8 Mar 2022

Benvenuta a casa, il progetto che accoglie le donne in difficoltà

Scritto da: Valentina D'Amora

Un mazzo di chiavi può essere una risposta concreta alla vulnerabilità delle donne? A Savona sì. “Benvenuta a casa” è un progetto che sostiene tutte coloro che si trovano in difficoltà abitativa: mamme single, donne sole oppure badanti che, quando la persona che accudiscono viene ricoverata o viene a mancare, si ritrovano senza lavoro e senza casa. Ne abbiamo parlato con la responsabile del progetto, Leila Caola, che ci ha raccontato com'è nato questo co-housing innovativo.

Savona - “Benvenuta” si dice a un’amica quando suona al nostro campanello, quando la sentiamo sorridere ancora prima di arrivare alla porta. Ma cosa significa davvero accogliere? Per rispondere a questa domanda l’etimologia ci viene in aiuto e allo stesso tempo ci fa riflettere: il latino accolligere significa raccogliere. Uscendo dalle pagine dei dizionari e tornando all’ambito della realtà, l’accoglienza è un’esperienza di apertura totale: tutto ciò che si raccoglie viene fatto entrare. In una casa, in un gruppo di persone, dentro sé stessi.

Ecco perché un mazzo di chiavi può cambiare la vita, sia di chi apre la porta che di chi entra. A Savona “Benvenuta a casa” è molto più di un messaggio di accoglienza, perché è un progetto di co-housing unico sul territorio nazionale. Un appartamento semplice e confortevole da un anno a disposizione della collettività attraverso un’associazione del territorio, è diventato una soluzione per tante donne che hanno bisogno di ritrovare serenità e, allo stesso tempo, non possono mettersi sulle spalle impegni finanziari vincolanti.

“Benvenuta a casa” vuole contrastare uno dei veleni sociali della nostra era – la precarietà delle donne – offrendo loro accoglienza e stabilità: un modo concreto per contribuire al benessere di tutta la comunità. Ne abbiamo parlato con Leila Caola, la responsabile del progetto, che viene portato avanti dall’Associazione USEI – Unione di Solidarietà degli Ecuadoriani in Italia.

Leila, com’è nata l’idea di dare il via al progetto al femminile “Benvenuta a casa”?

L’idea è nata da un’esigenza riscontrata all’interno del nostro sportello che offre assistenza alle persone straniere. Questo progetto offre una soluzione concreta a donne in difficoltà abitativa, con un occhio di riguardo per le badanti. Grazie alla generosità di una cittadina che ha messo a disposizione un suo appartamento in comodato d’uso gratuito, nonché all’aiuto dei nostri volontari e al sostegno di alcuni partner, siamo riusciti a far sì che “Benvenuta a Casa” diventasse finalmente realtà.

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casa chiavi
Foto tratta di Pixabay
In quali situazioni si attiva?

Quando una badante viene licenziata dalla famiglia per il decesso o il ricovero della persona assistita, la donna si ritrova improvvisamente senza un alloggio. Quasi sempre la donna stipula un contratto di lavoro che prevede la convivenza e, venendo a mancarle il lavoro, di conseguenza, viene a mancarle anche un tetto sulla testa: la famiglia ha l’obbligo di coprire il periodo di preavviso, ma non è tenuta a fornire ulteriore vitto e alloggio. Si perdono quindi casa e lavoro allo stesso tempo, ritrovandosi in difficoltà economica immediata.

Cosa succede quindi?

Queste donne, quasi sempre straniere, hanno poche possibilità: richiedere una sistemazione provvisoria presso associazioni o enti di solidarietà; optare per una camera in albergo, ma è una soluzione costosa; cercare ospitalità da qualche conoscente o parente, dove però lo spazio abitativo è spesso al limite. Va sottolineato che lo stato di precarietà e di fragilità psicologica del momento espone queste donne anche al pericolo di sfruttamento.

Benvenuta a casa: un progetto che allo stesso tempo è un invito. Come funziona?

Abbiamo allestito un appartamento con tutto il necessario, affinché le donne possano alloggiare in un luogo sicuro e confortevole nell’attesa di una sistemazione definitiva. La permanenza dell’ospite però è temporanea: serve per trovare una sistemazione stabile e dignitosa, pertanto il soggiorno non dovrebbe superare i 60 giorni. Ci teniamo a sottolineare che per noi è importante che le persone che “accogliamo a casa” non si sentano escluse o scartate una volta perso il lavoro, ma incluse nella nostra società, con il riconoscimento dell’importante ruolo da loro svolto.

Di cosa si occupa l’associazione USEI?

L’Unione di Solidarietà degli Ecuadoriani in Italia è un’associazione fondata su iniziativa della comunità ecuadoriana di questo territorio e aperta alle persone di ogni nazionalità. Nasce infatti come riferimento per la comunità ecuadoriana, per poi aprirsi a tutti gli immigrati. L’associazione negli anni è riuscita a creare integrazione tra italiani, ecuadoriani, latinoamericani e altri stranieri, arrivando a diventare un luogo in cui è possibile incontrare e conoscere nuove culture, nuovi stili di vita e nuove relazioni.

volontari USEI
I volontari dell’associazione USEI

Fornisce assistenza, ampia e concreta, alle persone, provvedendo a bisogni primari, per esempio con la raccolta alimentare; favorisce l’inserimento sociale, con corsi di formazione; aiuta nel disbrigo delle formalità burocratiche; dà vita a progetti che migliorano la permanenza in Italia. Ed è proprio così che è nato “Benvenuta a casa”, un progetto che si rifà alla reciproca solidarietà su cui si basa l’associazione: chi viene aiutato a sua volta si rende disponibile a fare la propria parte per gli atri. Coinvolgendo in modo attivo chi si trova in difficoltà, si scongiurano situazioni di disagio psicologico e c’è sempre chi ci dà una mano.

Come si è evoluto questo progetto a un anno dal suo avvio?

Abbiamo avviato il progetto giusto un anno fa, nel 2021: va da sé che la pandemia ne ha influenzato gli sviluppi, rallentando o bloccando alcuni servizi, come i corsi di formazione e i gruppi di auto-aiuto supportati da un counselor. Savona è una città piccola e anche se il passaparola corre veloce, abbiamo presentato il progetto ad altre associazioni e realtà sul territorio con l’intento di fare rete. Ora l’attuale guerra in Ucraina ha portato ulteriori e più gravi necessità e abbiamo già ricevuto richieste in questo senso.

Il progetto viene sostenuto da: Fondazione Agostino De Mari, che ha erogato un contributo nell’ambito del bando “Welfare di comunità”, Telefono Donna – Centro Antiviolenza di Savona e le associazioni ANTEAS, ANOLF, ACLI, AL RAHAMA e AUSER.

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