L’impianto di accumulo di energia di Favazzina: opera utile o speculazione?
L’impianto idroelettrico sperimentale di Favazzina, in Calabria: cosa promette, come si ripaga e perché il precedente giapponese di Yanbaru è un avvertimento.
Quando si parla di energia rinnovabile, la questione non è mai lineare come si potrebbe pensare. Per capire cosa muove alcuni di questi progetti prendiamo il caso di Favazzina, frazione del Comune di Scilla, in provincia di Reggio Calabria. Qui Edison S.p.A. intende realizzare un impianto di accumulo idroelettrico mediante pompaggio ad alta flessibilità. Si tratta di un progetto sperimentale, mai realizzato finora in Italia.
L’impianto di Favazzina è pensato per produrre e accumulare energia in questo modo: si delimita un’opera di presa direttamente a mare da cui si pompa l’acqua marina tramite gallerie e condotte scavate nella montagna in un bacino posto a circa 620 metri sul livello del mare. Da qui, la caduta dell’acqua determina la produzione di energia elettrica, come in tutti gli altri impianti idroelettrici. Ma perché Edison vuole avviare questo tipo di sperimentazione così innovativa? E perché proprio in Calabria?
Perché il progetto di Favazzina conviene
Attualmente Edison è il terzo operatore in Italia per capacità elettrica installata con 6,5 GW di potenza e copre circa il 7% della produzione nazionale di energia elettrica. Come si legge nella relazione tecnica generale del progetto, “Edison è impegnata in prima linea nella sfida della transizione energetica, attraverso lo sviluppo della generazione rinnovabile e low carbon, i servizi di efficienza energetica e la mobilità sostenibile, in piena sintonia con il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e gli obiettivi definiti dal Green Deal europeo. Nell’ambito della propria strategia di transizione energetica, Edison punta a portare la generazione da fonti rinnovabili al 40% del proprio mix produttivo entro il 2030, attraverso investimenti mirati nel settore”.

In particolare l’iter di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), trasforma un progetto in asset prima ancora di costruirlo. Acquisisce valore perché riduce il rischio autorizzativo, avanza nella coda di connessione e diventa “cedibile” a fondi/investitori. Il cuore del processo di finanziarizzazione non è quindi la reale capacità di stoccare energia, ma il fatto che la procedura VIA “PNIEC-PNRR” permette di viaggiare su un binario pensato per velocizzare progetti energetici strategici. Il vantaggio per Edison nasce dal fatto che nel settore, prima ancora di vendere l’energia, è la disponibilità di capacità a convenire. In pratica il meccanismo è che l’azienda non viene pagata per “quanti MWh fa”, ma per mettere a disposizione la capacità di stabilizzare il sistema.
A questo punto entra in gioco Terna, il gestore della rete di trasmissione elettrica nazionale, che svolge un ruolo centrale nel funzionamento del mercato energetico italiano. Terna descrive il capacity market come “approvvigionamento di capacità con contratti anche di lungo termine”. Inoltre, proprio Terna ha lavorato su un meccanismo per offrire nuova capacità di stoccaggio (MACSE) con aste con contratti di lungo termine, anche per storage idroelettrico.
Nel modello classico dello storage, cioè dell’accumulo, si pompa l’energia quando costa poco, si turbina quando costa molto e si guadagna sulla differenza. Questa fase viene definita “arbitraggio”. Inoltre, nel mercato energetico si parla di curtailment, che riguarda la quantità di energia potenzialmente producibile, ma che non è possibile immettere in rete. In pratica quando c’è troppa produzione rinnovabile e la rete non regge, Terna ordina di ridurre o fermare gli impianti. Questa situazione in cui c’è troppa energia “verde” da non sprecare diventa la giustificazione per creare strutture di accumulo. In realtà, accumulare serve a rendere “bancabile” nuova produzione rinnovabile, evitare che gli impianti vengano considerati troppo rischiosi, stabilizzare i ricavi di chi già produce.
Il punto chiave di tutta l’operazione dell’impianto Edison Favazzina quindi è che il valore per il proponente Edison non è l’energia salvata, ma il rischio evitato, che ha un prezzo molto più alto dell’energia impiegata. Se dovessimo sintetizzare tutto con una frase potremmo dire che Edison sta crescendo sulle rinnovabili e dichiara esplicitamente obiettivi di accumulo che permettono di rendere il sistema più vendibile.
Perché proprio in Calabria?
Anche in questo caso, nella relazione tecnica generale disponibile sul sito MASE, il Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica, leggiamo che “lo sviluppo degli impianti a fonte rinnovabile non è avvenuto in maniera uniforme sul territorio italiano. In generale, la realizzazione degli impianti FER avviene secondo logiche che prediligono il posizionamento nelle aree che offrono le migliori condizioni di producibilità, disponibilità di aree e semplicità del percorso autorizzativo, tenendo poco in considerazione le potenzialità della rete di dispacciare l’immissione di potenza verso i luoghi di consumo”.

La Regione Calabria infatti, nel documento “Linee Programmatiche per il Governo regionale 2025-2030”, dichiara che intende fare un piano di investimenti per far diventare la Calabria la “batteria verde d’Italia”, ma al tempo stesso chiarisce che “la Calabria oggi, grazie all’elevata produzione da fonti rinnovabili – soprattutto eolico e idroelettrico –, produce più energia di quanta ne consuma, quindi è di fatto esportatrice netta di energia elettrica verso il resto d’Italia. Il problema è che questo vantaggio non si traduce ancora in una vera ricchezza per il territorio, perché gran parte del valore resta nelle mani delle società energetiche nazionali o multinazionali”.
È possibile che tra quelle “migliori condizioni” ci sia anche la tendenza da parte della classe politica calabrese a non mettere troppo in discussione l’interesse privato, simbolo di “sviluppo” e “innovazione”, concetti generici spesso slegati dai bisogni dei territori e delle comunità locali. Le aziende proponenti inoltre offrono alle istituzioni locali delle opere compensative che possono fare gola soprattutto ai Comuni. In questo modo le amministrazioni da potenziale intralcio diventano sostenitori di un’opera destinata a produrre energia, non per il territorio in cui si trova, ma per il Centro Nord Italia, come nel caso dell’impianto di Favazzina.
Il precedente giapponese: Yanbaru
Per leggere il progetto Favazzina da un altro punto di vista, andiamo in Giappone a vedere cosa è successo con l’impianto di Yanbaru, a Okinawa. Alla fine degli anni Novanta, J-POWER realizzò qui il primo impianto al mondo di pompaggio idroelettrico con acqua di mare come bacino inferiore. Entrato in funzione nel 1999 con una potenza di circa 30 MW, l’impianto nacque esplicitamente come progetto dimostrativo: serviva a testare soluzioni tecniche innovative, dalla resistenza alla corrosione agli effetti ambientali dell’uso di acqua marina.
Dal punto di vista ingegneristico Yanbaru funzionò, ma sul piano economico non riuscì mai a trasformarsi in un’infrastruttura ordinaria del sistema elettrico. Terminata la fase sperimentale, non si arrivò a un modello commerciale stabile, mentre i costi e le complessità di gestione restavano elevati. Fino ad arrivare al 2016, anno nel quale l’impianto di Yanbaru venne dismesso.
Il caso Yanbaru mostra una distinzione cruciale: un progetto può essere tecnicamente riuscito ma economicamente fragile. Applicato alla possibilità di avere un impianto simile a Favazzina, questo precedente suggerisce una domanda: se l’impianto funzionerà, quale sarà il suo valore nel tempo? Produzione di energia, servizi di rete, posizionamento industriale o creazione di un asset strategico? La storia di Yanbaru ricorda che, senza una risposta chiara a questa domanda, anche un’opera innovativa può rivelarsi temporanea.

Rischi di impatto ambientale
Intanto la società civile si è attivata. In particolare il Comitato spontaneo per la Difesa della Costa Viola dichiara che:
“è fondamentale denunciare che le comunità interessate non sono state adeguatamente informate a maggio 2023, quando è iniziato l’iter per la Valutazione di Impatto Ambientale del progetto. Di conseguenza, la mobilitazione è partita molto tempoe oggi stiamo lavorando per rendere note le modifiche devastanti che porterebbe con sé la realizzazione di quest’opera”.
L’analisi del Comitato prosegue e cita alcune criticità, come “il bacino artificiale di acqua salata a 620 metri sul livello del mare o la realizzazione di una protezione per la presa a mare dell’opera che deturpa il paesaggio e minaccia di danneggiare dei fondali e una biodiversità unici al mondo, con tanti rischi legati alla realizzazione dell’impianto sia sulla zona costa-mare sia sui versanti”.
Le preoccupazioni delle comunità locali sono comprensibili soprattutto perché il progetto è stato proposto in piena Zona di Protezione Speciale “Costa Viola” e in Zona Speciale di Conservazione “Fondali di Scilla”, un’area di tutela ecologica strategica in Europa, inserita all’interno della Rete Natura 2000. Inoltre il territorio del Comune di Scilla si trova in una zona ad alto rischio idrogeologico ed è stato più volte colpito da frane. L’iter di approvazione del progetto Favazzina – Impianto di Accumulo Idroelettrico mediante pompaggio ad alta flessibilità, ad oggi, è ancora fermo.
Ma la questione che lo riguarda non è solo tecnica, ma anche politica ed economica. Ci sono dei meccanismi di finanziamento che rendono conveniente investire in infrastrutture complesse. Un progetto autorizzato o quasi-autorizzato è un’opzione: l’azienda può portarlo avanti, cederlo, usarlo in joint venture, farlo entrare in un perimetro finanziabile senza compiere alcun “illecito”, ma semplicemente facendo ordinaria finanza industriale. Ma chi paga il rischio e chi incassa il valore? La questione centrale, in questo contesto, è che quando il PNRR accelera asset più che benefici reali, succede sempre più spesso che il rischio ambientale e sociale sia scaricato sul pubblico, mentre il valore resta privato. È davvero questo l’unico modo di investire sulle energie rinnovabili?
Informazioni chiave
Il progetto di Favazzina
Nel reggino la multinazionale Edison vuole costruire un impianto di accumulo idroelettrico sperimentale.
Accumulare è meglio che produrre
L’impianto è strategico perché consente di produrre energia ma soprattutto di accumularla, azione fondamentale in una rete elettrica poco adatta a gestire le energie rinnovabili, molto altalenanti.
Il precedente giapponese
In Giappone è stato realizzato un impianto analogo, chiuso però nel 2016 perché economicamente sconveniente.
Canali preferenziali
Essendo considerato strategico, il progetto può contare su una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale semplificata.
E le comunità locali?
Gli abitanti del territorio lamentano scarsa trasparenza, minacce per la biodiversità e rischi di speculazione, con l’utilizzo della Calabria come “serbatoio di energia” per il resto d’Italia.









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