31 Ott 2022

Riccardo La Rosa, l’artigiano che sta rivoluzionando il mondo della pietra lavica

Scritto da: Lorena Vasquez

Questa è la storia di Riccardo La Rosa, che nella campagne di Misterbianco, a Catania, recupera pietra lavica e cenere dell'Etna per realizzare ceramiche e gioielli. Riccardo ha saputo trasformare questo materiali da uno scarto "ambientale" a una risorsa dalla grande potenzialità, mettendo in pratica i principi dell'economia circolare. L'unico rimpianto è che il suo esempio non ha stimolato una risposta da parte delle amministrazioni locali.

Catania - La strada che porta allo stabilimento di Terra D’arte, nelle campagne di Misterbianco, è immersa nel verde e costeggiata dai tipici muretti a secco in pietra lavica. Sullo sfondo la maestosa Muntagna, affettuoso appellativo con cui gli abitanti etnei amano rivolgersi al loro vulcano, il più grande d’Europa, dal 2013 Patrimonio Mondiale Unesco. Soltanto i cumuli di spazzatura lasciata lungo i bordi spezzano la magia del paesaggio. Riccardo La Rosa appare dal cancello con sguardo fiero e al tempo stesso desolato di chi, nel catanese, quotidianamente combatte la sfida della munnizza.

Ma non siamo lì per questo. Ci incamminiamo così, tra lastre e blocchi di pietra lavica, verso il laboratorio da cui si vede l’antico casale di famiglia risalente al 1700, un tempo proprietà dei Baroni Magnano di San Lio, oggi sede dello stabilimento di Terra D’arte, fucina artigiana dove si lavora la pietra lavica dell’Etna, il cotto siciliano e la ceramica decorata a mano. E non è un caso se la terra su cui poggia ha origine dalla colata del 1669, la stessa che arrivò fino al mare circondando le mura del Castello Ursino, a Catania.

etna

Da giovanissimo, all’età di 19 anni, dopo una breve esperienza come rappresentante di ceramica siciliana in Campania, Riccardo decide di tornare in Sicilia, recupera una vecchia impastatrice per il pane e comincia quasi per gioco a produrre i suoi primi manufatti in terracotta. Impara l’arte da autodidatta, senza l’aiuto di nessuno: «A quei tempi – ci dice sorridendo, con tutta l’umiltà che lo contraddistingue – non esistevano nemmeno i tutorial su YouTube! Ho iniziato lavorando in uno stanzino di questo rustico semi abbandonato, facendo ceramica e pietra lavica, così come tanti altri in questo settore e in questa zona, ma mettendoci dentro tutta la mia passione e il mio impegno».

Grazie al diploma di tecnico informatico, capisce subito le potenzialità del web: il suo primo sito nasce contemporaneamente all’azienda, nel 1999, ed oggi è ricchissimo di informazioni, articoli, descrizioni tecniche dei materiali, consigli per i clienti. Inizia così a farsi conoscere e a ricevere le prime commesse importanti: ha la sua firma il restauro del refettorio e delle cucine del Monastero dei Benedettini di Catania, il secondo più importante in Europa. E, grazie alla rete, porta la sua terra in tutto il mondo, nel senso letterale del termine, rinunciando a trasferirsi altrove e scegliendo di rimanere legato alle viscere del suo vulcano, come lui stesso racconta, «per far avere alla Sicilia quel valore aggiunto che si merita».

Mantiene saldo il legame con la tradizione, non rinunciando mai alla dimensione artigianale della sua produzione, ma la spinta all’innovazione e alla sostenibilità ambientale, economica e sociale rappresenta il vero motore di Terra D’Arte, il cui cuore risiede in quello che Riccardo ha chiamato Progetto Ambiente. È un esempio virtuoso di filiera produttiva circolare, interamente concentrata nello stesso luogo, dall’arrivo dei blocchi di pietra lavica, alla scelta accurata del masso informe fino al prodotto finito; gli unici viaggi sono quello iniziale dalla cava e quello finale al cliente.

È un vero peccato che nessun ente pubblico si sia ancora accorto delle potenzialità di questo materiale

Tutte le fasi – taglio in segheria, sagomatura in marmificio, eventuale ceramizzazione e decorazione – ne traggono beneficio in risparmio di tempo ed energia, ma soprattutto di impatto ambientale. Riduzione di CO2, efficientamento energetico attraverso l’installazione di un piccolo impianto fotovoltaico con sistema a scambio sul posto, che reimmette l’energia in rete, a favore della comunità; la scelta di eco-imballaggi (scatole di cartone e pallet in legno) e di corrieri green per le spedizioni; la sensibilità verso la protezione degli animali (ben 19 cani randagi sono stati accolti nello stabilimento).

Ma tutto questo a Riccardo non bastava: dopo anni di studi, ricerche, test e sperimentazioni, è finalmente approdato a un sistema che gli permette di eliminare totalmente gli scarti di produzione e reintegrarli in un nuovo prodotto il più possibile eco-friendly e a costo quasi zero, che ha chiamato Petrafeel. Il nome evoca il “contatto con la pietra” e dunque la sensazione tattile che si prova sfiorando questo materiale.

La ricetta è assolutamente top secret, almeno per i prossimi vent’anni, fino alla scadenza del brevetto. Quello che è certo è che il materiale è costituito per l’85% dalla pietra lavica etnea residua e presenta qualità fisico-chimiche, meccaniche e tecnologiche superiori. Ha la caratteristica di essere molto più leggero – circa il 50% di peso in meno a parità di spessore – e dunque più trasportabile, impermeabile, flessibile, isolante termico e ignifugo, atossico, antiscivolo, decorabile – può essere inciso a laser – rispetto alla normale pietra lavica. Ma soprattutto è ecologico e completamente riciclabile.

ceramista 1
Riccardo La Rosa nel suo laboratorio.

È durante la pandemia, nel 2020, che arriva l’approvazione del brevetto di Petrafeel, con un conseguente aumento della produzione e delle vendite: «Il successo raggiunto grazie al brevetto – afferma Riccardo – mi ha permesso quest’anno di superare il 60% di fatturato derivante dalla sola vendita di prodotti in Petrafeel». Grazie alla capacità di reinvestire i propri guadagni in nuovi studi e sperimentazioni, ha già pronti due altri brevetti e proprio in questi giorni sta perfezionando la richiesta per una certificazione, dal nome Remade in Italy, che gli permetterà di garantire l’origine riciclata del suo prodotto, oltre agli impatti ambientali derivanti.

Il passo successivo sarà poi quello di certificare al suo Petrafeel lo status di materiale totalmente riciclabile. L’utilizzo della pietra lavica a fini alimentari è noto a tutti – pensiamo, ad esempio, alla concorrenza con la pietra ollare – ed è da lì che Riccardo parte, quando con il brand Aromi di Sicilia, dedicato alla commercializzazione di prodotti tipici siciliani, trova nel Petrafeel il mezzo ideale per racchiudere nello stesso prodotto un contenitore innovativo e un contenuto alimentare tipico da esportare in tutto il mondo.

Dopo il successo avuto con le prime bottiglie d’olio commissionate da un grosso cliente degli Emirati Arabi, decide di bloccarne le vendite per studiare un nuovo restyling e potenziarne le caratteristiche; grazie al recente accordo con un’azienda veneta di spumanti, presto questi prodotti torneranno disponibili. Quasi retorico è chiedergli dei suoi progetti futuri: sulla scrivania appaiono in bella mostra manufatti in Petrafeel d’ogni tipo, alcuni già pronti e in vendita, altri solo da perfezionare.

Collane, orecchini e gemelli della nuova linea di oreficeria, ma anche piccole teste di moro o Sicilie in miniatura fino ai diffusori e alle boccette di profumo dalle forme più disparate. Persino una ditta locale di cosmetici ha richiesto la sua pietra lavica ridotta in polvere da inserire in un sapone.

Una sola considerazione ci resta da fare: è un vero peccato che nessun ente pubblico si sia ancora accorto delle potenzialità di questo materiale. Soltanto un anno fa, la questione della cenere lavica con cui l’Etna ha sommerso, tra febbraio e aprile 2021, gran parte dei paesi alle sue pendici era su tutti i giornali. Grandissimi i disagi per la popolazione; sindaci e amministrazioni in affanno per l’incapacità di gestire spazzamento, stoccaggio e smaltimento, ma soprattutto di sobbarcarsi i costi di quello che a lungo è stato considerato un rifiuto speciale.

lava
Opere artigianali realizzate con la lava dell’Etna.

Poi la promozione della cenere vulcanica a risorsa e materia prima, con l’eccezione introdotta dal Ministero della Transizione al Codice dell’Ambiente. Persino studi e ricerche su come utilizzarla in campo agricolo come fertilizzante inorganico o nel settore edilizio (vedi il progetto REUCET dell’Università di Catania). Ma finita l’emergenza chi ne ha più parlato?

Riccardo racconta di come inizialmente sia stato contattato soltanto da un gruppo di cittadini preoccupati di trovare una soluzione alle montagne di cenere vulcanica da cui erano stati sommersi, spingendolo a fornire proposte concrete grazie al suo brevetto. Ma l’unica preoccupazione di quelle poche amministrazioni locali con cui è riuscito ad approcciarsi era quella di disfarsi gratuitamente del materiale vulcanico accumulato.

Sarebbe bastato investire in attività di filtraggio, pulizia e selezione della cenere per scoprirne e sperimentarne i possibili riusi: pensiamo solo a opere di arredo urbano come panchine, fontane o cassonetti, potenziali esempi e testimoni di come la terra dell’Etna, elemento naturale unico al mondo, da “scarto ambientale” sia trasformabile in risorsa e materia prima.

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