15 Gen 2024

Perché Usa e Regno Unito attaccano gli houthi – #859

Negli ultimi giorni si è molto parlato dell’attacco statunitense-britannico contro gli houthi in Yemen. Cerchiamo di capire qual è la situazione e quali i possibili sviluppi. Parliamo anche delle elezioni a Taiwan, tenutesi nel weekend, delle novità sull’ex Ilva di Taranto e anche di un’altra Ilva italiana, quella del polo petrolchimico del siracusano.

La notizia principale dei giorni scorsi è stato l’attacco congiunto Usa-Regno unito contro il governo yemenita degli huthi. Notizia che troneggia nelle prime pagine dei giornali da giorni, con toni che variano dal trionfalistico al preoccupato, all’accusatorio. Noi come al solito proviamo innanzitutto a capire cosa sta succedendo. E su questo genere di argomenti, la fonte migliore è indubbiamente Limes. Che infatti pubblica un articolo molto chiaro, a firma di Federico Petroni, dal titolo: “La Pax Americana alla prova del Mar Rosso”.

Vi faccio una breve premessa. Lo Yemen si trova all’estremo sud della penisola arabica, all’imbocco meridionale del Mar rosso. Ed è un paese frammentato dopo la violenta guerra civile del 2015. In particolare, la parte sudoccidentale del paese, quella che da sul mar Rosso, è governata da delle milizie armate sciite, alleate dell’Iran, chiamate Houthi. 

Gli Houthi sono nemici del governo yemenita, alleato degli Usa, e nelle ultime settimane hanno iniziato a portare avanti degli attacchi alle navi commerciali che attraversano il mar rosso dirette (o provenienti) dal canale di Suez per bloccare il commercio internazionale, come rappresaglia nei confronti dell’attacco israeliano a Gaza.

Ma come spiega l’articolo di Limes, gli attacchi marittimi non sono solo un modo per dare fastidio al commercio, ma anche un modo per mettere “in discussione una delle unità di misura della potenza dell’America, forse la più importante: la protezione delle rotte marittime”.

Di conseguenza, i raid aerei statunitensi della notte dell’11 gennaio avrebbero soprattutto un valore dimostrativo. Di certo non risolutivo, anzi inserito in una dinamica di escalation che facilmente continuerà a salire nelle prossime settimane.

Leggo: “La progressione della violenza è evidente. Gli attacchi degli Houthi sono sinora 27, cominciati il 19 novembre con il dirottamento della MV Galaxy Leader. Immediata la decisione delle grandi aziende mercantili mondiali di sospendere il transito per Bāb al-Mandab e di circumnavigare l’Africa. Il 18 dicembre gli Stati Uniti lanciano l’operazione Prosperity Guardian con altri 19 paesi. Per qualche giorno navi americane scortano portacontainer della Mærsk, così la compagnia danese decide di ritornare nel Mar Rosso. Il 30 dicembre un suo vascello viene centrato da un missile, senza grossi danni ma costringendo Mærsk a passare per l’Africa occidentale. Il 31 gli elicotteri statunitensi affondano tre barche degli huthi che tentano un abbordaggio, uccidendo dieci miliziani.

Il 3 gennaio Washington e altre 13 cancellerie emettono un comunicato: “fine immediata” o “gli huthi pagheranno le conseguenze”. Il 9 il regime yemenita rilancia con l’attacco sinora più complesso, con 21 droni e missili sparati contro le navi da guerra statunitensi”.

Veniamo quindi all’attacco vero e proprio americano-inglese. “L’operazione dell’11 gennaio è una dimostrazione, un muscolare avvertimento. Diversi fattori portano a questa considerazione. Anzitutto, pur avendo colpito una sessantina di bersagli in 16 località fra radar, depositi d’armi, centri di comando e stazioni di lancio, questi raid non possono avere compromesso le capacità degli huthi. Questi ultimi dispongono di droni poco costosi, facilmente producibili e riforniti in abbondanza dal sostenitore iraniano, come sostengono fonti d’intelligence americane.

Poi, le Forze armate statunitensi hanno volutamente sfoggiato tutta la gamma della loro potenza di fuoco. Hanno impiegato velivoli provenienti sia dalla portaerei Eisenhower sia dalle basi limitrofe; missili lanciati dalle navi schierate in teatro; missili lanciati da un sottomarino, lo USS Florida, addirittura identificato per nome, fatto relativamente inconsueto vista la segretezza di questi vascelli. Chiaro il messaggio di poter fare molto di più.

Inoltre, l’operazione è stata privata di ogni sorpresa. I media internazionali davano la notizia praticamente certa e il viaggio della scorsa settimana del segretario di Stato Antony Blinken aveva come obiettivo sia avvisare gli attori regionali dell’imminenza di una rappresaglia ma anche accertarsi che il messaggio arrivasse in Iran e Yemen. I funzionari washingtoniani hanno chiarito che l’intento non era eliminare leader yemeniti o agenti iraniani ma colpire i loro strumenti.

Insomma, la tesi portata avanti dall’articolo è che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di portare avanti una guerra di retta o di risolvere il problema degli houthi con le bombe, ma è più una sorta di deterrenza aggressiva, o come scrive il giornalista di “negoziato condotto a mano armata”. L’amministrazione Biden in altre parole vorrebbe convincere gli houthi a smettere con gli attacchi e ristabilire il commercio globale facendo capire di essere disposta ad agire con la violenza, senza però farlo del tutto, almeno al momento. 

In tutto ciò, però, questa vicenda ci dice anche altre cose: ad esempio mostra una alleanza occidentale non così unita nelle sue operazioni. Solo il Regno Unito sta contribuendo in forma significativa. Dei venti membri del progetto Prosperity Guardian, solo dieci hanno pubblicamente annunciato la loro partecipazione per timore di essere accostati a Israele e di subire rappresaglie militari o terroristiche.

Caso clamoroso, per la prima volta l’Australia ha rifiutato di inviare navi, limitandosi a undici militari. Spagna, Francia e Italia hanno deciso di non appoggiare proprio l’attacco, dopo che si erano già rifiutate di mettere loro navi sotto il comando americano. Certo è che il commercio del nostro paese dipende in maniera abbastanza importante dal passaggio attualmente bloccato dagli houthi.

E non solo del nostro paese. Come conclude l’articolo, “le conseguenze per l’economia e di conseguenza la politica mondiale rischiano di essere sostanziali. Soprattutto se la crisi durerà tanto da costringere le compagnie mercantili a scaricare l’aumento dei costi di traffico, carburante e assicurazione sui consumatori”. 

E “Un aumento dell’inflazione in anno elettorale rischia di essere fatale all’amministrazione Biden”. 

Insomma, l’equilibrio mondiale continua a vacillare pericolosamente. Ed è sul punto di cambiare radicalmente. Anzi sta già cambiando. Di nuovo, la domanda è: saremo, come specie, sufficientemente responsabili da evitare una deflagrazione e gestire un passaggio di consegne ordinate verso un nuovo ordine mondiale ancora da configurare? 

Per darvi qualche spunto di riflessione, voglio condividervi un estratto che mi ha colpito molto della scorsa puntata di A tu per tu, dedicata proprio alla guerra e alla pace, al pacifismo. È una riflessione del nostro direttore Daniel Tarozzi, alla cui voce vi lascio per qualche minuto. 

Audio disponibile nel video / podcast

Nel fine settimana appena trascorso ci sono state anche le elezioni a Taiwan, che hanno un valore abbastanza importante nel determinare i rapporti con la Cina. Taiwan è un’ex colonia britannica che secondo gli accordi post coloniali dovrebbe ricongiungersi alla Cina, ma che nei decenni si è strutturata in maniera più occidentale, con istituzioni democratiche abbastanza solide, e quindi sono in parecchi a rivendicare l’indipendenza dalla Cina e a non voler tornare a farne parte.

Le elezioni, per eleggere il nuovo presidente e il nuovo parlamento, erano considerate una cartina di tornasole della volontà o meno delle persone di ricongiungersi alla Cina e il verdetto è stato… un po’ strano. Infatti come presidente ha vinto Lai Ching-te, del Partito Progressista Democratico (DPP), di centrosinistra e il più critico fra i candidati nei confronti delle ingerenze politiche della Cina. Lai era stato vicepresidente nell’ultimo mandato e il suo partito ha vinto le elezioni per la terza volta consecutiva. 

Per quanto riguarda il parlamento, invece, la situazione è più complessa: nessun partito riuscirà a ottenere una maggioranza assoluta e Il DPP del nuovo presidente dovrebbe essere il secondo partito, con 51 seggi su 113, dietro al KMT (con 52 seggi), con gli ultimi 8 che andranno al Partito Popolare di Taiwan. Dunque gli esiti delle elezioni parlamentari e di quelle presidenziali divergono: ha vinto un candidato che non avrà una maggioranza parlamentare.

Comunque, secondo diversi media, fra cui il Post da cui riprendo la notizia, la vittoria di Ching-te potrebbe modificare l’equilibrio delicato che esiste in questo momento tra la Cina e Taiwan, e perfino provocare una crisi tra i due paesi, sebbene Lai durante la campagna elettorale abbia fatto di tutto per tranquillizzare i taiwanesi e la comunità internazionale. 

Nel suo discorso dopo la vittoria Lai ha detto: «Abbiamo dimostrato al mondo quanto teniamo alla nostra democrazia. I taiwanesi hanno resistito con successo alle forze esterne che hanno tentato di influenzare l’elezione. Siamo convinti che solo la gente di Taiwan abbia il diritto di scegliersi il proprio presidente». Poi ha aggiunto di essere determinato a «salvaguardare Taiwan dalle continue minacce e intimidazioni della Cina», e che suo governo userà «il dialogo al posto del conflitto» nelle relazioni con la Cina.

Circa tre ore dopo la chiusura dei seggi, la Cina ha commentato ufficialmente l’esito delle elezioni. L’Ufficio affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese ha diffuso un comunicato in cui dice che la vittoria di Lai non può comunque fermare «l’inarrestabile processo che porterà alla riunificazione con la madre patria».

In chiusura, torniamo in Italia e torniamo a parlare di Ilva. I giornali negli ultimi giorni hanno raccontato di come sia alle porte una sorta di divorzio consensuale fra lo Stato italiano e la multinazionale indiana Arcelor Mittal, che sono i due principali azionisti di Acciaierie d’Italia, la compagnia che guida lo stabilimento. 

L’ipotesi più probabile è che l’ex Ilva venga nazionalizzata per poi essere nuovamente affidata a un privato. Tuttavia, nelle sue trattative con il colosso indiano e nelle tante conferenze stampa e dichiarazioni di questi giorni, se traspare una certa preoccupazione del governo su una possibile causa da parte della multinazionale, non traspare un grande interesse per la questione ambientale, sociale e sanitaria del territorio tarantino, che invece dovrebbe essere la questione principale. 

Sul tema, Huffington Post dà voce a una delle persone che più hanno fatto per Taranto negli ultimi anni, una persona appassionata, competente e anche un po’ disperata, che più volte abbiamo intervistato qui su ICC: Alessandro Marescotti. 

Leggo dall’articolo a firma di Silvia Renda: “Lo Stato non può salvare l’Ilva”. Nel 2005, Alessandro Marescotti fu tra i primi a denunciare che a Taranto era presente l’8,8 per cento della diossina industriale europea. Docente e attivista dell’ambientalismo tarantino, negli anni ha continuato a interessarsi alle vicende della fabbrica e, mentre si registrano le ultime battute politiche per provare a tenere in piedi l’acciaieria, la sua speranza è che possa invece chiudere una volta per tutte. “Ma come si mangia senza l’Ilva?”, gli hanno chiesto i suoi studenti. In un paese che fatica a vedere un piano B, aldilà della fuga per chi può permettersela, la salvezza secondo Marescotti sta nella riconversione.

Alessandro Marescotti, il suo impegno sull’Ilva di Taranto va avanti da decenni. Con quale stato d’animo sta assistendo a questo continuo rinvio delle decisioni sulle acciaierie?

È lo stato d’animo di chi aveva purtroppo previsto queste cose già da dieci anni. L’Ilva non era strategica e sostenibile da un punto di vista ambientale ed economico, perché dopo l’intervento della magistratura e con il calo della produzione non riuscivano più a pareggiare i conti. È brutto dire “ve l’avevamo detto”.

Interessante anche il passaggio in cui, di fronte alla prospettiva della chiusura dell’Ilva, la giornalista chiede: Il rischio concreto per Taranto è la desertificazione industriale. Come vede il futuro della città?

Non credo sia questo il rischio. In questo momento la città è già in ginocchio perché non esiste nessuna alternativa, a Taranto gli immobili non si riescono a vendere nel quartiere Tamburi. La città è già in uno stato di desertificazione. La crisi dell’acciaieria dimostra che il motore è inceppato, nonostante sia stato provato a rilanciarla più volte: sono stati provati tutti i sistemi, pubblico, privato, ibrido, decreti salva Ilva, aiuti di Stato. La desertificazione viene prodotta da questa situazione. Gli studenti, a Taranto, se possono scappano via. Lo dico da docente.

Qual è secondo lei allora la soluzione per Taranto, se ne intravede una?

Bisogna fermare questi impianti che producono impatti non accettabili sulla salute pubblica. La siderurgia nel mondo ha trovato diverse aree di crisi. In alcune di queste, si è evoluta in innovazione. Pittsburgh, ad esempio, era definita un “inferno senza coperchio” quando c’erano le acciaierie più importanti degli Stati Uniti, ora è una delle città più green. Bisognerebbe vedere quali sono stati gli esperimenti di successo, con una riconversione ecologica dell’economia e fare un copia-incolla su Taranto. Il problema non è l’assenza di progetti, gli esempi virtuosi sono tanti. Il problema è che a Taranto non c’è stata una classe politica, un sistema formativo, tale da riconvertire i lavoratori ed educare gli studenti per formare il capitale umano. C’è una forma di dipendenza anche mentale.

Vi leggo anche la conclusione dell’articolo, molto categorica: Dice Marescotti: “È un fatto matematico: lo Stato non può salvare l’Ilva. Questa fabbrica non ha futuro. È stata la più grande acciaieria d’Europa. Era in grado di produrre quasi 11 milioni all’anno di tonnellate di acciaio. Quando superava gli otto milioni, aveva profitti elevatissimi ed era in grado di battere anche la concorrenza cinese e sostenere aumenti salariali e straordinari. I lavoratori dell’Ilva stavano bene, avevano ottimi stipendi. Otto milioni è il punto di equilibrio: se scendi sotto, produci in perdita. Con il cambio degli scenari a livello mondiale e con l’intervento della magistratura, la produzione non ha più superato gli otto milioni. Si è prodotto quasi sempre in perdita”.

Insomma, ormai tenere in vita l’Ilva non ha davvero più alcun tipo di senso. O forse ne ha qualcuno, come ci suggeriva lo stesso Marescotti tempo fa, dal punto di vista geopolitico. Perché altrimenti non si spiega l’ostinazione nel tenere in vita questa fabbrica che da decenni semina solo morte e distruzione, avendo smesso da tempo di produrre anche un briciolo di ricchezza economica. 

Nell’articolo Marescotti fa riferimento alle altre Ilva del mondo. Il riferimento è alle acciaierie, ma potremmo estenderlo alle aree fortemente industrializzate dall’impatto devastante su ambiente e salute. E in questa versione estesa, di Ilva ne abbiamo parecchie anche in altre parti d’Italia. Ad esempio nel siracusano, dove il polo petrolchimico ha un impatto devastante. Su Italia che Cambia ne parla oggi con un’inchiesta esclusiva la nostra Salvina Elisa Cutuli, a cui do la parola per farci raccontare meglio di cosa si tratta. Trovate l’articolo completo sotto fonti e articoli e in homepage sia di ICC che di SCC.

Audio disponibile nel video / podcast 

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