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17 Mar 2021

Archeoplastica: i rifiuti restituiti dal mare diventano reperti da museo

Scritto da: Benedetta Torsello

Un museo virtuale in cui esporre online centinaia di reperti plastici raccolti sulle spiagge, dopo che il mare li ha restituiti: questa l’idea alla base del progetto Archeoplastica. Un’iniziativa importante per riflettere sul lento processo di degradazione della plastica e sugli effetti disastrosi che l’uso smodato di questo materiale ha sull’ambiente.

Quanto tempo dura la plastica? Quanto sopravvive nei nostri mari, trasportata lungo le rotte tracciate dalle correnti? La sua è una storia infinita. Per averne una minima percezione, basti pensare che nei nostri mari galleggiano, ancora intatti, flaconi e bottiglie che hanno l’età dei nostri genitori o addirittura dei nostri nonni. È ormai noto che – come conferma una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum – entro il 2050 negli oceani vi sarà più plastica che pesci.

Questo materiale da forme, colori e usi diversi, protagonista della nostra vita quotidiana, è diventato nel tempo la peggiore minaccia per l’ecosistema marino e non solo. Lo sa bene Enzo Suma, fondatore dell’associazione Millenari di Puglia, una realtà dell’alto Salento impegnata da sempre nella valorizzazione e tutela del territorio e in attività di educazione ambientale. Guida naturalistica e cercatore seriale di rifiuti plastici, raccoglie da tempo quanto riversato sulle spiagge dalle mareggiate, anche perché da Ostuni, la sua città, raggiunge facilmente la costa tutti i giorni. «Da due anni, però, ho iniziato a catalogare questi rifiuti, conservando quelli più vecchi e riciclando gli altri», racconta Enzo.

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Enzo Suma

Un Ajax vetri del ‘68, un Cif detergente di fine anni ‘70 e una lattina di Coca-Cola limited edition dedicata ai mondiali di calcio in Argentina del ‘78. Questi sono solo alcuni degli oltre duecento oggetti collezionati da Enzo. Da questi reperti scaturisce una narrazione di usi e abitudini legati a questo materiale: una sorta di ricostruzione archeologica o meglio archeoplastica, secondo la fortunata espressione con cui Enzo cataloga i rifiuti plastici più antichi e, per una ragione o un’altra, degni di nota.

Nasce così l’idea di dar vita a un museo virtuale online in cui esporre i reperti archeoplastici datati dai trenta agli oltre cinquant’anni fa. «Ero incredulo quando trovai il primo reperto archeoplastico: una bomboletta spray Ambra Solaire di fine anni ‘60, su cui si leggeva perfettamente il prezzo in lire, nonostante fosse passato tutto quel tempo», racconta Enzo. «Quando ne pubblicai la foto su facebook, molte furono le riflessioni degli altri utenti sul tema della plastica e dell’inquinamento causato da questo materiale», prosegue l’ideatore del progetto.

La mostra sarà accessibile a tutti. Attraverso la tecnica della fotogrammetria verranno realizzate delle riproduzioni virtuali in 3D di questi reperti, in modo da apprezzarne ogni minimo dettaglio. Obiettivo dell’iniziativa è mantenere vivo l’interesse sul problema dell’inquinamento da plastica, con un occhio particolare ai più giovani. Oltre al museo virtuale, infatti, Enzo vorrebbe realizzare una mostra itinerante in cui esporre i reperti archeoplastici, cercando di raccontare la storia di ciascuno di questi. «Mi piacerebbe portarla nelle scuole e magari anche nel resto d’Italia, promuovendo attività di educazione ambientale e sensibilizzazione sul problema della plastica».

È giusto che i più piccoli, e di conseguenza le loro famiglie, siano sempre più consapevoli di quanto a lungo la plastica sopravvive nei nostri mari. Si frantuma per effetto degli agenti atmosferici ed entra così nella catena alimentare sotto forma di microplastiche, che «funzionano come delle spugne: assorbono sostanze tossiche, che a loro volta si accumulano nei tessuti dei pesci che le ingeriscono».

In questo progetto Enzo non è da solo, anche perché non è sempre immediato il processo di datazione e identificazione dei rifiuti raccolti. Spesso è il tam-tam sui social network ad aiutarlo nella sua impresa. Dietro a ogni oggetto c’è un lungo lavoro di ricerca, tra video e spot pubblicitari in cui quelli che oggi sono solo rifiuti appaiono come sgargianti prodotti all’ultimo grido dell’igiene casa e persona.

Per uno dei suoi reperti, Enzo ha impiegato più di un anno prima di riuscire a identificarlo. «È un flacone molto insolito, forse uno dei più belli che colleziono – mi racconta – un corpulento omino di plastica azzurrina, vestito con un frac e trasfigurato da varie incrostazioni di anellidi». Proprio grazie alla visibilità sui social network, oggi questo reperto archeoplastico ha finalmente il proprio identikit completo: «Grazie a un utente facebook ne ho scoperto un altro esemplare tra gli oggetti di un collezionista francese. Si tratta di un bagnoschiuma degli anni ‘60, tutto rosso in origine».

I reperti archeoplastici collezionati da Enzo non arrivano solo dal passato, ma anche da posti lontani, complice la vicinanza alle coste balcaniche. «Mi è capitato di raccogliere un prodotto dell’Ava risalente agli anni ‘60 con l’etichetta in greco. Il maestrale e la tramontana, infatti, portano sulla nostra costa rifiuti di Grecia e Albania e viceversa, quando i venti spingono verso le loro coste». Alcuni degli oggetti della collezione arrivano dal Veneto e dal ferrarese, «grazie alla proficua collaborazione con altri raccoglitori e collezionisti di rifiuti plastici. L’obiettivo è quello di fare rete e aiutarsi vicendevolmente».

Tra i vari oggetti raccolti, Enzo colleziona formine, palette e secchielli dimenticati dai bambini in spiaggia nel corso del tempo. Con questi si lancia in simpatici giochi artistici, disegnando sulla sabbia giganteschi esemplari della fauna marina. Tartarughe e cetacei sono i soggetti più rappresentati, ovvero «gli animali più vulnerabili e colpiti proprio dall’inquinamento da plastica».

Il progetto Archeoplastica è collegato a una campagna di crowdfunding lanciata da Enzo su Produzioni dal Basso. Con un piccolo aiuto di tutti, si potranno finalmente realizzare il museo virtuale e acquistare l’occorrente per la mostra itinerante, per raccontare la storia della plastica e riflettere su un suo uso più moderato e consapevole.

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