30 Ott 2020

Gelso, la sartoria sociale che fa moda etica creando nuove opportunità di lavoro

Scritto da: Lorena Di Maria

Gelso è una piccola sartoria sociale che da trent'anni, nel cuore di Torino, promuove produzioni artigianali di qualità e una moda etica e a basso impatto. Rappresenta inoltre una "casa" per persone in situazioni di svantaggio sociale, che qui hanno la possibilità di imparare un mestiere e creare il proprio futuro lavorativo. Ci racconta questo bellissimo progetto di cambiamento Irene Maddio, che incontriamo all'interno della Sartoria.

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Torino - La moda etica ha tanti e diversi significati: ridurre l’impatto sull’ambiente, recuperare e riciclare, ma anche salvaguardare le eccellenze artigianali e rispettare i diritti e le condizioni di lavoro della manodopera impiegata. A Torino c’è una sartoria sociale che fa di tutti questi valori il senso più profondo della sua missione e che si sta impegnando a diffondere una cultura dove la sostenibilità è alla base di tutto.

Si chiama Sartoria Gelso e nasce con due anime: una si trova in via delle Rosine, nel pieno centro di Torino, dove sorge il laboratorio artigianale in cui lavorano sarti e sarte specializzati provenienti da mondi diversi e lontani. L’altra si trova in una zona più periferica della città e più precisamente all’interno della sezione femminile del carcere Lorusso e Cotugno di Torino dove, dal 2017, Gelso ha avviato un progetto di formazione lavorativa con alcune donne detenute. Donne che, all’interno del carcere, hanno la possibilità di trasformarsi tutti i giorni in abili sarte e di ricominciare una nuova vita.

Per farci raccontare il progetto ci incontriamo alla sartoria con Irene Maddio e, in questo ambiente accogliente, ci sentiamo subito a casa. Qui lavorano sarte e sarti professionisti che, accanto alle loro inseparabili macchine da cucire, lavorano e trasformano tessuti di ogni forma e colore. Pakistan, Albania, Nigeria… se ci soffermassimo a parlare con ognuna di queste persone scopriremmo che provengono da mondi molto lontani e che in questo luogo hanno la possibilità di ricostruire il proprio futuro.

Come ci spiega Irene, l’obiettivo di Gelso è proprio questo: «rendere autonome persone che altrimenti non ce l’avrebbero fatta». Da anni la sartoria offre borse lavoro attraverso tirocini formativi a coloro che provengono da situazioni di svantaggio e che qui possono imparare un mestiere. La maggior parte dei dipendenti sono regolarmente assunti, come nel caso delle donne detenute, che Gelso si impegna ad assumere una volta terminato il percorso di tirocinio o come nel caso di un ragazzo che grazie al lavoro qui svolto ha ottenuto la cittadinanza italiana e fa parte della sartoria da numerosi anni.

«Per noi è fondamentale far comprendere quanto la qualità del lavoro sartoriale conti. La grande difficoltà per le aziende italiane che si occupano del tessile è la competizione con le molte imprese che si trovano fuori dall’Italia e che offrono prodotti più scadenti e a minor costo. Pagare un dipendente il dovuto e utilizzare tessuti di una determinata qualità vuol dire certamente avere un prezzo finale più alto e questo può essere visto come un limite. Per noi però è un vantaggio, perchè permette a chi lavora di ottenere un lavoro dignitoso e a chi acquista la possibilità di sapere che tipo di abito indossa e come è stato fatto». Per la sartoria Gelso la sensibilizzazione parte proprio da questo: comprare meno ma comprare meglio.

«Noi preferiamo vendere un pantalone in meno ma con la certezza che quel pantalone sarà di qualità e potrà essere utilizzato più a lungo nel tempo. La nostra idea di sostenibilità parte da una precisa scelta: mettere al primo posto qualità e sensibilità artigianale».

La sartoria è una casa dove si inventa, si scambia idee e si trasforma con creatività. Un luogo pieno di vita con un gran via vai, tra fornitori e clienti di cui, in questo momento di emergenza, si sente la mancanza. Una parte del piano terra è riservata all’accoglienza, al lavoro delle macchine da cucire impegnate nelle attività di taglio e cucito e al loro immancabile rumore di sottofondo, mentre il piano superiore è destinato alle riparazioni per i privati e a una grande cucina nella quale, fino a poco tempo fa, si poteva ancora condividere un pranzo tutti assieme.

Al suo interno si organizzano corsi e workshop dove si apprende come riparare maglioni, attaccare bottoni, creare piccoli manufatti, fino all’utilizzo di scarti tessili. Ed è proprio su quelli che comunemente chiamiamo “scarti” che la sartoria porta avanti la propria azione di sensibilizzazione in un’ottica di recupero. Come ci racconta Irene, «adesso l’obiettivo è lavorare il più possibile con il fine serie e con gli avanzi di magazzino, che purtroppo sono tantissimi e non vengono sfruttati al meglio» e nell’ambito della moda, ciò è ancora più divertente, poichè permette di reinventare ogni volta splendide creazioni.

Gelso nasce alla fine degli anni novanta, «quando un gruppo di volontarie ha deciso di dare vita a una piccola sartoria, nonché un laboratorio finalizzato all’inserimento lavorativo. L’attività si è poi strutturata progressivamente in forma di impresa cooperativa sociale, offrendo servizi che spaziano dalle riparazioni sartoriali alla confezione di capi, fino alla creazione di una collezione propria. Da qualche anno è entrata a far parte della cooperativa sociale Patchanka, che, con numerosi progetti sul territorio, si occupa dell’emancipazione lavorativa di soggetti svantaggiati».

Gelso lavora con scuole, con i negozi del territorio torinese ma anche con aziende attente alla sostenibilità sociale e ambientale, con cui produce nuove collezioni. Tra i vari progetti a cui ha dato vita in questi anni c’è Ricucitò, avviato in sinergia con Humana People to People Italia e il Politecnico di Torino, che nasce dal desiderio di allungare la vita di diversi capi in jeans trasformandoli in nuovi prodotti di upcycling.

Così, grazie alle proposte degli studenti di Design, sono state realizzate all’interno del carcere di Torino ciabatte e presine da cucina, attraverso un modello innovativo di economia circolare e collaborativa che ha coinvolto tantissime persone in questa sfida al recupero. Un altro esempio è poi Bogobo, un progetto di moda etica “cooperativa” che collega Torino al Burkina Faso e ancora il lancio del Catalogo di Natale Green che, coi prodotti realizzati in carcere, vuole essere un invito ad uno stile di vita più sostenibile.

Ma la sartoria organizza anche eventi per la cittadinanza come nel caso delle giornate di “svuotatutto”, dove è possibile tornare a casa con tessuti e scampoli di mille colori e fantasie a un prezzo irrisorio. In questo modo vuole trasmettere un messaggio di sensibilizzazione verso il riutilizzo, l’acquisto consapevole e l’importanza del riformare gli abiti.

Insomma, nuovi posti di lavoro e produzione artigianale di qualità sono la prova che un sistema moda più sostenibile, etico e rispettoso è possibile.

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