Facilitazione, educazione, filosofia: il segreto è capire quando è il momento di stare in silenzio
Un’esperienza di facilitazione e dialogo filosofico in alcune classi ha aiutato Carola Truffelli dell’associazione Filò – Il filo del pensiero a capire l’importanza del sottrarsi e imparare a fare spazio alle idee altrui.
Entrare in classe per facilitare un laboratorio filosofico significa esporsi a una tensione costante: quella tra il desiderio di intervenire e la necessità di trattenersi. Chi facilita vede le incoerenze, riconosce le confusioni concettuali così come le incomprensioni reciproche, intuisce possibili sviluppi della discussione. Insomma, vede oltre ciò che accade. Il pensiero corre sempre avanti. E infatti alle primissime prove in classe non è raro osservare chi facilita fissare il centro vuoto del cerchio. Il gioco è tenere insieme un lesson plan costruito a priori e tutto ciò che di inaspettato accade in classe: la differenza è a volte sconcertante.
È un ruolo strano quello della facilitazione. Si gioca su un impegno cognitivo enorme: tenere insieme le frange di un pensiero multiforme, dislocato, spesso contraddittorio o confuso. La facilitatrice è presente in modo totale nel momento confronto: ascolta ciò che viene detto con attenzione, ricorda chi dice che cosa, analizza i presupposti di ciò che viene detto. Ogni parola scelta, ogni verbo, ogni costruzione semantica. È nei dettagli minuti degli interventi che c’è la chiave per la prossima domanda.
Un esempio per rendere l’idea di cosa significa questo livello di attenzione: siamo in una classe quinta della scuola primaria. Si analizzano le dinamiche dialogiche con il supporto di una costruzione plastica: all’inizio della lezione G. è incaricato di costruire una mappa delle interazioni segnando su un foglio chi interviene e come. Il risultato è un reticolato di passaggi di parola che lascia un vuoto al centro del cerchio. Un vuoto enorme.

Maschi vs femmine
La facilitatrice – che poi sono io – chiede: “Come vi spiegate questo vuoto?”. N. Interviene dicendo: “Dipende solo da come siamo seduti”. La facilitatrice chiede: “In che senso?”. Interviene H: “Eh ci siamo seduti maschi e femmine divisi”. Ora l’intervento è abbastanza chiaro: i maschi passano la parola ai maschi, le femmine alle femmine, ci siamo seduti divisi e quindi si è creato un vuoto al centro del cerchio. Tutte queste premesse non sono però state esplicitate.
La prossima domanda allora potrebbe essere qualcosa del tipo: “Quindi secondo voi è più semplice passare la parola alle persone del nostro stesso genere. Perché?”. Che poi è la domanda che pongo. Al che mi si risponde che le femmine sono amiche delle femmine di solito e che è più facile passare la parola alle amiche piuttosto che a chi non ci sta simpatico o simpatica.
Ed è da qui che si formula un’altra domanda: “Quindi l’amicizia si fonda sul nostro genere?”. E se la risposta fosse stata no, allora saremmo dovuti tornare indietro e spiegarci il fenomeno del buco al centro in altro modo. Ma la risposta è un generale: “Eh di solito sì”. Ed è proprio così che si apre un dialogo sugli stereotipi di genere e sugli interessi che contraddistinguono maschi e femmine.
Mentre chi facilita tiene insieme premesse, conclusioni, rapporti causali e conseguenze concettuali delle diverse voci che intervengono, accadono cose. Gli insetti entrano dalle finestre provocando sgomento e paura, qualcuno urla che il compagno è “stupido” a dire quello che sta dicendo e allora si deve correggere il modo di esprimersi, qualcun’altra si dondola sulla sedia e finisce per cadere creando un divertente intermezzo di risate e schiamazzi. Insomma nel mentre accade la vita col suo fluire disordinato e inaspettato.
Quante volte ha parlato N. Oggi? Forse sarebbe meglio dare la parola a T.? Quale presupposto di questa idea analizziamo ora? Forse vale la pena fermarsi e sottolineare la differenza tra dire “stupido” e dire “non sono d’accordo con la tua idea”? Forse si è fatta male davvero? La mente è un tripudio di domande e un lato del cervello resta sempre ancorato al problema: “Perché c’è un buco nel nostro schema?”. Un impegno cognitivo enorme, sì, ma non solo. Facilitare è un gioco che si gioca anche su qualcosa di sottile e impalpabile.

Qual è il vero ruolo della facilitazione?
Durante un laboratorio sul tema dell’identità, in una classe del biennio delle superiori, la discussione prende una piega “banale”. Gli studenti si limitano a esempi personali, le definizioni restano vaghe, qualcuno ripete ciò che ha già sentito. Intervenire sarebbe facile per chi ha scritto una tesi sulla fenomenologia heideggeriana: basterebbe un piccolo innocuo riferimento teorico, una riformulazione “migliore” per approfondire il discorso. Eppure facilitare non significa migliorare il discorso: significa permettergli di accadere.
Il facilitatore non è assente. Ascolta con attenzione, segue i passaggi, registra ciò che emerge, prende continue decisioni rispetto a quale lato del problema approfondire. Ma sceglie consapevolmente di non occupare il centro. Questo lavoro di sottrazione è tutt’altro che passivo. Richiede di reggere il silenzio, di accettare momenti di disordine, di rinunciare al controllo immediato. Richiede una fiducia immensa nel senso nascosto di tutto ciò che l’umano dice.
Nelle classi questa postura è spesso destabilizzante. Gli studenti e le studentesse sono abituati/e a una figura adulta che conferma, corregge, risolve. Quando questo non accade, emergono domande cariche di inquietudine: «Ma quindi va bene quello che ho detto?», «chi decide se è giusto?», «ma lei, prof, cosa ne pensa?». Il laboratorio filosofico purtroppo non può eliminare queste domande, ma le restituisce al gruppo, trasformandole in oggetto di riflessione condivisa. Ti trovi allora a rispondere: “Secondo te quale limite ha quello che hai detto?”, “Chi decide cosa è giusto in questo ambito secondo te?”, “Cosa pensi che penserebbe una prof su questo tema?”
Ecco: facilitare significa custodire proprio questo spazio di inquietudine, sensazione prettamente filosofica, perché “la” verità, se ce ne è una, è che a nessuna di queste domande c’è una risposta certa. E allora il rapporto docente-discente diviene qui, a mio parere, “un po’ più autentico”. Nel dubbio e nell’incertezza si comunica a chi è più piccolo che certe soluzioni, certe risposte, non le ha nessuno.

Si apre uno spazio di autenticità, per noi adulti/e, in cui è possibile dire a quelle piccole persone a cui insegniamo: “Non saprei davvero”. Le loro parole non vengono subito valutate, ma ascoltate. I loro errori logici non sono un fallimento della pratica, ma un passaggio obbligato: il pensiero qui può procedere per tentativi, deve procedere per tentativi. Togliersi, in questo senso, è un atto di fiducia: nella capacità del gruppo di orientarsi, di correggersi, di approfondire.
In un laboratorio sulla giustizia – in quella stessa classe dove ho sentito così forte la voglia di intervenire sfoggiando la mia “grande conoscenza” del tema dell’identità –, dopo un lungo scambio confuso, è uno studente a fermarsi e dire: «Forse stiamo usando la stessa parola per dire cose diverse». Nessuna spiegazione adulta avrebbe potuto produrre lo stesso effetto: le parole di chi ci è pari ci colpiscono di più, ci invitano a rispondere. Quel momento nasce proprio dal vuoto lasciato dal facilitatore, da uno spazio non riempito troppo in fretta.
Una riflessione dal punto di vista di chi facilita
Allora – mentre mi chiedo cosa insegno davvero alle classi nei percorsi, nei laboratori – mi rispondo che forse è proprio la postura della facilitazione il vero insegnamento del praticare filosofia: imparare a sottrarsi, imparare a fare spazio alle idee altrui abbandonando l’infinito monologo della nostra mente, prendere sul serio le parole degli esseri umani “facendo finta” che abbiano sempre senso per loro e per noi.
Facilitare significa custodire proprio questo spazio di inquietudine
E mi piace questo modo di raccontarmi la pratica perché è in qualche modo l’opposto di ciò che siamo spinti a fare: “Metti te stesso in questo compito, esalta le tue competenze, sottolinea la tua infinita unicità”. Il dialogo invece si basa quasi sul principio opposto: abbandona le tue idee e le tue buone doti e fai finta per due minuti che siano più importanti quelle delle altre persone; gioca a cambiare punto di vista e nota se vedi più verità o meno, se ti piace di più il mondo da di lì.
E allora da atea convinta mi trovo a prendere in considerazione che Dio possa essere una buona spiegazione del destino; da anarchica quasi cambio idea ascoltando chi pensa che l’oligarchia possa essere una buona forma di governo. Esco dalla bolla della riconferma costante di ciò che mi dico, di ciò che credo, di ciò che penso e trovo punti deboli e punti di forza in tutte le idee e trovo che la verità mi sfugge ancora, che la intuisco e basta.
Poi il laboratorio finisce e non ho cambiato idea, continuo a intuire le mie intuizioni, continuo a credere le mie credenze. Ma per quelle due ore son stata altro da me. E mentre ci “arrocchiamo” nelle nostre posizioni sempre più lontane, sempre più radicali, ci si porta nel cuore la consapevolezza di essersi scoperti e scoperte, almeno una volta, fallibili e incerti/e.
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