24 Gen 2024

Gli agricoltori protestano in Francia e in tutta Europa. Perché? – #866

In Europa si moltiplicano le manifestazioni e gli scioperi sempre più grandi e rumorosi degli agricoltori, che in diversi paesi, ultima la Francia, si stanno opponendo a una serie di politiche, molte delle quali legate alla strategia europea Farm ti fork. Parliamone. parliamo anche di come il più grande fondo d’investimento al mondo, BlackRock, sta cambiando le sue strategie e della morte di Gigi Riva, e di quello che significa soprattutto per i sardi.

Da qualche giorno è iniziata in Francia una grossa protesta degli agricoltori, che stanno causando parecchi disagi e bloccando con i loro trattori l’accesso ad alcune strade e autostrade del paese. Ci sono molti filmati che stanno circolando relativi ai blocchi autostradali e alle rappresaglie. Se state guardando il video su YT vi metto anche un breve video ripreso col cellulare, di cui altrimenti sentirete solo l’audio. 

Comunque, la notizia sta rimbalzando abbastanza sui giornali e fra l’altro va a sommarsi a notizie simili che arrivano da altri paesi europei. Ma perché gli agricoltori francesi e più in generale europei stanno protestando?

Per capirlo andiamo sul Post, che racconta che in Francia le proteste sono perlopiù organizzate dal principale sindacato di categoria, la FNSEA, che fa sapere che gli agricoltori francesi resteranno sulle strade «per tutto il tempo necessario» e finché non arriveranno da parte del governo risposte concrete alla loro «disperazione». 

Disperazione è una parola forte: che succede? Leggo ancora: gli agricoltori chiedono misure d’emergenza per sostenere la loro attività e denunciano, in particolare, il basso livello dei loro redditi e gli eccessivi oneri amministrativi e burocratici a cui sarebbero sottoposti.

Sembrano questioni abbastanza specifiche, eppure, come vi dicevo, le proteste degli agricoltori francesi si aggiungono a quelle in vari paesi europei fra cui Germania, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Regno Unito e Serbia. Dovrà esserci, quindi, una radice comune. E in effetti c’è.

Anche se ciascuna protesta locale è stata organizzata di volta in volta per motivi specifici, infatti, diversi quotidiani hanno parlato di una tendenza: molti agricoltori si oppongono alle conseguenze dirette e indirette del Green Deal europeo, una serie di misure promosse dall’Unione Europea per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita di cittadini e cittadine.

Gli agricoltori europei stanno protestando in particolare contro il piano Farm to Fork, che prevede di riconvertire entro il 2030 almeno il 25 per cento dei terreni coltivati ad agricoltura biologica, e contro la proposta, ancora in discussione al Parlamento europeo, di ridurre drasticamente l’uso di pesticidi, sempre entro il 2030 (una prima proposta per ridurli del 50 per cento era stata respinta dopo le molte pressioni delle associazioni di categoria).

I motivi specifici della protesta degli agricoltori francesi hanno a che fare con l’aumento delle tasse sul carburante dei trattori – che diversi governi europei stanno valutando per raggiungere gli obiettivi del Green Deal – ma anche con il costo dell’energia e con l’eccessiva, a loro dire, regolamentazione e burocratizzazione della loro professione. Come ha detto Véronique Le Floc’h, presidente della Coordination rurale, il secondo sindacato agricolo del paese «Gli agricoltori che ci chiamano non sanno più nemmeno cosa hanno il diritto di fare o non fare» e non si sentono «adeguatamente sostenuti».

Gli agricoltori francesi hanno anche denunciato il rinvio di un disegno di legge promesso più di un anno fa dal presidente Emmanuel Macron, che avrebbe come obiettivo principale quello di promuovere il ricambio generazionale nel settore agricolo, che sta invecchiando rapidamente. La protesta riguarda poi anche le massicce importazioni verso l’Europa di cereali, pollame e zucchero dall’Ucraina, a prezzi così bassi che secondo gli agricoltori rappresenta una forma di concorrenza sleale.

Ora, come vedete è una cosa abbastanza complessa e ci sono molte questioni in mezzo: come spesso succede con le proteste, ci finisce dentro un po’ di tutto, tante richieste e recriminazioni che non hanno molto da spartire l’una con l’altra, se non per il fatto di essere tutti problemi di una determinata categoria. 

Di fronte a questa situazione il governo francese tentenna: a dicembre l’ex prima ministra Elisabeth Borne aveva annunciato l’abbandono degli aumenti delle tasse sui pesticidi e sull’irrigazione, mentre pochi giorni fa il ministro dell’Agricoltura, Marc Fesneau, ha promesso un sostegno finanziario da parte dello stato agli allevatori. Promesse che per ora non sono state concretizzate.

In tutto ciò, in Francia come in buona parte d’Europa, ad Esempio in Germania e nei Paesi Bassi, i partiti di destra, soprattutto di estrema destra, stanno cercando di cavalcare queste proteste anche in vista delle prossime elezioni europee del 2024. 

Insomma, è un bel casino (cit.). Siamo in una situazione per alcuni versi simile a quella, più in piccolo, che descrivevamo ieri sulle città 30. Una novità necessaria – in questo caso la transizione ecologica del settore agricolo – genera un cambiamento che come ogni cambiamento causa stress, ansie, paure e quindi si trasforma in proteste e rivendicazioni, che vengono cavalcate da una parte della politica per fini elettorali. Stesso copione, pur su scala diversa. 

Ora, anche qui forse si potrebbero fare le cose in maniera leggermente diversa. Partiamo dagli assiomi di base: è fuori discussione che dobbiamo trasformare velocemente e radicalmente il settore agricolo e degli allevamenti, riducendo drasticamente l’uso della chimica, lasciando più spazio alla biodiversità, favorendo ripresa della fertilità dei suoli e riducendo fino a eliminare gli allevamenti intensivi. Questo non per favorire gli interessi specifici di qualcuno, ma per permettere il prosieguo della vita sulla terra per come la conosciamo con tanto di società umane complesse simili alle attuali. Cioè: l’alternativa alla transizione non è che le cose restano come stanno, l’alternativa è tutto precipita in maniera repentina e drammatica.

Il punto è: come. Come facciamo a fare queste cose, considerando che siamo una specie piuttosto irrazionale e che non ama molto i cambiamenti, al punto che preferisce negare i problemi piuttosto che cambiare? Esiste un modo per fare questi cambiamenti, non dico senza scontentare nessuno, ma facendo in modo che il tutto fili il più lisce possibile e incontri meno resistenze, per poter andare più veloci? Premesso che nessuno, tantomeno io, ha la ricetta perfetta, credo che dovremmo insistere su 3 elementi, su 3 aspetti generali. 

  1. il primo è un facilitare un cambiamento culturale il più possibile omogeneo nella nostra società. Fare in modo che la cultura ambientalista non sia patrimonio di una nicchia di pensiero, di una fetta della società, ma della società intera, che diventi un po’ un assunto di base tipo “Uccidere è sbagliato” che non è di destra né di sinistra ma è trasversale. Perché il sistema cambia quando vari attori di una società convergono sullo stesso sistema di pensiero.
  1. Il secondo è coinvolgere il più possibile vari attori sociali nelle decisioni stesse, soprattutto quelli toccati dalle decisioni, usando sistemi di governace collaborativi. Le assemblee dei cittadini potrebbero essere un buon inizio in questo. Perché spesso, se si scava sotto i bisogni apparenti, si arriva al livello dei bisogni reali e lì si possono trovare soluzioni alternative e creative per soddisfarli. Ad esempio: usare la chimica non è un bisogno degli agricoltori. Il bisogno è condurre una vita dignitosa, vendere i prodotti a un prezzo giusto, ecc. Questo è un bisogno. La mancanza di confronto radicalizza i bisogni in richieste dicotomiche, ma spesso sotto c’è terreno per il dialogo. Fra l’altro sul tema dei pesticidi e dei falsi miti ad essi legati vi consiglio una puntata di A tu per tu proprio su questo tema, la trovate sotto Fonti e articoli.
  1. Infine, sperimentare su piccola scala. Come ulteriore elemento di sicurezza, visto che parliamo di modifiche sostanziali a pezzi importanti delle nostre società, sarebbe importantissimo introdurre l’usanza di sperimentare su scala ridotta le decisioni prese prima di implementarle su scala nazionale o internazionale. Perché decisioni piccole, problemi piccoli, decisioni grandi, problemi grandi.

E niente, questi sono i miei consigli al mondo. Mondo, fanne ciò che vuoi.

Un’altra notizia che mi ha colpito la prendo da Valori. È un articolo a firma Alessandro Volpi che è un docente universitario di cui leggo spesso analisi molto interessanti dal punto di vista economico globale. Questa volta Volpi si concentra sul caso di BlackRock che ha iniziato a fare ampi investimenti in infrastrutture. BlackRock è il fondo d’investimento più grande al mondo, che però investe tradizionalmente in prodotti finanziari. E che da poco ha iniziato a investire in porti, strade, reti di telecomunicazione, infrastrutture appunto. Ed è interessante la lettura del perché questo sta accadendo, e che cosa ci dice sul mondo, che Volpi ne da.

Leggo: “Il processo di concentrazione del potere finanziario sta conoscendo una ulteriore, rapida accelerazione. Il fondo BlackRock ha comprato per 12,5 miliardi di dollari – in gran parte cedendo proprie azioni – Global Infrastructure Partners. È un fondo che gestisce attivi per 100 miliardi di dollari e ha nel proprio portafoglio numerose partecipazioni nel settore delle infrastrutture nel mondo. In Italia possiede il 50% di Italo”.

“Le modalità dell’acquisto sono un primo elemento assai significativo perché, cedendo proprie azioni, BlackRock trasforma gli azionisti di Global Infrastructure Partners in soggetti direttamente partecipi delle sorti del colosso guidato da Larry Fink. In altre parole l’acquisto ha, in parte, i caratteri della fusione, accentuando la natura monopolistica dell’operazione”.

Con una simile acquisizione BlackRock, che già disponeva di partecipazioni di maggioranza o comunque rilevanti in una serie di società di infrastrutture, diventa il secondo player globale in tale campo, alle spalle di Macquarie. E manifesta la chiara intenzione di spostare una porzione dei propri attivi, superiori ai 10mila miliardi di dollari, verso il settore delle reti infrastrutturali, dai porti, alle ferrovie, alle autostrade, passando per l’energia e gli acquedotti. 

Larry Fink, Ceo del fondo, ha dichiarato che l’obiettivo dell’acquisizione è quello di orientare le risorse finanziarie disponibili per intercettare la volontà degli Stati di potenziare il proprio sistema infrastrutturale, verso cui si indirizzano i piani di investimento pubblici che sono però, a detta di Fink, assai insufficienti. L’obiettivo diventa così quello di affiancarsi alla presenza degli Stati, con partecipazioni sempre più rilevanti, nei nodi fondamentali del trasporto di persone e merci, oltre che dei servizi. Definendo un doppio monopolio: quello delle tariffe e quello della proprietà azionaria. Con rendimenti, in entrambi i casi, altissimi.

Ed ecco che il professore spiega quello che a suo avviso è il motivo di questa operazione, che ha a che fare con una certa previsione legata al futuro: “BlackRock sembra coltivare, in tal senso, una strategia che scommette su una almeno parziale deglobalizzazione, per effetto della quale riprenderanno vigore le infrastrutture a carattere “nazionale”, prive tuttavia dei mezzi finanziari per essere realizzate. 

I grandi fondi avrebbero allora la possibilità di sfruttare le nuove privatizzazioni, legate appunto alle varie reti nazionali, per assumere posizioni determinanti all’interno dei diversi Paesi. Con l’ingresso nelle società infrastrutturali, magari con un socio pubblico, BlackRock offrirà all’enorme massa dei propri risparmiatori impieghi sicuri. Perché espressione di monopoli naturali, rafforzati, appunto, dalla presenza di un socio pubblico, disposto ad adottare provvedimenti normativi di evidente favore”.

L’articolo poi racconta di come così BlackRock diventi apparentemente infallibile, perché presente in ogni pezzo di mercato, sia dell’economia reale che di quella finanziaria, e di recente anche nel mondo delle criptovalute. Per concludere: “In estrema sintesi, l’acquisto di Global Infrastructure Partners è un tassello di grande importanza nella costruzione di un monopolio globale che BlackRock, e gli altri colossi finanziari, stanno ponendo in essere per trasferire nell’immaginario collettivo la rappresentazione di una finanza senza rischi perché decisamente più forte di qualsiasi altra forma di potere. A cominciare da quello politico”.

L’altroieri è morto Gigi Riva, a 78 anni. Lo saprete perché molti giornali ne hanno parlato e ancora ne parlano, ma forse quello che non sapete è quello che questa persona, personaggio eccezionale, eroe persino secondo alcuni, rappresentava per il popolo sardo. Una persona che nella sue scelte professionali e di vita è un simbolo di amore, passione, coerenza al punto da sembrare quasi un alieno se paragonato a molti campioni contemporanei.

Noi abbiamo la fortuna di avere una nutrita redazione sarda e allora ho chiesto al nostro Alessandro Spedicati, di Sardegna che Cambia, di mandarmi stavolta non solo un audio bensì un video (ovviamente se state guardando il video su YT, se lo ascoltate come podcast, resterà un audio) in cui ci parla della persona, del personaggio, dell’eroe Gigi Riva. 

A te Alessandro:

Audio disponibile nel video / podcast.

Prima di salutarvi, do la parola alla nostra Valentina D’Amora che ci parla nel suo nuovo articolo del rapporto fra maternità e musica.

Audio disponibile nel video / podcast.

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