28 Feb 2024

Ancora sulle elezioni in Sardegna: l’analisi – #887

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Continuiamo a parlare delle elezioni regionali in Sardegna, con un’analisi più a freddo di quello che è successo grazie al contributo di Lisa Ferreli di Sardegna che Cambia. Parliamo anche di microplastiche che sono dentro di noi (come le risposte, e come le risposte sono sbagliate), dell’Ungheria che ha dato il via libera all’ingresso della Svezia nella Nato e delle dimissioni del premier dell’Autorità nazionale palestinese. 

Allora, ieri abbiamo commentato a caldissimo le notizie che arrivavano dalla Sardegna, relative alle elezioni. Oggi, con lo spoglio terminato e i risultati confermati, possiamo fare qualche considerazione e analisi in più.

Su Sardinia Post Andrea Tramonte descrive una Alessandra Todde emozionata subito dopo essere stata eletta Presidente della Sardegna, la prima Presidente donna della Sardegna. Leggo: “Si dice felice ed emozionata Alessandra Todde alla sua prima uscita pubblica ufficiale come presidente della Regione in pectore. “E’ stato un testa a testa lungo e faticoso e ora sono orgogliosa di essere la prima donna a ricoprire questo ruolo – ha detto la candidata del Campo largo a trazione Pd-M5s alle Regionali -. Dopo 75 anni siamo riusciti a rompere questo tetto di cristallo: un risultato importantissimo anche per il ruolo che hanno avuto le donne della mia squadra”. 

La neo-governatrice ieri ha aspettato fino all’una di notte prima di recarsi alla sede cagliaritana della sua campagna elettorale. Gli scrutini procedevano lentamente – troppo lentamente – e anche se la sensazione, fin dal mattino, era che avesse vinto, la prudenza ha imposto di rimandare i primi commenti sui risultati. Che stamattina si sono consolidati: rispetto a Paolo Truzzu ha preso circa tremila voti in più. Una distanza piccola che però va letta anche in relazione alla spaccatura del centrosinistra, con Renato Soru che – pur al di sotto delle aspettative – ha preso l’8,6 per cento.

“Da oggi si deve iniziare a lavorare per la Sardegna”, assicura Todde. Le priorità? “Sanità, assalto eolico, giovani che emigrano e non hanno occasioni di rimanere nell’Isola. Dobbiamo costruire una terra moderna, pulita, che sia un contesto del terzo millennio. Lavorerò perché la Sardegna rinasca e cambi faccia”. 

L’ex viceministra si presenta in conferenza stampa da sola, senza Elly Schlein e Giuseppe Conte: una scelta precisa che serve a ribadire come “La Sardegna non sia un laboratorio, perché i sardi non sono cavie”. Ma è chiaro che la sua vittoria ha anche delle connotazioni nazionali. Non solo perché si tratta della prima, vera battuta d’arresto per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ma anche perché la sua candidatura era comunque un test: su una alleanza Pd-M5s che a livello nazionale non è così scontata. 

“Sono felice che questo progetto di unità possa aver trovato solidità in Sardegna, è una alleanza che può funzionare – ha detto -. Ma si deve capire che noi dobbiamo parlare di Sardegna e di sardi. Delle priorità che interessano il nostro popolo. Certo, mi hanno colpito i fatti dei giorni scorsi: ho studiato a Pisa e quello che è capitato ai ragazzi ricorda che i diritti non sono scontati. Sono felice che i sardi si siano ricordati della loro storia e che abbiano risposto ai manganelli con le matite”.

Questa della risposta de sardi ai manganelli è una narrazione che ho trovato da parecchie parti, negli articoli, nei comunicati stampa dei partiti e nelle dichiarazioni di molti politici. Non ho ancora capito se è solo una frase suggestiva o se c’è qualcosa che suggerisce un legame fra il voto sardo e i brutti fatti di Pisa, dove degli studenti delle superiori sono stati caricati e manganellati dalla polizia durante una manifestazione non autorizzata pro-Palestina.

Il voto in Sardegna comunque è tante cose, si presta a tante letture, ci da un sacco di informazioni. Per questo ho chiesto a Lisa ferreli di Sardegna che Cambia di commentarlo per aiutarci a comprenderlo meglio, a capirne le implicazioni, che cosa ci dice, come dobbiamo leggerlo. A te Lisa.

Audio disponibile nel video / podcast 

Allora, torniamo a parlare di microplastiche, per commentare un ennesimo studio che mostra come queste piccolissime particelle di plastica siano praticamente ovunque, soprattutto dentro di noi. Un tempo si diceva che la risposta è dentro di te (e però è sbagliata). Ecco, oltre alla risposta, ci sono anche le microplastiche. E un sacco di altre cose (organi interni, ecc). 

In pratica sono usciti nel giro di pochi giorni ben 3 studi, ripresi da un articolo del Guardian  firma di Damian Carrington, che mostrano come le microplastiche siano ormai davvero pervasive. 

Il primo studio ha trovato microplastiche in ogni placenta umana esaminata. Sì, avete capito bene. Ogni singola placenta.  In pratica hanno esaminato 62 campioni di tessuto placentare e in tutte sono state trovate, sebbene in misure diverse. Il colpevole principale sembra essere Il polietilene, un tipo di plastica con cui si fanno soprattutto sacchetti di plastica e bottiglie. 

Un secondo studio ha rivelato la presenza di microplastiche in tutte le 17 arterie umane testate e ha suggerito che le particelle potrebbero essere collegate all’ostruzione dei vasi sanguigni.

Mentre un terzo ne ha rinvenute in quantità significative nel sangue e nel latte materno. Ora, vi do questa notizia non per fare terrorismo. Anzi. Anche perché ormai devo dire che a me per primo le notizie sulle microplastiche che sono praticamente ovunque mi causano una reazione tipo alzata di ciglio. Del tipo: eh, vabbé, dov’è la novità? Poi mi ci fermo a riflettere e la mia reazione cambia, ma ecco, capisco che notizie come questa possonoi creare un triste effetto assuefazione. 

Quindi facciamo un bel respiro (sperando di non inalare microplastiche) e andamo oltre la scorza. Come racconta sempre l’articolo, l’impatto sulla salute delle microplatiche è ancora un punto interrogativo. Sappiamo, in linea abbastanza generica, che queste particelle possono infiammare i tessuti, un po’ come fanno le particelle di inquinamento atmosferico, o rilasciare sostanze chimiche dannose.

Msa tralasciando anche per un istante la questione della salute, il fatto che siamo praticamente dei contenitori di plastica ambulanti (nel senso che conteniamo plastica) ci fa rendere conto di quanto pervasive siano ormai queste sostanze nella nostra società. La plastica ha avuto un impatto enorme sulle nostre società, ha reso letteralmente possibile costruire una società dell’usa e getta. Il problema, più che l’usa è il getta. 

Perché al netto della differenziata e del riciclo, una parte sempre consistente di plastica finisce in ambiente. Oggi ci troviamo a doverci liberare il prima possibile della plastica, e per farlo dobbiamo inevitabilmente smantellare la società dell’usa e getta, per lasciare spazio a qualcosa di diverso. A nuovi modi di progettare oggetti, con meno imballaggi, più longevi e riparabili e così via. 

Cambiamo nettamente argomento. Lunedì 26 febbraio il parlamento ungherese ha ratificato l’adesione della Svezia alla Nato. L’Ungheria era rimasto l’unico paese dell’alleanza atlantica a non aver ancora dato il via libera all’adesione svedese.

La Svezia, se ricordate, aveva presentato richiesta d’adesione insieme alla Finlandia dopo l’invasione russa dell’Ucraina e diventerà così il trentaduesimo paese della Nato, mettendo fine a più di duecento anni di non allineamento militare.

Il percorso di adesione della Svezia è stato particolarmente lungo perché ha incontrao l’ostacolo prima della Turchia, con Erdogan che ha chiesto la testa dei curdi pur di accettare la Svezia, e poi dell’Ungheria, con il primo ministro ungherese Viktor Orbán che chiedeva più semplicemente “rispetto”, riferendosi alle frequenti critiche alle sue politiche autoritarie. Il 23 febbraio, nel corso di una visita di Kristersson a Budapest, che ha suggellato l’intesa tra i due paesi, l’Ungheria ha annunciato l’acquisto di quattro caccia dalla Svezia.

Con l’adesione della Svezia, che segue quella della Finlandia, il mar Baltico è ormai circondato da paesi membri dell’alleanza atlantica, tanto che alcuni analisti lo definiscono un “lago della Nato”.

Oltre alla richiesta di adesione alla Nato, all’inizio di dicembre la Svezia aveva firmato un accordo che permette agli Stati Uniti di accedere a diciassette basi militari in territorio svedese. Insomma, che dire. È uno dei tanti tasselli dell’escalation militare europea di questi ultimi due anni. Che – pur comprendendo le ragioni del governo Svedese – non fa tanto ben sperare, ad essere onesti. 

Restiamo sugli scenari “caldi” a livello globale. Lunedì mattina si è dimesso il governo palestinese. Ora, immagino che dopo questi mesi in cui la questione palestinese è stata al centro dell’agenda setting mediatica, probabilmente vi sarete fatti un’idea di come è strutturata la Palestina, ma facciamo un ripasso.

Il territorio palestinese è diviso in due aree non comunicanti fra loro. la striscia di Gaza, governata da Hamas, un’organizzazione politico-militare, considerata terroristica da diversi governi. E la Cisgiordania, governata invece dall’ANP a partire dagli accordi di Oslo del 1994.

Ecco, lunedì, il mondo politico della Cisgiordania ha assistito a un discreto sconvolgimento. Mohammad Shtayyeh, il Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ha deciso di dimettersi. Anche se resterà in carica fino all’arrivo di un nuovo governo. 

Ma quali sono i motivi di questa decisione? Pare che siano un mix di pressioni interne e esterne. Pressioni che sono in parte quelle degli Stati Uniti, che sperano in un governo successivo più forte e legittimo di quello di Shtayyeh, soprattutto per offrire un’alternativa a Hamas nella Striscia di Gaza, una volta conclusa la guerra. 

Ma anche sul fronte della popolarità interna l’ANP non è che brillasse, da tempo. Il governo palestinese è considerato un governo debole, e L’ANP naviga in acque agitate da tempo, con la sua legittimità e credibilità messe a dura prova da una gestione degli affari pubblici non proprio brillante e una politica nei confronti di Israele vista da molti come troppo conciliante. La questione degli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania è solo la punta dell’iceberg di un malcontento più ampio. Secondo un sondaggio, l’88% dei palestinesi non ha fiducia nell’ANP.

Il problema è che le dimissioni del premier non sono sufficienti ad imprimere una svolta all’ANP simile a quella auspicata dagli Usa: un po’ perché Israele finora si è sempre opposto a un possibile governo di Fatah (il partito che controlla l’ANP) anche nella Striscia; sia perché ci sono dei dubbi che il comportamento dell’ANP cambi significativamente nel prossimo futuro, dato che il presidente Mahmoud Abbas resterà in carica e continuerà a influenzare le decisioni e la gestione dell’Autorità.

Siamo in chiusura, parola al direttore Daniel Tarozzi che ci introduce gli articoli più interessanti pubblicati oggi sul nostro giornale-

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