27 Lug 2022

Libertà di stampa e industria petrolifera: come fare giornalismo ambientale al tempo della transizione ecologica?

Scritto da: Redazione

In partenza il nuovo corso di Scuola Capitale Sociale rivolto a tutti coloro che – per motivi professionali, di volontariato o di impegno civico – desiderano acquisire gli strumenti per comprendere, indagare e raccontare le complesse sfide della transizione eco-sostenibile. Le lezioni (che si terranno online il 5, 12, 19, 26 ottobre e 3 novembre) saranno a cura di Daniel Tarozzi, Daniela Bartolini, Andrea Degl’Innocenti e Sergio Ferraris. Il corso è realizzato in partnership con Italia Che Cambia.

«Se vogliamo preservare la libertà di stampa e consentire a cittadine e cittadini di conoscere la verità sulla crisi climatica, dobbiamo rompere il patto di potere che incatena i mass media all’industria dei combustibili fossili». È con queste parole che Chiara Campione, responsabile dell’unità corporate di Greenpeace Italia, commenta i risultati dell’ultima importante inchiesta pubblicata dall’ONG ambientalista in merito al controverso rapporto tra grandi media ed ecologia.

La ricerca, realizzata dall’Osservatorio di Pavia, ha preso in esame gli articoli pubblicati tra gennaio e aprile 2022 dai cinque giornali quotidiani più diffusi in Italia: Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa. Ciò che emerge è la pericolosa dipendenza del giornalismo italiano dalle grandi aziende inquinanti, che oltre ad acquistare gran parte degli spazi pubblicitari a disposizione, sembrano influenzare l’informazione anche in termini di contenuti e storytelling.

daniel tarozzi ant
Daniel Tarozzi

Se infatti i quotidiani analizzati menzionano la crisi climatica con una media di due articoli al giorno, gli approfondimenti ad essa esplicitamente dedicati risultano essere invece appena la metà. A ciò si aggiunga che la prospettiva d’analisi dominante continua ad essere di tipo eminentemente economico o, al massimo, politico (rispettivamente il 45,3% e il 25,2% degli articoli): soltanto una piccola percentuale affronta il cambiamento climatico da un punto di vista ambientale (13,4%) o sociale (11,4%). Ma il dato forse più significativo è che nei quattro mesi di rifermento, dei 528 articoli analizzati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte.

Una situazione quindi di profonda opacità, che rischia di minare irrimediabilmente sia la funzione sociale più autentica del lavoro del giornalista, sia la già flebile fiducia del pubblico verso il mondo dell’informazione. Come infatti dichiara Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia, «se vogliamo che il giornalismo svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio».

«Mai come in questo momento storico il giornalismo si è scollato dalla realtà», osserva Daniel Tarozzi, direttore di Italia Che Cambia e docente del corso. «Mentre le crisi ecologiche e climatiche ci presentano il conto, tra siccità, pandemie, gas alle stelle, mari inquinati e guerre legate alle fonti fossili, le principali testate italiane continuano a rincorrere un approccio morboso al quotidiano e non mostrano né i veri problemi né le possibili soluzioni. Comprendere la realtà è la sfida del nostro tempo. Per questo riteniamo che occorra un altro modo di fare giornalismo, un approccio veramente scientifico, empatico e sistemico. Ed è quello che vogliamo offrire con questo percorso».

sergio ferraris
Sergio Ferraris

Si tratta di una considerazione che bene risuona con le parole del giornalista ambientale Sergio Ferraris, che in un TEDx di qualche anno fa efficacemente chiosava: «Il giornalista ambientale deve essere scomodo e antipatico per definizione. Non deve parteggiare per nessuno. Deve dare gli strumenti per capire, non un ragionamento precostituito».

Da una parte dunque la necessità di rimanere indipendenti, aderenti ai fatti e imparziali; dall’altra, l’ingerenza delle grandi aziende inquinanti e il controllo economico delle testate. Come risolvere questa impasse? Come riuscire a ritagliarsi in un panorama così complesso un’efficace zona di autonomia per fare buon giornalismo ambientale? E soprattutto, come riuscire davvero a farsi ascoltare in uno scenario dominato da notizie false e irrigidimenti identitari?

Dobbiamo rompere il patto di potere che incatena i mass media all’industria dei combustibili fossili

A queste domande cercherà di rispondere il nuovo corso di Scuola Capitale Sociale dal titolo Crisi climatica, rifiuti, energia: per un giornalismo di transizione ecologica, in partenza il prossimo ottobre. Il corso, realizzato in partnership con Italia che Cambia, si rivolge a tutti coloro che – per motivi professionali, di volontariato o di impegno civico – desiderano acquisire competenza di giornalismo ambientale ed entrare in possesso degli strumenti per comprendere, indagare e raccontare efficacemente le complesse sfide della transizione eco-sostenibile.

L’invito è dunque destinato a giornalisti, comunicatori, ma anche volontari, attivisti e cittadini impegnati nella salvaguardia del territorio e nella valorizzazione di esperienze di cambiamento. Le lezioni – 5 moduli settimanali per un totale di 10 ore di didattica online – avranno un taglio fortemente pratico e applicativo e saranno curate dai giornalisti ambientali, Daniel Tarozzi, Daniela Bartolini, Andrea Degl’Innocenti e Sergio Ferraris.

Per maggiori informazioni, è possibile consultare la pagina web del corso o scrivere a segreteria@scuolacapitalesociale.it.

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