25 Gen 2024

Cos’è l’autonomia differenziata e perché “divide”? – #867

Martedì sera il Senato ha approvato l’autonomia differenziata, una legge affonda le radici addirittura nel Governo Prodi del 97, un po’ difficile da capire, ma dall’impatto potenzialmente molto alto sul nostro paese. Quindi, ecco, cerchiamo di capirci qualcosa. Parliamo anche di Trump che ha vinto le primarie repubblicane anche nel New Hampshire, e adesso davvero sembra avere la strada spianata verso la ricandidatura alle presidenziali. 

Nella serata di martedì il Senato ha dato il via libera alla legge sulla cosiddetta autonomia differenziata, che ora passa alla Camera. La votazione ha scatenato un coro di esultanze e di polemiche. Ho aspettato un attimo a parlarne per dare tempo ai giornali di formulare letture interessanti, direi che è arrivato il momento di affrontare il tema.

Innanzitutto: che cos’è? Perché sospetto che sia uno di quei tantissimi casi in cui una formula diventa improvvisamente sulla bocca di tutti, ma non è scontato che tutti sappiano di che si tratta.

Si tratta di una riforma, che come dice il nome stesso, da una maggiore autonomia. A chi? Alle regioni. Rispetto allo stato. Su alcune tematiche molto molto importanti. Il problema è che per capirla, dobbiamo fare diversi passi indietro, perché questa legge in realtà attua la riforma del titolo V della costituzione del 2001. Insomma, l’inizio di questa roba qui risale a un momento storico e politico completamente diverso, e non ho trovato alcun modo per capire e far capire questa cosa, senza tornare indietro nel tempo. 

Leggo da un vecchio articolo del Post che “L’attuale struttura delle regioni deriva da una serie di riforme del Titolo V cominciate negli anni Settanta e terminata con la riforma del 2001 (approvata con una maggioranza di centrosinistra e poi confermata da un referendum). Lo scopo di tutte queste riforme, compresa quella del 2001, era dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, nella quale i centri di spesa e di decisione si sarebbero spostati dai livelli più alti, lo Stato centrale, a quelli più locali, “avvicinandosi” così ai cittadini.

Nel corso degli anni le regioni hanno ricevuto sempre più competenze (la più importante è la gestione della sanità) e una sempre maggiore autonomia. Con la riforma del 2001, in particolare, alle regioni fu garantita autonomia in campo finanziario (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativo (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli). 

Comunque, la riforma del Titolo V specificava quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni il compito di occuparsi di tutte quelle non nominate esplicitamente. In pratica si ribaltava il concetto: fino ad allora la costituzione esplicitava quali erano le competenze molto specifiche assegnate alle regioni, e tutto il resto era competenza dello stato. Dal 2001, il concetto è rovesciato. Vengono esplicitate le le materie di competenza esclusive dello stato, quelle in cui Stato e regioni hanno entrambe competenza, mentre tutto il resto passa in mano alle regioni. Il che negli anni ha causato un sacco di problemi, sovrapposizioni e vertenze fra Stato e regioni, anche di recente sotto pandemia, tant’è che sono in molti a ritenere, sia a destra che a sinistra, che il Titolo V vada nuovamente riformato.

Il paradosso è che la riforma di allora, del quale la legge odierna è una attuazione, fu pensata e partorita dal centrosinistra. prima da Prodi, poi da D’Alema, infine da Amato che approvò la legge, prima che fosse passata al vaglio di un referendum popolare, che la approvò definitivamente il 10 ottobre 2001. All’epoca il federalismo era un tema centrale e con questa riforma costituzionale il centrosinistra voleva, pensate un po’, rubare voti alla Lega. Che oggi ne ha fatto un suo cavallo di battaglia.

Comunque, qui il punto è un altro. Nella riforma costituzionale era presente un ulteriore punto che diceva che lo Stato può, con delega, affidare alle Regioni l’esercizio della potestà regolamentare anche nelle materie riservate alla sua potestà esclusiva. Cioè si prevedeva che anche nelle materie di cui la competenza restava pienamente o parzialmente allo stato, quindi materie centrali come l’ambiente, l’energia, le infrastrutture, la difesa, ecc, lo stato potesse scegliere di cedere quest’ultima alle regioni. Una roba forte. 

Talmente forte che poi nessuno l’aveva di fatto resa operativa, e a oltre vent’anni di distanza mancava una legge che definisse la procedura con cui e gli ambiti su cui lo Stato poteva effettivamente delegare le regioni.

Ed eccoci ad oggi. La legge di cui tutti parlano è esattamente quella roba lì. Una legge non che delega dei poteri alle regioni, ma che definisce l’iter con cui lo stato può delegare le sue competenze alle regioni che ne fanno richiesta, e le ,materie su cui può farlo. 

Certo, non si tratta di una legge solo applicativa, c’è molta visione politica dietro. Essendo la Lega uno dei partiti più favorevoli alle autonomie, ci ha messo il carico da 90 andando probabilmente oltre le intenzioni del legislatore che ha riformato la costituzione. A partire dalle materie su cui è applicabile questa procedura. Sono 23 materie molto centrali di cui 20 erano già parzialmente di competenza regionale mentre le altre 3 erano di competenza esclusiva dello stato.

Le 3 materie che fino a oggi sono state di competenza esclusiva dello Stato sono: organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Mentre fra le altre figurano la tutela della salute, lo Sport, l’Energia, i Trasporti, e il Commercio Estero (e tante altre).

L’iter da seguire ce lo spiega invece piuttosto bene un articolo su Rai News:  “Le Richieste di Autonomia partono su iniziativa delle Regioni, sentiti gli Enti locali.

Su 14 delle 23 materie vanno preventivamente individuati dei  Livelli Essenziali di Prestazione. Che vuol dire? Vuol dire che prima di concedere l’autonomia lo stato deve definire delle condizioni minime del servizio che devono essere garantite, e anche come finanziarle, in assenza delle quali le regioni non possono subentrare allo stato nello svolgimento di quel servizio. E devono essere criteri uniformi sull’intero territorio nazionale. Questo punto è stato pensato, almeno sulla carta, per fare in modo che questa norma non aumenti le disparità già esistenti fra regioni più ricche e più povere nella gestione e nei servizi. 

Sui tempi, il ddl dice che il Governo entro 24 mesi dall’entrata in vigore del ddl dovrà varare uno o più decreti legislativi per determinare livelli e importi dei Lep. Mentre Stato e Regioni, una volta avviata, avranno tempo 5 mesi per arrivare a un accordo. Le intese potranno durare fino a 10 anni e poi essere rinnovate. Oppure potranno terminare prima con un preavviso di almeno 12 mesi.

Ecco: poi ci sono tanti altri dettagli, ma sennò facciamo notte, comunque direi che il succo è questo. Tutto ciò ha sollevato una serie di levate di scudi. Oltre alle accuse da parte di quasi tutta l’opposizione, che afferma che si tratti di una sorta di smembramento dello stato in favore delle regioni, ci sono poi preoccupazioni più specifiche. Ad esempio, il WWF ha pubblicato un comunicato molto preoccupato in cui afferma che il ddl “rappresenta per la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali ben più di una mina innescata”.

Vi leggo alcune delle critiche che l’associazione muove al testo: “A giudizio del WWF è emerso chiaramente che: non c’è copertura economica per garantire uguali Livelli Essenziali di Prestazione in modo omogeneo in tutte le Regioni; inoltre, i LEP relativi alla tutela ambientale non sono stati ancora definiti (soprattutto per i temi della biodiversità e dei servizi ecosistemici), né sono definibili senza il necessario supporto tecnico e scientifico.  Alla luce anche solo di questi due fatti oggettivi il disegno di legge al momento rischia di essere poco più che un manifesto politico. 

Il WWF ci chiede anche come possano essere trasferite alle Regioni autonomie sulla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema dopo la recente riforma costituzionale che introduce introduce “la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità anche nell’interesse delle generazioni future” tra i principi fondamentali della Costituzione. Se sono principi fondamentali dello stato, come fanno a passare alle regioni?

Poi c’è un discorso più generale, ovvero che “La natura non riconosce il confine di amministrativo di una regione e quindi dovrebbe essere tutelata in modo omogeneo e coerente su tutto il territorio nazionale. 

Insomma, ci sono diverse questioni abbastanza controverse. Ma credo che come al solito il dibattito politico stia spostando un po’ il focus dall’aspetto più interessante. Il punto, secondo me, non è tanto se è meglio dare più competenze e responsabilità alle regioni o accentrare più il potere nelle mani dello stato. Io penso che il principio cardine di ogni scelta sia quello della sussidiarietà. Ogni scelta va fatta al suo livello, possibilmente in maniera concertata e collaborativa con gli altri livelli. 

È difficile dire se le questioni ambientali siano locali o nazionali. Quasi sempre sono entrambe le cose. Spesso i problemi sono globali, e necessitano di accordi globali e una governance globale, ma hanno ricadute molto pratiche sui territori, quindi c’è bisogno di margine di manovra e risorse per soluzioni che, di nuovo, spesso sono locali. C’era il famoso detto pensa globalmente, agisci localmente, che ha molto. Il punto di base, però, è che dovremmo sostituire la lotta e la competizione fra livelli per il potere, con una collaborazione multilivello. Questo sarebbe una vera svolta.  

Restando invece nel sistema attuale, vedo forse più rischi che opportunità in questa svolta. C’è sì l’opportunità per amministrazioni regionali virtuose di sperimentare modelli all’avanguardia. Ma osservando l’attuale classe dirigente, vedo più il rischio che, nel mucchio, qualche amministrazione regionale approfitti delle autonomie per fare porcate ambientali o simili. Comunque, la legge deve ancora affrontare un iter abbastanza lungo fra commissioni e Camera. Ci teniamo aggiornati. 

Visto che ci siamo dilungati molto sulla notizia precedente, andiamo veloci sulla seconda e ultima notizia di oggi. Ieri Donald Trump ha vinto anche le primarie del Partito Repubblicano del New Hampshire, dopo aver stravinto la settimana scorsa in Iowa, e quindi sarà con ogni probabilità nuovamente candidato alle elezioni presidenziali di novembre, dopo il 2016 e il 2020. 

Trump ha ricevuto quasi il 55% dei voti, mentre Nikki Haley, sua unica sfidante dopo il ritiro di Ron De Santis della scorsa settimana, si è fermata al 45.

Come scrive Francesco Costa sul Post, “Il calendario delle primarie proseguirà fino a primavera inoltrata, ma il risultato in New Hampshire conferma che Donald Trump non ha rivali che possano contendergli seriamente la maggioranza dei consensi nel Partito Repubblicano. Quasi tutti i suoi sfidanti si sono ritirati nei mesi scorsi, dopo risultati insoddisfacenti nei sondaggi e nella raccolta fondi.

Haley aveva proprio in New Hampshire la migliore chance di battere Trump, e non solo perché aveva investito nello stato la gran parte del suo tempo e delle sue risorse: l’elettorato locale del Partito Repubblicano è più moderato, più indipendente e più benestante di quanto fosse in Iowa e in gran parte degli altri stati americani, e le regole delle primarie permettono di votare anche alle persone che si definiscono indipendenti e non si riconoscono in nessun partito. Quindi la vittoria di Trump qui vale doppio e adesso la sua ricandidatura sembra davvero scontata.

Siamo in chiusura e io do la parola al nostro caporedattore Francesco Bevilacqua per la giornata di ICC, la rubrica in cui raccontiamo gli articoli più interessanti che escono oggi. A te Francesco.

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