12 Dicembre 2025 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

Quando l’emergenza diventa futuro: il laboratorio genovese che reinventa la sicurezza come bene comune

In questi mesi segnati dal caro-vita, in cui anche le spese più quotidiane pesano sulle famiglie, il Punto Emergenza Pré diventa un rifugio e una risorsa concreta. Qui da anni un gruppo di volontari sperimenta nuovi modi di costruire una comunità resiliente.

Autore: Valentina D'Amora
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A Genova, nel quartiere di Pré, tra vicoli stretti e un intreccio di profumi e voci di culture diverse, un piccolo gruppo di persone si muove con calma e precisione. Ognuno di loro ha scelto di non aspettare che scatti un allarme per reagire, ma di costruire, giorno dopo giorno, un modo diverso di vivere l’emergenza: non come un’eccezione, ma come parte della vita comunitaria. Lo chiamano Punto Emergenza Pré, ma in realtà è molto più di un punto: è un laboratorio dove si sperimenta un’idea di serenità che nasce dal basso, una sicurezza fatta di relazioni, ascolto e fiducia reciproca.

L’obiettivo non è solo gestire le crisi, ma trasformarle in occasioni per imparare e rendere la città più resiliente. «Per noi la sicurezza è una forma di cura collettiva», mi dice una volontaria. «Il nostro obiettivo è sempre stato creare un luogo in cui le mamme potessero sentirsi davvero a casa». E in effetti lo spazio è caldo, accogliente, attraversato da luci morbide che scaldano il cuore. Una mattina ci sono stata anch’io e la sensazione immediata è stata quella di entrare in un luogo in cui ci si può finalmente rilassare, dove la gentilezza non è un gesto straordinario, ma il modo naturale di stare insieme.

Tutto è iniziato trent’anni fa, quando le Suore Filippine – in Via Prè 18, negli spazi dell’antica scuola elementare femminile fondata da San Filippo Neri – iniziarono a distribuire pacchi viveri a un centinaio di famiglie. La scuola, già allora multietnica con tredici comunità diverse, sosteneva soprattutto le donne: offriva un punto fermo, un sostegno scolastico e alimentare. Poi sono nati i primi bambini e, in un periodo in cui la differenza tra chi aveva o non aveva un permesso di soggiorno pesava, si è aperta una strada parallela: un piccolo ambulatorio in chiesa, con un pediatra, una ginecologa e uno spazio dove reperire indumenti per i più piccoli.

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Da allora il progetto si è ampliato e oggi è diventato “Neonato e Famiglia”, un percorso di sostegno completo che accompagna le famiglie dalla gravidanza fino alla maggiore età del bambino, con consulenze mediche, latte in polvere e alimenti per lo svezzamento, pacchi di viveri, un avvocato specializzato in immigrazione, un pediatra presente ogni giorno e, due volte alla settimana, anche un primario del Gaslini che segue i casi più complessi. Molte madri, soprattutto in passato, avevano paura a rivolgersi al medico di base: temevano segnalazioni ai servizi sociali o incomprensioni. Il “medico di strada” invece ascolta prima di tutto. Cura, certo, ma soprattutto crea fiducia e dialoga con chi poi continuerà a seguire la famiglia.

L’accesso al servizio è regolato con precisione: servono l’invio del Centro d’Ascolto, un ISEE sotto gli 8.000 euro, i documenti e un certificato medico che indichi il tipo di latte necessario per il bambino. «Le regole sono chiare – spiega la volontaria – e proprio per questo c’è rispetto. Noi aiutiamo, ma chiediamo anche qualcosa: ad esempio che le mamme imparino l’italiano, perché solo così potranno davvero costruire un futuro». Il loro sostegno infatti non vuole essere assistenzialismo, ma una forma di maternage: un accompagnamento, non una dipendenza.

il cambiamento non nasce dalle grandi risorse, ma dalla continuità, dalla presenza, dal coraggio di restare

Il quartiere, negli anni, ha risposto con rispetto e accoglienza, anche se la zona resta un luogo di passaggio, dove le persone si fermano poco e le relazioni sono fragili. Eppure chi partecipa al progetto racconta che qualcosa cambia: si impara il valore del “fare insieme”, si cresce ascoltando le storie degli altri e questo posto diventa un’estensione della casa, un luogo che fa sentire più giovani, più vivi. Quando le chiedo come immagina Genova tra dieci anni, se esperienze come questa si moltiplicassero, mi descrive una città più umana: persone che si salutano, che si ascoltano, che si sentono libere, senza la paura di essere giudicate dall’apparenza. È proprio questa libertà – dice – la prima forma di sicurezza.

Il tratto distintivo del Punto Emergenza Pré è la sincerità. Chi arriva qui non lo fa per ottenere qualcosa in cambio, ma perché ha bisogno di un gesto concreto: una confezione di latte, dei pannolini, un ascolto vero. «Aiutiamo per il bene immediato – spiegano – senza l’illusione di cambiare la vita di qualcuno. A volte è sufficiente sapere che quella sera un bambino mangerà o dormirà pulito».

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Perché un modello così si diffonda servirebbe soprattutto che più persone, anche nelle istituzioni, capissero che il cambiamento non nasce dalle grandi risorse, ma dalla continuità, dalla presenza, dal coraggio di restare. «Qui la vita è più umana: ci si perdona, ci si accetta. Ed è questo che trasforma». In trent’anni di attività, più che ostacoli il Punto Emergenza Prè ha trovato mani tese: «La cosa sorprendente è che quando chiedi a qualcuno di dare una mano, alla fine ti ringrazia per l’occasione». È forse questa la vera scoperta di questo laboratorio sociale: che la solidarietà non scorre solo in una direzione, ma torna indietro, amplificata.

Se dovessero definire ciò che stanno sperimentando, parlerebbero ancora di maternage: «Il primo anno di vita è decisivo. Se la madre è sostenuta, il bambino cresce più sereno e si relaziona meglio con gli altri. È lì che ci giochiamo il futuro». E se dovessero riassumere il loro sogno in una frase? Un futuro costruito con le mamme, fatto di collaborazione, rispetto e condivisione.

Un futuro in cui non incontrano più persone “nuove”, ma volti familiari che tornano, anche solo per un saluto. In un quartiere dove ogni giorno arrivano nuove storie e altre ripartono, mai come ora il Punto Emergenza Pré offre stabilità: un punto fermo in mezzo al movimento continuo, dove sperimentare ancora una vicinanza che altrove sembra dissolversi.