordo che rimasi colpito quando un operatore del turismo responsabile che intervistammo ci raccontò dell’enorme impatto delle navi da crociera, che era persino peggiore di quello degli aerei. Un argomento di cui si parla poco, onestamente, e molto sottovalutato, ma molto sentito laddove le navi da crociera transitano più frequentemente, ad esempio nel porto di la Spezia.

Perciò la nostra Emanuela Sabidussi ha deciso di dedicare proprio a questo tema la seconda inchiesta a puntate del nostro portale ligure. Dopo che nel primo episodio ci ha dato alcune informazioni generali su quanto inquinano le crociere, in questa seconda puntata ci spiega come queste enormi navi impattino sulla salute umana, e non solo, e quanto sia importante monitorare costantemente questo impatto. 

Leggo: “Le sostanze più inquinanti emesse dalle navi da crociera sono principalmente gli ossidi azoto, di cui i più comuni sono i vari biossidi di azoto. Ma cosa sono? Come spiegato dall’ultima pubblicazione dell’Ecoistituto di Reggio Emilia e Genova “gli ossidi di azoto (con cui si intende il gruppo di composti chimici formati da ossigeno e azoto) ad elevate concentrazioni sono composti irritanti per le mucose e l’apparato respiratorio. In molti studi sugli effetti dell’inquinamento atmosferico la concentrazione degli ossidi di azoto, espressa come NO2, è stata associata a un incremento della mortalità, sia per tutte le cause non violente, sia per le cause respiratorie”.

“Esiste una proporzionalità diretta – prosegue il report – tra la concentrazione media annuale dell’inquinante e i danni alla salute, espressi come mortalità per cause naturali, mortalità respiratoria e ricoveri ospedalieri”. Ma non solo. Ad aggiungersi agli effetti degli ossidi di azoto ci sono anche le polveri sottili e da qualche anno sappiamo che più il diametro di queste particelle è inferiore, più sono pericolosi per la salute umana”.

Velocissimi su un’altra notizia. La prima è che ieri la Camera ha dato il via libera all’accordo Italia-Albania sui migranti. Il provvedimento passa ora al Senato con l’obiettivo di una rapida approvazione, probabilmente anche prima che la Corte costituzionale albanese di pronunci sulla legittimità dell’accordo, probabilmente la prossima settimana (perché se ricordate, l’Albania ha al momento bloccato l’accordo per una questione di possibile incostituzionalità).

L’accordo, in breve, prevede che l’Italia costruisca dei centri per le persone in attesa dello status di rifugiati o di rimpatrio su suolo albanese.

L’approvazione della legge alla camera da subito ha causato durissime critiche di opposizioni e Ong perché, fra le altre cose, non prevede nessuna delle misure richieste dalla società civile, come la possibilità di organizzazioni non governative presenti nei centri in Albania, una relazione al parlamento ogni sei mesi e una garanzia sul fatto che al di là dell’Adriatico verranno portati solo migranti non vulnerabili: dunque no minori, no donne, no persone che arrivano dai lager libici e dunque vittime di torture, abusi e violenze di ogni genere.

Niente di tutto ciò è stato aggiunto al testo, che passa ora al Senato.

Oggi è venerdì quindi è tempo di INMR Sardegna. Perciò passo la parola ad Alessandro Spedicati che ci racconta di cosa parlerà in questa nuova puntata della rassegna settimanale sarda.

Audio disponibile nel video / podcast

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