15 Mag 2024

Precariato, incidenti, corruzione: l’ex Ilva è lo specchio dell’Italia che NON Cambia – #931

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Si parla molto di lavoro, di morti sul lavoro, di precarietà, ma anche di voto di scambio e corruzione, di recente, per via della cronaca. E come spesso accade quando tocchiamo quelli che sono alcuni dei tasti dolenti del nostro paese, c’è un luogo, una fabbrica, che li riassume e racchiude tutti o quasi. L’ex Ilva di Taranto. Di lavoro e morti sul lavoro parla anche la nostra rassegna mensile siciliana, che esce oggi. Noi invece parliamo anche delle strane novità sul rigassificatore di Vado Ligure, della balenottera boreale uccisa da una nave da crociera e delle proteste universitarie contro la guerra a Gaza che stanno entrando in una fase molto calda anche in Italia. 

Su Domani c’è un articolo a firma di Gaetano Demonte che parla delle condizioni dei lavoratori precari che lavorano attorno – nell’indotto – dell’ex Ilva di Taranto, ma che descrive una situazione mi pare applicabile a molte zone e filiere industriali d’Italia. E che potrebbe essere alla base di quello che abbiamo chiamato qualche più volte negli ultimi mesi il “pattern” dei disastri, ovvero quella struttura che sembra ripetersi ogni volta che c’è una tragedia sul lavoro. 

L’articolo prende spunto da una lettera di un lettore a Domani, in cui questa persona, che resta anonima, denuncia la sua condizione. Si tratta di un lavoratore di una ditta appaltatrice di Acciaierie d’Italia (così si chiama adesso la compagnia che gestisce gli impianti ex Ilva) assunto con un contratto multiservizi – ovvero un contratto generico che andrebbe usato in teoria per assumere lavoratori poco qualificati su mansioni semplici – ma che in realtà è utilizzato come addetto alle pulizie industriali, lavoro altamente pericoloso. Peraltro svolto in condizoni igienico-sanitarie pessime, in costante contatto con aria insalubre, tant’è che la persona in questione si è ammalata. 

L’articolo poi allarga il campo e passa da questa storia personale. Leggo: “secondo i dati della Nidil Cgil di Taranto, il sindacato che si occupa dei precari assunti dalle agenzie interinali: «Il 50 per cento degli operai che lavorano per le imprese dell’indotto dell’area industriale di Taranto, che comprende il porto, le raffinerie, le centrali elettriche e, ovviamente l’intera Ilva, hanno un contratto a termine». Non solo. Il loro identikit professionale è quello degli operai che negli ultimi anni hanno perso la vita maggiormente mentre lavoravano all’interno della zona industriale di Taranto. Una media di quasi uno all’anno”.

Perché il problema con questo sistema di lavoro qua, quello che viene chiamato precariato, o anche con i vari meccanismi di appalti e subappalti non è solo un problema di sicurezza economica dei lavoratori, ma proprio un problema di tutele sul lavoro. Nessuno investe in formazione e sicurezza su chi non è assunto, e così questi lavoratori interinali ,precari, diventano quelli che fanno il lavoro sporco, quello non a norma, quello più pericoloso, pur essendo quelli meno qualificati e protetti. O forse proprio per quello.

Come dice un secondo lavoratore intervistato, collega del primo «Siamo i lavoratori tappabuchi, non abbiamo gli stessi diritti contrattuali dei lavoratori metalmeccanici, possono spostarci continuamente a seconda di dove serviamo: dalla raffineria al siderurgico, dalle banchine del petrolchimico del porto di Brindisi a quello del porto di Taranto, e viceversa».

“Sono gli operai senza tutele – commenta il giornalista – quelli che si infortunano di più e guadagnano di meno, quelli le cui denunce scritte vengono archiviate in procura perché considerate sgrammaticate, e che una volta l’anno muoiono.

Ultimo aspetto interessante toccato dall’articolo è quello degli intrecci con la politica. L’attualità ci sta dando diversi spunto su come imprese e politica possano andare a braccetto in maniera non proprio virtuosa. Un aspetto presente anche a Taranto. Vi leggo un ultimo stralcio di articolo: 

“il sistema della grande fabbrica di Taranto comprende anche un aspetto poco raccontato: quello del potere politico che esprime sul territorio pugliese l’ex Ilva. Un aspetto che giova ricordare nell’Italia del 2024 che ha scoperto tardi l’esistenza del voto di scambio, e che invece viene da molto lontano: dall’idea che le imprese e, in questo caso, i colossi industriali sono i luoghi di scambio buoni per le campagne elettorali e per ingrassare carriere politiche, in spregio ai vincoli ambientali e a ogni forma di giustizia sociale, come emerge dalle inchieste di queste giornale sul sistema del porto di Genova. E come dice la storia dell’acciaieria di Taranto, del resto”.

Insomma, ancora una volta l’ex Ilva, con la sua vicenda, ci permette di mettere a fuoco, di isolare in un luogo, una serie di fenomeni e tendenze che riguardano più in generale il nostro paese. Dinamiche distorte e disfunzionali, quella che a volte chiamiamo nelle nostre riunioni di redazione l’Italia che NON cambia, quella che da anni rimane tristemente fedele e uguale a se stessa.

Certo, non è facile uscire da dinamiche così paludose, catramose. Non è facile vedere le alternative dall’interno di un sistema così marcio. Ma ricordiamoci che le alternative ci sono, sempre.

E ricordiamoci anche, mi viene da aggiungere, che quando parliamo di tenere il vita l’Ilva per difendere il lavoro e l’indotto – oltre a non considerare come diciamo sempre, tutto il lavoro che l’Ilva si è mangiata, per via dell’inquinamento – ma anche lasciando perdere quello, stiamo comunque parlando di difendere questo lavoro qua, questo modello qua.

E di lavoro – di morti sul lavoro – si parla anche, molto, nella seconda puntata della nostra rassegna mensile siciliana, che esce proprio oggi, condotta da Selena meli e realizzata in collaborazione con Elisa Cutuli, caporedattrice di Sicilia che Cambia.

Ho chiesto a Selena di mandarmi un contributi in cui ci anticipa quella che è la notizia principale di cui ci parla oggi, che ha a che fare proprio con il tema del lavoro, della sicurezza e della salute sul lavoro. A te Selena.

Audio disponibile nel video / podcast

Nella puntata della rassegna siciliana si parla anche di tanto altro, dagli incendi, alla maternità, alle politiche su incendi, altri animali, di Peppino Impastato e tanto altro. La trovate sotto Fonti e articoli.

Vi ricordate del rigassificatore che doveva / dovrebbe (ormai non si sa più che modo verbale usare) sorgere in Liguria, a Vado Ligure? È stati l’oggetto della nostra prima inchiesta ligure., che abbiamo pubblicato a puntate qualche mese fa. 

Se non ve lo ricordate, vi faccio un riassuntino. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Italia si è dovuta emancipare, per via delle sanzioni, dal gas russo, e quindi l’ha sostituito in parte con il cosiddetto Gnl, Gas naturale liquefatto, ovvero del gas che invece di viaggiare tramite gasdotti viene compresso e liquefatto, stipato in delle enormi navi, e infine deve essere rigassificato, quindi ritrasformato in stato gassoso. 

Per farlo servono degli impianti, che spesso a loro volta sono ricavati da delle ex navi che vengono ormeggiate vicino alla costa, chiamate rigassificatori. In Italia al momento esistono 3 rigassificatori funzionanti, a cui se ne dovrebbero aggiungere altri due, uno a Ravenna e l’altro che prima doveva essere fatto a Piombino, sistemando una nave che è già lì, la Golar Tundra, poi (forse per accordi politici) è stato spostato a Vado Ligure, e quindi anche la nave in questione dovrebbe essere spostata a Vado. La nostra inchiesta verteva su varie questioni, dall’impatto ambientale a quello sociale ed economico di questa opera. 

Adesso però arriva una novità un po’ a sorpresa. In pratica Snam, la società che ha l’appalto per la realizzazione del rigassificatore, ha ritirato spontaneamente il rapporto preliminare di sicurezza, azzerando l’iter in corso per la realizzazione del progetto. 

Al momento del ritiro il Comitato tecnologico regionale (ctr) stava realizzando l’istruttoria finalizzata al rilascio del Nulla Osta di Fattibilità. Snam però non ha atteso il verdetto e ha appunto ritirato il progetto sostenendo che “sono in corso modifiche al Progetto che comporteranno la presentazione di un nuovo Rapporto Preliminare di Sicurezza”. In altre parole l’azienda ha richiesto di chiudere il procedimento del comitato, senza che questo esprimesse un parere positivo o negativo, in attesa di redigere un documento aggiornato.

Tutto ciò allungherà sicuramente i tempi perché, come confermano dal CTR a Rai news, se e quando verrà presentato il nuovo rapporto ripartirà la trafila. Anche se il progetto può usufruire di misure accellerate, la legge prevede comunque quattro mesi di istrutturia più altri due per la documentazione supplementare. Dunque altri sei mesi. 

L’articolo ricorda anche che nell’ottobre scorso i Vigili del fuoco avevano presentato osservazioni per 19 punti critici da chiarire sul vecchio rapporto di Snam (quello ritirato). E sul finire cita, ma la butta un po’ lì, senza approfondire, il fatto che questa vicenda inevitabilmente risentirà anche della maxi-inchiesta in Liguria, visto che il commissario straordinario dell’opera era Giovanni Toti, attualmente ai domiciliari. 

Ora, visto che la questione è complessa, ho chiesto a Emanuela Sabidussi di mandarci un contributo in cui ci aiuta a comprendere cosa potrebbe significare questa novità.

Audio disponibile nel video / podcast

Sempre in Liguria, la seconda inchiesta che abbiamo fatto, sempre a cura di Emanuela Sabidussi, è stata sulle navi da crociera e sul loro impatto sulla salute degli ecosistemi e delle persone. 

Uno degli aspetti spesso sottovalutati è quello dell’impatto diretto sulla vita marina di questi colossi del mare, in termini di incidenti con grossi cetacei, in particolare con le balene che sono poche e preziose per i nostri ecosistemi.

Due giorni fa commentavamo la richiesta di alcune popolazioni native di dare personalità giuridica alle balene proprio per proteggerle meglio dagli incidenti con le grandi imbarcazioni, che si stima ne uccidano circa 30mila all’anno, un numero devo dire impressionante. Ecco, proprio ieri ho appreso da GreenMe che nei giorni scorsi di un incidente particolarmente doloroso, perché riguarda una specie in via di estinzione. Una balenottera boreale è stata trovata morta sulla prua di una nave da crociera MSC in arrivo al Brooklyn Cruise Terminal di New York.

Come racconta Francesca Biagioli su GreenMe, “Le autorità marittime hanno avviato un’indagine, ma le prime analisi indicano che la balena, lunga circa 13 metri, era in buona salute prima di essere colpita e uccisa dalla nave. Ossa rotte, traumi tissutali e uno stomaco pieno suggeriscono che questo animale fosse in uno stato vitale prima dell’impatto. Così ha fatto sapere Robert A. DiGiovanni, il capo scienziato dell’Atlantic Marine Conservation Society, che sta conducendo l’indagine per capire cosa è accaduto alla balenottera.

La compagnia proprietaria della nave ha espresso il proprio dispiacere, sottolineando le misure prese per evitare tali collisioni, tra cui la formazione degli ufficiali di coperta e la modifica degli itinerari in alcune aree per evitare i cetacei, ma tutto questo evidentemente non basta.

E, come dicevamo prima e come sottolinea l’articolo “Quanto avvenuto, purtroppo, non è un caso isolato”. Perciò incidenti come questo possono essere l’occasione per richiamare l’attenzione sul fenomeno e chiedere alle autorità statali misure concrete per proteggere le balene e altre specie marine. Misure che ad esempio possono includere il rallentamento delle navi, la vigilanza costante e la segnalazione tempestiva di avvistamenti di balene morte o ferite. Nonché, forse, anche l’installazione di dispositivi di rilevamento più moderni ed efficaci.

Mentre l’esercito israeliano sembra aver ammassato un numero consistente di soldati nei pressi di rafah, lasciando intendere di essere ancora convinto di sferrare l’attacco finale, quello più temuto per via della quasi certa strage di civili che comporterebbe, mentre lo stesso esercito ha avviato ieri un’operazione militare nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, da cui si era ritirato lo scorso febbraio dopo mesi di bombardamenti, le proteste universitarie contro la strage in corso a gaza si allargano e arrivano in maniera consistente anche in Italia.

E crescono le forme di boicottaggio agli accordi tra università italiane, Israele e industrie belliche, per chiedere un cessate il fuoco immediato in Palestina.

Torniamo su Domani dove Federica Pennelli racconta come “Il Movimento giovani palestinesi Italia, insieme ai collettivi universitari, sta organizzando nelle settimane dal 6 al 19 maggio manifestazioni per le strade cittadine e accampate nei cortili delle università italiane, con il culmine nella giornata di ricordo della Nakba (l’esodo forzato palestinese del 1948) il 15 maggio”.

In alcune università, come in quelle di Milano, Brescia, Torino, Padova, Venezia, Bologna, Roma, Napoli e Palermo sono già state improntate delle accampate sul modello di protesta spagnolo, poi riprodotto negli Stati Uniti: ovvero l’occupazione con le tende dei cortili delle università per protestare contro le scelte delle università di avere rapporti e accordi con le università israeliane e con le industrie di guerra come Leonardo e con l’Eni.

La mobilitazione, non solo in Italia ma a livello mondiale, nasce in Cisgiordania da collettivi di studentesse e studenti palestinesi e poi arriva agli Stati Uniti, dove nelle scorse settimane ci sono state accampate nei campus universitari, dove gli agenti sono successivamente intervenuti con sgomberi e violenti arresti di docenti e attivisti, dopo l’occupazione di un edificio del campus dell’università Columbia University a New York.

In tutto il mondo, dunque, la richiesta è quella di rescindere gli accordi bilaterali con le università israeliane e con le aziende che producono armi. Questa mobilitazione, in poche settimane, è giunta anche in Europa, a partire da Germania, Francia e Spagna, per poi giungere in Italia. Le richieste, da nord a sud dell’Italia, sono quelle di chiedere alle università italiane tramite la Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane, di porre fine a tutti gli accordi universitari con atenei e aziende ubicate in Israele e il «boicottaggio totale del sistema accademico israeliano».

L’articolo racconta poi più nel dettaglio le proteste in alcuni atenei italiani, come quello di Padova, dando voce a una attivista, Stella Salis. Per poi raccontare del precedente spagnolo, dove la Conferenza dei rettori di 76 università ha annunciato la decisione di sospendere le collaborazioni con le università israeliane «che non hanno espresso un fermo impegno per la pace e il rispetto del diritto umano internazionale».

“L’enorme mobilitazione studentesca globale – conclude la giornalista – ha effettivamente portato a rilevanti cambi di rotta nell’approccio delle università non solo sulla richiesta, più generale, del cessate il fuoco, ma anche per iniziare a mettere fine agli accordi con Israele”.

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