9 Feb 2024

Clima da record, fra paura e negazione – #876

Il 2023 è stato un anno da record in negativo per il clima e il 2024 non sembra iniziato meglio, con un gennaio record e i primi dati che mostrano che per la prima volta la soglia di 1,5 gradi è stata superata per 12 mesi consecutivi. Ciononostante il fenomeno del negazionismo climatico sembra in crescita. Come mai? Uno studio prova a rispondere a questa domanda. Chiudiamo con la consueta rubrica la giornata di italia che Cambia.

Dal punto di vista climatico, questo 2024 non è che sia partito proprio benissimo: il mese di gennaio non è mai stato così caldo da quando abbiamo rilevazioni e per la prima volta da che sappiamo il pianeta ha superato per dodici mesi consecutivi la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’era preindustriale.

Come racconta un articolo dell’agenzia francese Afp, riportando i dati del Servizio europeo sul cambiamento climatico di Copernicus “Dal 1 febbraio 2023 al 31 gennaio 2024 la temperatura media globale ha superato di 1,52 gradi quella del periodo 1850-1900”.

Vediamo un po’ di dati più precisi: “Con una temperatura media di 13,14 gradi, il gennaio 2024 è stato il mese di gennaio più caldo da quando sono cominciate le rilevazioni, superando di 1,66 gradi la media dell’era preindustriale”. Ed è stato l’ottavo mese consecutivo a registrare un record di temperatura.

La temperatura media così alta è il risultato di un’ondata di caldo in Sudamerica, che ha contribuito ad alimentare incendi devastanti in Colombia e in Cile e di un clima eccezionalmente mite e arido in Spagna e nel sud della Francia, oltre che in alcune parti degli Stati Uniti, del Canada, dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia centrale.

Anche la superficie degli oceani ha fatto registrare un nuovo record a gennaio, con una temperatura media di 20,97 gradi. Con grossi problemi, come abbiamo visto qualche puntata fa, per le barriere coralline.

Ma che vuol dire il fatto che per un anno le temperature medie sono state superiori agli 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale? 1,5 gradi è la soglia entro la quale dovremmo mantenerci mantenerci secondo gli scienziati – ratificata anche dall’accordo di Parigi – che ci consentirebbe di mantenere delle società umane piuttosto simili a quelle attuali sul Pianeta. 

Pur con tanti adattamenti e pur con diverse zone costiere che finiscono sott’acqua, ma diciamo che con 1,5 gradi ancora siamo qui a raccontarla. Fra 1,5 e 2 gradi le cose peggiorano notevolmente, ma ancora la situazione dovrebbe essere gestibile. Poi c’è questo limite estremo dei 2 gradi, superati i quali non sappiamo bene che succede: si innescherebbero meccanismi imprevedibili e effetti a catena difficili da fermare e il mondo rischierebbe di rotolare verso terreni climatici del tutto inesplorati, nei quali sarebbero impensabili società complesse come quelle odierne e ai quali non sappiamo neppure se sapremmo adattarci.

Comunque, il fatto che per 12 mesi abbiamo superato la soglia di 1,5 “non significa che abbiamo superato ufficialmente quella soglia in maniera stabile”, come ha sottolineato Richard Betts, direttore degli studi sul clima del Met office britannico. Perché ciò accada, infatti, il limite dovrebbe essere superato stabilmente per molti anni. E poi, aggiungo, è probabile che in questo caso abbia giocato un ruolo anche el nino, la corrente calda del Pacifico che ha un effetto riscaldante sul clima di tutto il pianeta.

Al tempo stesso, come ha detto ad esempio Johan Rockström del Potsdam institute for climate impact research (Pik), in Germania (lo stesso dei Planetary Boundaries) “è un dato drammatico, che non dev’essere sottovalutato”, perché mostra che “Ci stiamo avvicinando alla soglia prima del previsto”.

Oggi si stima che il clima si sia già riscaldato di circa 1,2 gradi rispetto all’era preindustriale. Considerando il ritmo attuale delle emissioni di gas serra, l’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, sostiene che c’è un 50 per cento di probabilità che la soglia possa essere superata nel periodo 2030-2035. E in generale, aggiungo, è opinione diffusa nella comunità scientifica che si sia già virtualmente superato il limite del grado e mezzo, e dovremmo orientarci verso il rimanere entro i 2.

Ora, poi, qui toccherebbe fare una parentesi un po’ lunga, perché in realtà il 2023 non è stato solo un anno record in negativo per il riscaldamento del clima, ma è anche stato segnato da un dibattito fra i climatologi su un nuovo studio del famoso climatologo James Hansen. 

E per farvela breve, c’è un’ipotesi, non campata in aria, che i modelli climatici che abbiamo usato fin qui stiano fortemente sottostimando la rapidità con cui il clima cambierà in risposta alle nostre emissioni climalteranti. Ne abbiamo già parlato tempo fa, ma devo dirvi che ho compreso fino in fondo la questione grazie ad un video, in inglese, della divulgatrice scientifica Sabine Hossenfelder che vi lascio in descrizione, per chi volesse approfondire.

Sempre a proposito di clima, ieri il mio occhio è stato catturato da un articolo su la Repubblica dal titolo “Far cambiare idea ai negazionisti climatici è più difficile del previsto”. È a firma di Sandro Iannacone e nel sommario recita: “Un esperimento dell’università di Bonn e dell’Institute of Labor Economics condotto su 4mila persone ha dimostrato che chi non crede al cambiamento climatico non lo fa per autoingannarsi e quindi giustificare i comportamenti sbagliati, lo fa perché ci crede davvero.”

Devo dire che il sommario mi ha fatto un po’ ridere, però il tema è importante. Leggo: “Nonostante decenni di ricerche, un corpus importante di evidenze scientifiche, dati inconfutabili e modelli teorici lo abbiano ormai confermato oltre ogni ragionevole dubbio, c’è ancora chi non crede che sia in atto un cambiamento climatico, o chi ritiene che il cambiamento climatico non sia attribuibile all’attività dell’essere umano sul pianeta. Come è possibile? A porsi questa domanda è stata un’équipe di scienziati della University of Bonn e dell’Institute of Labor Economics (Iza): per provare a trovare una risposta, gli esperti hanno condotto un esperimento online su oltre 4mila persone, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Climate Change. L’analisi dei risultati dell’esperimento ha svelato uno scenario parzialmente inatteso, che ha sorpreso gli stessi autori del lavoro. E di cui, soprattutto, non è immediato comprendere le conseguenze e pianificare le contromisure.

In pratica, vi riassumo, l’ipotesi più comune per spiegare il fenomeno del negazionismo climatico sostiene che le persone si “auto-ingannino” pur di poter convivere meglio con i propri comportamenti sbagliati pensando che le loro conseguenze non saranno poi così drammatiche. Si tratta di un processo di pensiero con cui tendiamo a giustificare le nostre azioni, negando le loro conseguenze.

Un team di scienziati ha provato a verificare se questo meccanismo mentale, questo bias cognitivo chiamato “ragionamento motivato” sia effettivamente alla base del negazionismo climatico. Per farlo, hanno diviso in modo casuale i partecipanti allo studio in due gruppi di persone. Ciascuna persona aveva a disposizione un budget di venti dollari: i membri del primo gruppo potevano assegnarli a due associazioni impegnate nel contrasto ai cambiamenti climatici, mentre i membri del secondo potevano decidere di tenere il denaro per sé anziché devolverlo (particolare importante: si trattava di soldi veri, che avrebbero effettivamente ricevuto al termine dell’esperimento). “È chiaro – ha spiegato Zimmermann – che chi decide di tenere per sé il denaro deve in qualche modo ‘giustificare’ a se stesso di averlo fatto. E un modo per farlo è di sostenere che il cambiamento climatico non esiste”.

Effettivamente, quasi la metà dei componenti del secondo gruppo ha deciso di tenere i soldi per sé: successivamente, i ricercatori hanno “mescolato” i volontari dei due gruppi, sempre casualmente, e avviato una discussione per comprendere se gli “egoisti” si comportassero da negazionisti del cambiamento climatico. E qui la sorpresa: “Non abbiamo visto alcun segnale di questo effetto”, dice Zimmermann. “E questa osservazione è stata confermata anche da due esperimenti successivi, simili al primo. In altre parole, il nostro studio non ha fornito alcuna prova che le idee sbagliate (e molto diffuse) sul cambiamento climatico siano riconducibili all’auto-inganno del ragionamento motivato”. Potrebbe sembrare una buona notizia, perché in prima battuta la cosa potrebbe suggerire che è effettivamente possibile (e relativamente semplice) correggere le convinzioni errate sul cambiamento climatico semplicemente fornendo informazioni complete, il che sarebbe invece molto più difficile se il fenomeno fosse frutto di un auto-inganno che “piega” la realtà a nostro uso e consumo.

Ma gli autori del lavoro sono più scettici a riguardo: “Ad analizzarli bene”, conclude Zimmermann, “i nostri dati rivelano la presenza di una variante più sottile del ragionamento motivato, in particolare che negare l’esistenza del riscaldamento globale faccia in realtà parte dell’identità politica di alcuni gruppi di persone”. Ossia, in altre parole, che il negazionismo del cambiamento climatico, in una certa misura, definisca l’identità di alcune persone, sia intrinsecamente legato al loro sistema di valori e credenze. Cioè che ci credano per davvero, e che non siano affatto preoccupati di ciò che pensano gli altri o del loro giudizio. Se così fosse, smontare le loro convinzioni potrebbe essere molto più arduo del previsto.

Ecco, mi è parso un articolo interessante, perché è importante comprendere le motivazioni alla base del negazionismo. Personalmente credo che uno dei motivi per cui il cambiamento climatico incontra così tanto scetticismo è che è davvero difficile da capire. Cioè, è difficile capire in che modo l’anidride carbonica che buttiamo in atmosfera in seguito alla combustione dei combustibili fossili, che rappresenta una frazione piccolissima dei gas che compongono l’atmosfera, sia collegata all’innalzamento delle temperature. 

E di nuovo, anche su questo, devo segnalarvi un altro video della stessa divulgatrice di prima, Sabine Hossenfelder, che spiega passo passo come siamo arrivati a capire, in maniera ormai molto solida, che è proprio quella CO2 ad essere alla base del riscaldamento globale.

Per farvela breve, è un ragionamento articolato in 3 step: 1. è stato osservato in laboratorio osservando lo spettro di assorbimento della molecola della CO2 che ha delle proprietà per cui trattiene il calore. Poi, il secondo step è: ok, ma come sappiamo che la CO2 è responsabile del cambiamento climatico che osserviamo adesso? E magari non è l’attività del sole o altre motivazioni? E ci sono alcune prove, tipo osservare il riscaldamento degli oceani, oppure osservare che le fasce più esterne dell’atmosfera si stanno invece raffreddando, come previsto dai modelli, cosa che non succederebbe se fosse il sole a causare il riscaldamento. Infine, 3o step, come sappiamo che è la co2 emessa da noi a causare questo riscaldamento? E si può osservare osservando che tipologia di CO2 è presente in atmosfera, perché ne esistono di 3 tipi diversi solo una è quella emessa quando bruciamo i combustibili fossili. 

Anche qui vi lascio il video completo sotto fonti e articoli e ringrazio il mio carissimo amico Marco Prayer per avermi fatto conoscere il lavoro di questa divulgatrice.

E ora la parola a Francesco Bevilacqua, Elena Rasia e Alessandro Spedicati che ci danno qualche anteprima sui contenuti pubblicati oggi su Italia che Cambia.

Audio disponibili nel video / podcast

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