19 Apr 2024

Come trasformare gli allevamenti in fattorie vegane, l’esperienza svizzera – #917

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Gli allevamenti intensivi, lo sappiamo, sono un problema da tanti punti di vista. Eppure una transizione verso un modello diverso incontra resistenze culturali, paure e difficoltà di diverso tipo. Un articolo di un magazine svizzero ci aiuta ad esplorare queste difficoltà ma anche a capire che in fin dei conti, si può fare. Parliamo anche dell’industria del Prosciutto di Parma sia in crisi per via della peste suina africana – anche qui cercando di capirne le varie ripercussioni – e ancora di comunicazione empatica con le altre specie animali, di fare rete sui territori e infine della salute dell’ambiente in Sardegna. 

Internazionale ha tradotto – anzi non solo ha tradotto, ha messo in copertina – un articolo molto bello e interessante tradotto da un magazine svizzero dal nome (non troppo originale) di Das Magazin, che definirei un articolo alla Italia che Cambia.

Che intendo dire? Intendo che è un pezzo che parte da una storia personale di cambiamento per poi arrivare a parlare di un fenomeno più generale. La storia singola in questione è quella di una famiglia di agricoltori e allevatori che decidono di smettere di allevare animali per il macello, e cercano un nuovo modello di business che non dipenda dalla sofferenza animale.

L’articolo racconta la storia di una coppia di giovani allevatori svizzeri, Tobias e Christine Burren, che gestiscono un’azienda agricola della famiglia di Tobias, che va avanti da molti decenni macellando mucche, polli e maiali, e che a un certo punto decidono di cambiare radicalmente sistema. 

Lo fanno per un fatto semplice: hanno avuto un figlio da poco e una notte Tobias, mentre culla suo figlio, sente la mucca piangere per aver perso il suo vitello di 6 mesi. Questo lamento della mucca lo avrà sentito chissà quante volte in precedenza, senza farci troppo caso o facendoci caso ma senza che da ciò scaturisse qualcosa. Ma in quel momento, in quelle particolari condizioni psicologiche, quel fatto diventa dirimente, un fatto che segna un prima e un dopo. 

Tobias e Christine decidono di convertire la loro fattoria in una “fattoria della vita”, o fattoria vegana, o altre definizioni che vengono date. Ovvero una fattoria in cui non si vendono prodotti animali, o di derivazione animale, ma in cui gli animali servono solo a livello di ecosistema-fattoria. Quindi tengono qualche gallina per dargli gli scarti alimentari e per fertilizzare, qualche mucca, qualche maiale.

Ovviamente molti meno di quelli che avevano in precedenza, il che vuol dire che comunque continuano a macellare animali per circa un anno dalla decisione. E che dopo devono reinventarsi un modello di business, perché la vendita diretta di carne contribuiva a circa un terzo del bilancio dell’azienda.

Qui l’articolo prende varie strade diverse e intreccia vari livelli, ed è qui che emergono a mio avviso gli aspetti più interessanti. Esplora infatti le sfide economiche e culturali di questa transizione, mostrando come la scelta di Tobias metta in discussione non solo il modello economico della fattoria di famiglia, ma anche le tradizioni agricole locali e il modo in cui la comunità percepisce il consumo di carne. La decisione provoca un conflitto generazionale con suo padre Ruedi, che è preoccupato per le implicazioni finanziarie di abbandonare la produzione di carne.

Ma scavando, come sempre accade quando si tratta di esseri umani, emergono anche altre cose. Emerge che anche il padre aveva messo in discussione il modello di fattoria del nonno, e aveva deciso di puntare sulla vendita diretta invece che sulla vendita alla grande distribuzione, con conflitti simili, a parte invertite. Emerge che ci sono resistenze anche irrazionali, paure, speranze. Insomma tutte le cose tipiche degli esseri umani quando si trovano di fronte a un cambiamento. 

E poi c’è il livello macroscopico, con i dati e le analisi. Sia dell’impatto climatico degli allevamenti intensivi, che conosciamo, sia della questione etica, sia delle scelte alimentari delle persone. Ad esempio in Svizzera circa il 5% delle persone è vegetariano e l’1% è vegano, e dopo una rapida accelerazione nei primi anni duemila questi numeri hanno continuato a crescere ma molto lentamente. Fra l’altro, è una crescita che viene annullata in termini assoluti dalla crescita della popolazione, e dall’aumento del consumo di pollo, per cui il risultato è che vengono uccisi più animali rispetto a vent’anni fa. 

Un altro dato che ho trovato interessante nell’articolo, che ha il pregio di non essere ideologico, è uno studio, che viene citato, che ha analizzato dieci diversi modelli alimentari per valutare la loro sostenibilità e la loro capacità di nutrire il maggior numero di persone. Tra questi, il modello che si è dimostrato più efficace in termini di sostenibilità è stata la dieta vegetariana senza uova. Più ovviamente di quella carnivora, ma anche – mediamente – più di quella vegana, che non sfrutta efficacemente tutti i terreni agricoli disponibili, lasciando inutilizzati ampi spazi che potevano essere destinati al pascolo di ruminanti. 

Ma anche qui, come sempre: dipende. Ad esempio la Svizzera ha moltissimi pascoli di montagna che non potrebbero essere convertiti a agricoltura, anche volendo, e in quel caso può avere senso avere animali al pascolo. Altrove questo ragionamento potrebbe non avere senso.

Insomma, quando si osservano i numeri macroscopici è importante ricordarci che poi ogni risposta va calata nel contesto e una soluzione che potrebbe funzionare da una parte potrebbe non essere la migliore da un’altra.

Un altro aspetto che ho trovato interessante è quella che nell’articolo viene chiamata cultura dell’invisibilizzazione. Ovvero il paradosso per cui riusciamo a avere una visione degli altri animali “disneyzzata” come la definisce la nostra amica etologa Chiara Grasso, e al tempo stesso mangiarne a più non posso. E entrambe queste derive apparentemente opposte, quindi da un lato l’umanizzazione dell’altra specie, e dall’altro la segregazione a una vita tremenda e infine l’uccisione per finire in padella, stanno assieme grazie al fatto che tutto ciò avviene lontano dai nostri occhi.

Leggo dall’articolo: È la “cultura dell’invisibilizzazione”. La frase che mi sono appuntato – “uccidiamo 85 milioni di animali all’anno” – fondamentalmente è sbagliata: non li uccidiamo noi, li uccide qualcun altro per noi. E l’industria della carne ce la mette tutta per aiutarci a non accorgercene. Gli animali sono nascosti negli allevamenti e anche le uccisioni avvengono di nascosto. E il fatto che ogni singola morte lasci una ferita nell’anima di chi spara il proiettile in fronte all’animale non c’interessa: sono problemi suoi.

Ecco. Questo è il succo dell’articolo. Perché ve ne ho parlato? Per vari motivi. Non so se vi ricordate qualche giorno fa la puntata in cui abbiamo parlato di come potremmo riconvertire in 15 anni la stragrande maggioranza degli allevamenti intensivi mondiali semplicemente pagando gli allevatori per tutelare la biodiversità invece che per uccidere animali. Ecco, ho trovato questo articolo abbastanza complementare, nel mostrare anche le complessità della transizione.

Il problema della transizione ecologica è solo in parte una questione pratica, e di modello economico e produttivo. Come ogni cosa che riguarda gli umani è anche tanto una faccenda irrazionale, in cui entrano in gioco blocchi emotivi, paure, identità. Ed è importante considerare questi aspetti quando proviamo a cambiare le cose. perché se facciamo finta che non esistano, poi ci troviamo con le rivolte degli agricoltori, con il negazionismo climatico e con fenomeni di questo genere. Che sono il sintomo, il risultato visibile, di pulsioni e resistenze invisibili interne alla nostra società. 

Quindi in questo senso tenere assieme nei racconti giornalistici storie personali e numeri e analisi è un modo interessante per affrontare le questioni. Perché i due aspetti coesistono, e se raccontiamo uno senza l’altro, la storia è zoppa.

Poi, al netto di tutto, trovo interessante che Internazionale, che è il magazine di approfondimento giornalistico non so se più letto ma probabilmente più influente d’Italia abbia scelto di mettere questa storia in copertina, mi sembra un segnale culturale importante.

Comunque, tornando al doppio livello, vi segnalo due cose, anzi tre. Se volete conoscere un po’ più di dati sulla situazione degli altri animali (o degli animali come noi) in Italia e nel mondo, e anche che cosa si può fare per avere una vita cruelty free, vi consiglio se per caso non lo avete ancora fatto, di andarvi a leggere la guida Animali come noi, che abbiamo realizzato grazie al contributo di Lush e alla collaborazione di tantissime organizzazioni.

E per prendervi cura invece della dimensione più intima e individuale, più impalpabile, vi segnalo un articolo nello specifico, che esce oggi, che peraltro è la nostra video-storia della settimana. Che racconta l’esperienza di Andrea Contri e della sua organizzazione Animal Talk.

Andrea è un uomo con una spiccata sensibilità verso le altre specie animali che dopo una serie di esperienze particolarmente profonde di connessione con alcuni animali, si accorge di riuscire stabilire una connessione e una comunicazione profonda con essi (da cuore a cuore dice lui). 

Anche qui un vissuto personale diventa una scelta di vita e quindi Andrea decide di fondare questa organizzazione che promuove appunto una comunicazione empatica con gli altri animali. Una storia curiosa e affascinante che vi consiglio di approfondire, se il tema vi appassiona. 

Restiamo in tema animali, per affrontare una questione più spinosa, ma che di nuovo ci fa capire la complessità della situazione. Sul Fatto alimentare, il direttore della testata Roberto La Pira racconta di come la peste suina africana rischi di distruggere l’industria del Prosciutto di Parma e possa portare all’abbattimento di migliaia di maiali.

Vi riassumo la notizia, poi facciamo qualche considerazione. In pratica l’articolo racconta di come l’epidemia di peste suina africana, che è è un’infezione virale dei cinghiali e dei suini domestici si sia estesa negli anni e adesso sia arrivata alle porte dell’area di produzione del Prosciutto di Parma, dove ovviamente ci sono centinaia di allevamenti di suini. 

Ovviamente, la diffusione dell’epidemia all’interno degli allevamenti potrebbe portare all’uccisione di migliaia e migliaia di maiali, ma non solo. In questo contesto il Consorzio del Prosciutto di Parma è stato criticato per aver sottostimato la minaccia, o più probabilmente per averla tenuta a tacere per non avere ripercussioni sul mercato. 

Questo silenzio però ha portato al non prendere nessun tipo di misura per arginare la diffusione dell’epidemia e questa inazione ha solo fatto sì che si diffondesse ulteriormente. Il Ministero dell’Agricoltura ha stanziato fondi per sostenere gli imprenditori colpiti, ma ci sono stati commenti sulla mancanza di un piano efficace di eradicazione.

L’articolo si conclude spiegando come questa situazione potrebbe portare a un crollo dei prezzi del prosciutto sul mercato interno, a causa dell’impossibilità di esportare, e minacciare seriamente l’esistenza stessa del Prosciutto di Parma Dop.

Ora, pensiamo a quante cose ci sono in ballo in questa notizia. Da un lato c’è il tema economico, di un comparto industriale che rischia di fallire, e c’è anche il tema della cultura gastronomica italiana che è una parte non indifferente della nostra identità. In Italia l’attaccamento al cibo e alle tradizioni legate al cibo tipico è probabilmente più sentito che altrove e il cibo rappresenta una parte importante della nostra identità, un legame anche familiare, che ci unisce ai nostri genitori, ai nonni. È una parte del nostro racconto (in buona parte inventato, come ogni grande narrazione collettiva) su chi siamo, come popolo. 

Dall’altro lato, c’è invece il tema degli allevamenti intensivi, con le loro ripercussioni etiche ed ecologiche, che abbiamo visto prima, ma anche con le questioni legate alla salute e alla diffusione delle epidemie. La peste suina diventa un problema soprattutto perché esistono gli allevamenti intensivi. Altrimenti forse nemmeno ce ne accorgeremmo. E anche qui, l’etica chiamiamola animalista, o antispecista, o vegana è diventata un pezzo importante dell’identità di molte persone, come il cibo e le tradizioni lo sono per altre.

Tutto questo per dire che, capisco che è complesso, ma dobbiamo sforzarci di raccontare tutte queste cose tutte assieme e trovare soluzioni che tengano conto di tutti questi elementi. Per questo sarebbe importante iniziare a utilizzare modelli di governance collaborativi, in cui tutte le persone coinvolte possono prendere parte alle decisioni, portando i loro diversi punti di vista. E vai, anche oggi la governance ce l’abbiamo messa.

Fare rete è una delle formule più abusate dell’epoca moderna. Si fa rete per qualsiasi cosa, spesso anche quando non serve. Come sempre però, il fatto che una cosa sia abusata, non vuol dire che sia inutile. Anzi, a volte è molto utile, soprattutto, nella mia esperienza, quando questo avviene su territori specifici e in maniera inclusiva.

Non vi dico altro perché ci pensa il nostro direttore Daniel Tarozzi a raccontarvi di un articolo uscito oggi su ICC, che a sua volta racconta di un nostro progetto di rete. 

Audio disponibile nel video / podcast

Oggi è venerdì, giornata di rassegne sarde. Fra le tante notizie della puntata di oggi di INMR Sardegna Alessandro Spedicati ha scelto di parlarci di qualità dell’ambiente in Sardegna. La Sardegna è quel patrimonio ambientale incontaminato da cartolina? Oppure no? Scopriamolo.

Audio disponibile nel video / podcast

#allevamenti #animali
Internazionale – Nella nuova fattoria (ed. cartacea 12/04/2024)
Italia che Cambia – Altri animali come noi
Italia che Cambia – Rete dei Santuari di Animali Liberi: un altro modo di relazionarci con loro è possibile
Italia che Cambia – Animal Talk Italia: parlare con gli animali è possibile – Io Faccio Così #402

#prosciutto di Parma
Il Fatto alimentare – PROSCIUTTO DI PARMA ADDIO? LA PESTE SUINA ARRIVA ALLE PORTE DI LANGHIRANO

#Sardegna
Italia che Cambia – Inquinamento: in Sardegna mille siti contaminati – INMR #27

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Italia che Cambia – Val Pennavaire in rete
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