#Visione 2040 – Più leggero e soddisfacente, mai fine a se stesso: ecco il lavoro del 2040

Il lavoro, la nostra ossessione. Eppure è possibile immaginare (e realizzare!) una società diversa, in cui lavorare meno e fare lavori più utili per la comunità e soddisfacenti per noi. Abbiamo provato a immaginare questa società e a descrivere i passi individuali e collettivi che possiamo fare per andare in quella direzione. Ecco la nostra #Visione2040 sul Lavoro!

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Il lavoro è da sempre al centro del dibattito politico e sociale nel nostro paese. Scatena polemiche, fa alzare immediate levate di scudi, riempie le piazze. Tuttavia manca all’interno del dibattito una riflessione su cosa sia il lavoro: un diritto o una maledizione? Qualcosa che si fa per passione e vocazione oppure uno strumento che ci fornisce il substrato economico su cui coltivare le nostre passioni? E ancora, lavoriamo troppo o troppo poco? Si lavora per vivere o si vive per lavorare? Il lavoro è soltanto quello retribuito?

 

Nel documento che abbiamo elaborato assieme a XX esperti “ambasciatori abbiamo immaginato come potra essere il lavoro nel 2040: potremo lavorare di meno e fare lavori più soddisfacenti. In molti autoprodurranno parte di ciò che gli serve per vivere e aumenteranno le economie informali e di comunità. Non esisterà più il lavoro fine a se stesso, inutile o tantomeno dannoso: il lavoro sarà basato su utilità sociale, relazioni, realizzazione personale, dignità ed etica.

 

LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO

 

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LA SITUAZIONE ATTUALE

 

Oggi, chi lavora, lavora di più e guadagna meno rispetto al passato. Il divario tra le differenti fasce lavorative nel nostro paese è aumentato a dismisura. E che dire della disoccupazione record?

 

Questi dati fanno intendere la crisi di un intero modello, quello del “lavoro come diritto” nato a braccetto con quello di “lavoro salariato”. Oggi il lavoro non è più, nei fatti, un diritto, anzi è assimilato ad una merce ed in tal senso lasciato alla regolamentazione del mercato. E assieme al lavoro, tutto il modello sociale su cui poggiava il “lavoro come diritto” è andato in crisi: i servizi al cittadino sono spesso scadenti, il sistema previdenziale barcolla. Solo le tasse permangono (e persino aumentano per far fronte alla diminuzione dei contrinuenti), ma se prima finanziavano welfare e servizi oggi finiscono nei circuiti finanziari, per ripagare il debito pubblico dello Stato e delle amministrazioni.

 

È giunto il momento di ridefinire il concetto di lavoro. Per fortuna già oggi si stanno sviluppando tipologie nuove basate sui modelli della rete e dell’economia della condivisione: coworking, fablab, autoproduzione sono andati incontro ad un vero e proprio boom.

 

COSA POSSO FARE IO…

 

CITTADINO – Posso fare tantissimo! Innanzitutto riflettere sul valore del lavoro come strumento di utilità sociale, e poi ripartire da me stesso, eliminando l’identificazione uomo → lavoro → dignità. Dunque, partendo da me posso lavorare meno (diminuendo di conseguenza spese e consumi, autoproducendo e liberando così tempo per famiglia, amici e relazioni sociali) e lavorare meglio (cercando di fare qualcosa di utile, che mi piace e contribuisce alla mia realizzazione personale). Inoltre posso mettere a disposizione della comunità la mia consapevolezza e facilitare percorsi di transizione verso un modello socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibile (soprattutto verso coloro che restano ancorati al modello classico di lavoro, in crisi).

 

IMPRENDITORE – Posso, innanzitutto, mettere al primo posto l’utilità sociale della mia impresa, misurandone l’impatto ambientale. Posso rafforzare i legami fra la mia azienda e il territorio e la comunità in cui è inserita. Posso garantire la dignità delle persone che lavorano nell’azienda attraverso uno stipendio adeguato e una relazione sincera, e far sì che le persone coinvolte nell’impresa siano felici del loro lavoro, e che in esso si sentano realizzate. Inquest’ottica posso riportare a livello di comunità le dinamiche decisionali all’interno delle aziende.

 

POLITICO – Posso introdurre forme di reddito di esistenza, attraverso l’utilizzo di monete locali o di altre forme di pagamento non monetario; posso creare una consulta del volontariato all’interno del mio comune, per incentivare i cittadini a prendere parte attiva alla vita del territorio. Inoltre è una buona idea creare un sistema di welfare alternativo facendo rete con associazioni e volontari locali al fine di far fronte all’emergenza occupazionale. Posso favorire la nascita di una “Banca del Tempo” nel mio comune, per incentivare scambi informali di ore lavorative e censire i terreni agricoli abbandonati o incolti. Posso, ed è molto importante, introdurre forme di facilitazione all’interno dell’amministrazione e nella comunicazione con i cittadini, per incentivarne il coinvolgimento

 

GLI ESEMPI

 

La buona notizia è che non bisogna partire da zero! Esistono infatti anche nel nostro Paese molte esperienze positive, testimonianza che un grosso cambiamento è in atto nei modelli lavorativi. Tante persone decidono di abbandonare il lavoro tradizionale per “scollocarsi”, come hanno fatto ad esempio Stefania Rossini, Nicola Savio e Devis Bonanni. Numerose reti mettono al centro l’eticità del lavoro, come Etinomia e le Reti di Economia solidale. Sono in crescita esponenziale le forme di coworking, fra cui spiccano reti internazionali come Impact Hub, e dei Fablab, laboratori per artigiani digitali. Infine esperienze sempre più numerose di Workers Buyout come quella della Cooperativa Zanardi dimostrano che i lavoratori sono spesso pronti ad assumersi la responsabilità della dirigenza di un’azienda.

 

GRAZIE A…

 

Tutti coloro che hanno contribuito ad elaborare il documento. Hanno partecipato al tavolo Lavoro  Hanno contribuito: Alessandro Cascini – Movimento Decrescita Felice | Daniele Forte – Etinomia | Barbara Gallizioli – La terza Piuma | Katia Prati – Ecovillaggio Tempo di Vivere | Stefania Rossini – blogger e scrittrice “scollocata”| Nicola Savio – blogger “scollocato”. Ha facilitato: Andrea Degl’Innocenti