21 Mag 2024

Assange potrà appellarsi, l’estradizione è (almeno) rimandata! – #935

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Ieri l’Alta Corte di Londra ha dato ai legali di Assange il permesso per presentare un nuovo appello contro l’estradizione negli Usa. Una notizia che ha riacceso le speranze per i sostenitori del giornalista fondatore di Wikileaks di tutto il mondo. Vediamo meglio cosa succede adesso. Parliamo anche della possibilità che Netanyahu e altri leader di  Israele e Hamas vengano incriminati per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale e chiudiamo con il rimpatrio di Chico Forti e le polemiche seguite al trattamento a lui riservato.  

La notizia è stata un po’ oscurata dalle altre questioni di attualità, ma è una notizia molto importante. Ieri l’Alta corte di Londra si è pronunciata sul caso Assange e ha dato a quest’ultimo il permesso di presentare un nuovo appello contro la sua estradizione negli Stati Uniti. 

Capisco che sia una notizia un po’ arzigogolata, soprattutto se non avete seguito la vicenda fin dal principio ma provo a spiegarvela. Assange è un giornalista e programmatore fondatore di Wikileaks, diventato famoso per aver pubblicato migliaia e migliaia di file segreti in cui ha svelato, fra le altre cose, alcuni crimini di guerra dell’esercito Usa in Afghanistan. 

Attualmente Assange è detenuto a Londra nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh in uno stato di detenzione arbitraria. Significa che è detenuto senza che sia formalmente accusato di nulla. Non sto qui a ricostruire tutta la questione giudiziaria che è molto complessa (se volete vi lascio alcune vecchie puntate, fra cui una di INMR+).

Il punto è che al momento il motivo principale, anzi l’unico per cui continua ad essere in carcere, peraltro in condizioni psicofisiche al limite, è che gli Usa ne hanno chiesto l’estradizione, visto che lì è accusato di spionaggio per aver rivelato crimini di guerra, per via della pubblicazione dei documenti segreti della missione Usa in Afghanistan. E visto che il giudice teme che possa non presentarsi al processo, che dura da oltre 3 anni, continua a tenerlo in carcere.

Se fosse estradato negli Usa Assange, secondo i suoi legali, rischierebbe fino a 175 anni di carcere. Comunque, dopo un lungo procedimento sembrava che Assange fosse condannato all’estradizione, ma con un ultimo tentativo i legali di Assange hanno fatto un ultimo appello per poter presentare nuovamente ricorso, (ve la semplifico) presentando tutta una serie di motivazioni per cui Assange non dovrebbe essere estradato negli Usa. 

A marzo, i due giudici dell’Alta Corte, Dame Victoria Sharp e Mr. Justice Johnson hanno di fatto dato ragione a Assange dicendo che avrebbe potuto presentare ricorso contro l’estradizione perché fin lì gli Usa non avevano dato rassicurazioni sufficienti su 3 aspetti: 

  • Che Assange avrebbe potuto appellarsi al primo emendamento (che tutela la libertà d’informazione), essendoci il dubbio in quanto non cittadino Usa
  • Che non sarebbe stato discriminato in quanto non cittadino Usa
  • Che non avrebbe rischiato la pena di morte

Il diritto internazionale prevede che se sussiste anche una di queste condizioni, o il fondato sospetto che una di queste condizioni si possa avverare, l’estradizione non va concessa. Il giudici dell’Alta Corte avevano dato due settimane di tempo alle istituzioni Usa per fornire sufficienti rassicurazioni su questi 3 punti, ma evidentemente le rassicurazioni americane non sono state così rassicuranti.

La linea adottata dai procuratori americani infatti è stata la seguente: Assange non sarà trattato diversamente da un cittadino americano, ma non potrà comunque appellarsi al primo emendamento perché “- leggo testualmente da un articolo del Guardian – nessuno, né cittadini statunitensi né cittadini stranieri, ha il diritto di invocare il primo emendamento in relazione alla pubblicazione di informazioni sulla difesa nazionale ottenute illegalmente che forniscono i nomi di fonti innocenti a rischio grave e imminente di danno”.

Così, nel corso di un’udienza di ieri, i giudici gli hanno concesso il permesso ai legali di Assange di fare ricorso contro l’estradizione, visto che le rassicurazioni richieste evidentemente non sono state date.

Ora di fatto ricomincia una nuova fase del processo, con il ricorso contro l’estradizione che si presuppone porterà al verdetto definitivo, dopodiché il giornalista sarà definitivamente estradato, oppure liberato. Solo che i tempi sono lunghi, e Assange continuerà a stare in carcere. In condizioni critiche. Ieri non ha partecipato all’udienza per via delle sue condizioni di salute e le ultime apparizioni avevano fatto preoccupare molte persone.

Come ha commentato Stella Assange parlando ai sostenitori fuori dall’Alta Corte dopo l’udienza “Il nostro figlio maggiore ha appena compiuto sette anni. Tutti i loro ricordi del padre sono nella sala visite della prigione di Belmarsh e, man mano che il caso va avanti, diventa sempre più chiaro a tutti che Julian è in prigione per aver fatto del buon giornalismo, per aver denunciato la corruzione, per aver denunciato le violazioni su persone innocenti in guerre abusive per le quali c’è impunità”.

Stella Assange ha anche tirato in ballo direttamente il Presidente americano Joe Biden, dicendo che stava “esaurendo il suo tempo per fare la cosa giusta” e abbandonare l’azione legale contro Julian. Il riferimento è alle prossime elezioni presidenziali. Se vincesse Trump, di certo la persecuzione verso Assange diventerebbe ancora più dura. E Biden potrebbe probabilmente trarre un vantaggio elettorale dalla liberazione del giornalista, la cui popolarità di recente è tornata a salire a livello globale dopo che il suo nome è stato spesso infangato con accuse sembrerebbe infondate di stupro e non solo. 

Insomma, la situazione è ancora complessa, ma la notizia di ieri apre uno spiraglio per una vicenda importantissima. Come dicevamo anche qualche tempo fa, io non so se siamo ancora in tempo a salvare la persona Julian Assange da una situazione a dir poco drammatica di deprivazione della libertà e della salute mentale e fisica. Ma forse siamo ancora in tempo a salvare il simbolo Julian Assange. 

E mi le condizioni ci sarebbero tutte, la già citata necessità di Biden di convincere il suo elettorato progressista che già è insofferente per la situazione in Israele, la necessità degli Usa e dell’occidente di mostrarsi migliore del governo russo nel tutelare la libertà d’informazione. Una congiuntura estremamente favorevole, che si somma a un’opinione pubblica sempre più numerosa. Vediamo se sarà sufficiente. 

Mentre si parlava ancora della morte di Raisi, ieri è arrivata un’altra notizia molto importante e che sta facendo molto discutere.

Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale (ICC), il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, ha chiesto alla Corte di emettere un mandato di arresto per alcuni leader di Hamas e di israele, fra cui, reggetevi forte, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.

L’elenco completo dei cinque comprende oltre a Netanyahu e Gallant, il leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar, per il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e per il capo delle brigate al Qassam, l’ala armata di Hamas nella Striscia, Mohammed Deif. 

Ora un collegio di giudici dell’ICC dovrà decidere se approvare la sua richiesta o meno. Ma la notizia è già di per sé storica perché come nota Bethan McKernan sul Guardian, la CPI ha emesso in passato mandati per figure come Vladimir Putin e Muammar Gheddafi, ma è la prima volta che leader di una democrazia “stile occidentale” sono coinvolti. 

Comunque, secondo Khan ci sarebbero ragionevoli motivi per credere che i cinque abbiano commesso dei crimini di guerra e contro l’umanità per le loro azioni in Israele e nella Striscia di Gaza, prima con l’attacco di Hamas del 7 ottobre e poi con la successiva invasione della Striscia da parte dell’esercito israeliano.

Leggo sul Post che Khan ha detto in un’intervista a CNN che le accuse contro Sinwar, Haniyeh e Deif includono «sterminio, omicidio, presa di ostaggi, stupro e violenza sessuale durante la detenzione» durante e dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre. Le accuse contro Netanyahu e Gallant includono «l’aver provocato lo sterminio, l’aver usato la fame come metodo di guerra, compreso il rifiuto delle forniture di aiuti umanitari e l’aver deliberatamente preso di mira i civili durante un conflitto». Queste azioni sarebbero state commesse nell’ambito della guerra che Israele ha mosso contro Hamas nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre.

Le reazioni israeliane non si sono fatte attendere. Poco dopo l’annuncio del procuratore generale, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito la richiesta «scandalosa», e ha detto che Israele combatterà per ribaltarla. Vari altri ministri hanno criticato duramente la decisione. 

Ora, dopo la richiesta del procuratore generale, spetta a un collegio di giudici della Corte (definito “Pre-Trial Chamber” in inglese) decidere se accettare la richiesta di arresto con un’autorizzazione a procedere. Spiega l’articolo che potrebbero volerci anche alcuni mesi: quando nel 2023 la Corte emise un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, la decisione richiese circa un mese, ma in altri casi il processo è stato molto più lungo. Finora, a livello di precedenti, la “Pre-Trial Chamber” ha accettato tutte le richieste di arresto presentate dal procuratore generale (ne ha rifiutata soltanto una, legata a un presunto criminale di guerra congolese, ma poi l’ha accettata quando il caso è stato ripresentato poco dopo).

E se la Corte accetterà la richiesta del procuratore ed emetterà il mandato di arresto, le conseguenze potrebbero essere notevoli in questo caso, soprattutto per Netanyahu e Gallant (mentre due dei tre leader di Hamas, Sinwar e Deif, vivono già in clandestinità quindi per loro non cambierebbe molto).

Come funziona la faccenda? Chi dovrebbe nel caso arrestare Netanyahu? La Corte penale internazionale non ha una propria forza di polizia, e quindi fa affidamento sui singoli stati per arrestare le persone sottoposte a mandato di arresto. Israele non ha firmato lo Statuto di Roma, cioè il trattato che nel 1998 istituì la Corte penale internazionale, e quindi non ne riconosce la giurisdizione, e ovviamente non arresterà i propri leader. Ma i paesi firmatari dello statuto sono 124, e ciascuno di questi avrebbe l’obbligo di arrestare una persona sottoposta a mandato di arresto se si trova sul proprio territorio, e di presentarla alla Corte.

Questo significa che, in caso di emissione del mandato di arresto, se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu venisse in visita in Italia (paese che riconosce l’ICC) il governo sarebbe obbligato ad arrestarlo e a presentarlo all’Aia, la sede della Corte, dove sarebbe messo sotto processo.

Poi, la verità è che questo plausibilmente non succederebbe. La Corte non ha strumenti per costringere gli stati a obbedire ai suoi ordini, ed è successo molto di frequente che persone sottoposte a mandato di arresto abbiano potuto viaggiare tranquillamente in paesi amici, benché firmatari dello Statuto di Roma, perché i governi si erano impegnati a non rispettare il mandato.

Nonostante questo, Netanyahu e Gallant dovrebbero prestare molta più attenzione nei viaggi internazionali. E ci sono leader di alcuni paesi europei, come per esempio il Belgio, che hanno già fatto dichiarazioni di sostegno alla decisione del procuratore generale. Gli Stati Uniti invece non riconoscono la giurisdizione dell’ICC, quindi Netanyahu potrebbe tranquillamente viaggiare negli Usa..

Detto ciò, ripeto, è una roba significativa. Perché ci può dire due cose. Decidete voi quale di queste due versioni vi convince di più. Una è: alcune istituzioni internazionali hanno una autonomia e una libertà maggiore di quella che pensiamo rispetto alle dinamiche politiche e geopolitiche. L’altra è: questa decisione è una decisione fortemente influenzata da dinamiche politiche e geopolitiche, ma a questo punto dobbiamo dirci che gli equilibri di potere nel mondo sono già cambiati.

Sabato è rientrato in Italia Chico Forti, l’imprenditore italiano accusato di omicidio e rimasto in carcere negli Usa per 24 anni. Continuerà a scontare la pena in Italia, in quella che il governo sta rivendicando come una grande vittoria della diplomazia italaina.

Anche qui vi rimando a una vecchia rassegna in cui si racconta la storia e la vicenda di Forti, ma giusto per riassumere è la storia di questo ex campione del Windsurf diventato imprenditore negli Usa che è accusato di aver ucciso una persona nell’ambito di una compravendita di un hotel di lusso. 

Comunque, a inizio marzo il governo aveva annunciato il suo rimpatrio, mentre appunto sabato il suo aereo è atterrato in Italia e Forti è stato trasportato nel carcere di Verona. A fare piuttosto scalpore però – ma forse nemmeno tanto – è l’accoglienza in pompa magna che gli è stata riservata dal governo, l’intervista in esclusiva del Tg1, insomma un trattamento da star riservato a una persona che, a parte il fatto di essere italiano, non pare abbia alcun merito particolare e che è non accusato, ma condannato per omicidio. ora, lui si è sempre dichiarato innocente, ma non è che ci siano tutte queste prove a sostegno della sua innocenza.

Ora, visto che io oggi ho parlato anche troppo, passo la parola al collega paolo Cignini, il nostro presidente dell’associazione ICC, che mi ha mandato un suo commento sulla vicenda, e come sempre non le manda a dire. A te Paolo.

Audio disponibile nel video / podcast

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