La rivoluzione gentile di Davide Meneghini: non serve essere alti per pensare in grande
Affetto fin dalla nascita da acondroplasia, il 37enne padovano Davide Meneghini ci racconta il percorso che lo ha portato a trasformare il dolore in forza, fino a superare le barriere architettoniche e culturali.
Il termine medico è acondroplasia, una patologia genetica che si manifesta attraverso uno sviluppo anomalo dello scheletro, con la testa voluminosa e gli arti troppo corti. In pratica, si tratta della più comune causa di nanismo, che nel mondo colpisce circa un neonato su 25.000, e in Italia circa quattromila persone in tutto. Una di loro è Davide Meneghini, 37 anni, padovano: un uomo che ha capito fin da piccolo che cosa significa guardare il mondo da una prospettiva fissata qualche decina di centimetri sotto a quella degli altri. Ma che, allo stesso tempo, ha imparato pure che essere più basso di statura non significa affatto essere inferiore.
«Il primo ricordo che mi viene alla memoria – racconta – risale ai tempi della scuola, quando cominciai a prendere consapevolezza del fatto che ero dieci/venti centimetri più piccolo dei miei coetanei. Non capivo il motivo, tanto è vero che lo chiedevo sempre a mia madre. Mi accorsi in fretta che i miei compagni dapprima accoglievano la mia differenza fisica con curiosità, poi imparavano a conoscermi e così venivo accettato, tanto da entrare nella normalità».
«Per questo mi sono sempre posto l’obiettivo di far conoscere la mia disabilità – sottolinea Davide Meneghini –, perché di questa condizione non ne avrei giovato solo io, ma sarei anche stato di ispirazione agli altri che si trovavano in una condizione simile». Già, perché l’accoglienza che Davide ha ricevuto dalla realtà intorno a sé non è sempre stata altrettanto calorosa quanto quella dei suoi compagni di classe: «Da ragazzo, quando ho iniziato a uscire dalla situazione protetta della famiglia per inserirmi in società, non nego che mi è capitato di essere discriminato, escluso, emarginato, nonché di subire qualche brutta botta a livello emotivo».

I limiti imposti dal suo corpo, ma soprattutto dalle percezioni degli altri, non hanno tardato a chiedergli il conto. «Dai vestiti alle sedie, tutto il mondo in cui viviamo è costruito per le persone alte da un metro e mezzo in su. Per chi non raggiunge quell’altezza, la vita quotidiana è molto più difficile. Per ottenere gli stessi risultati si fatica di più, non c’è nulla di regalato». Ci sono gli ostacoli posti dalle barriere architettoniche, ma ci sono anche quelli posti dalle barriere sociali e culturali.
«Chi ha un aspetto fisico diverso dai canoni abituali tende a sentirsi inadatto e fuori luogo, come un elefante in una cristalleria. In passato, addirittura, queste diversità venivano ridicolizzate come fenomeni da baraccone, private della loro dignità, e questo ha consolidato non pochi stereotipi nell’immaginario collettivo. Non succedeva mai che attori acondroplasici ottenessero un ruolo da protagonista: una figura estremamente positiva, in questo senso, è stata Peter Dinklage, il Tyrion Lannister de Il trono di spade. Lui è riuscito a farsi notare dal pubblico per il suo talento e la sua intelligenza, piuttosto che per la sua fisicità».
Una mano a Davide Meneghini l’ha data la chirurgia, ma anche quel percorso è stato tutt’altro che una passeggiata: «A sette anni mi sono sottoposto al primo intervento per raddrizzare le gambe, con i fissatori. Poi, verso i tredici anni, mi si è presentata la possibilità anche di allungare gli arti, raggiungendo la mia statura attuale, che mi permette quantomeno una certa autonomia. È stato un percorso impegnativo e doloroso, che prevedeva anche sedute quotidiane di fisioterapia per adattare i muscoli e i tendini». In totale, tra il 2002 e il 2007, le operazioni che ha attraversato sono state ben undici, con il cosiddetto metodo Lizarov, che gli hanno permesso di passare da 127 a 157 cm di altezza.

Ma quella che vi racconto oggi non è la solita storia strappalacrime di cui sono pieni i programmi televisivi del pomeriggio. Quelle lì, Davide proprio non le sopporta: «Nei media ma anche sui social, di disabilità si parla solo per raccontare le storie negative, di sofferenza e umiliazione». La sua, al contrario, è una testimonianza di speranza e di rinascita, la vicenda di chi invece di piangersi addosso ha imparato un po’ alla volta a rimettersi in gioco, a camminare su terreni nuovi, a conquistarsi le proprie opportunità.
«Non ho mai smesso di impegnarmi per vivere una vita il più possibile autonoma: studiavo all’università, giocavo a calcio a buon livello e alla sera andavo in discoteca». E infatti di cose, in questi suoi primi 37 anni di vita, Davide ne ha fatte tante: si è laureato in Scienze della comunicazione, ha lavorato come conduttore radiofonico, docente e attore e alla fine è riuscito pure a farsi eleggere consigliere comunale della sua città, Padova.
È la dimostrazione che trasformare il dolore in forza non è solo una frase fatta, bensì uno stile di vita reale e concreto, capace di portare risultati. «Le strade sono due: o ti lasci abbattere oppure reagisci», mette in chiaro Meneghini. «Io ho scelto di reagire, affermarmi, cercare una rivalsa. Vivo la vita con il sorriso, perché penso che lasciarsi coinvolgere dalla negatività non serva a nulla, se non a entrare in una spirale che porta solo a deprimersi. Questa è anche la filosofia che cerco di portare avanti nella mia attività politica e sono convinto che, se continueremo a lavorare in questa direzione, tra dieci o vent’anni le persone con disabilità potranno vivere una vita come tutte le altre».
Di disabilità si parla solo per raccontare le storie negative, di sofferenza e umiliazione. Quella di Davide Meneghini, al contrario, è una testimonianza di speranza e di rinascita
Già, perché, checché se ne dica, anche nella nostra tanto vituperata Italia si stanno facendo tanti passi in avanti su questo fronte: «La nostra è ancora una società schiava dell’apparenza, ma sicuramente il miglioramento nella considerazione della disabilità negli ultimi decenni è stato evidente. Un po’ alla volta la diversità sta venendo sempre più accettata. Ma, inevitabilmente, le menti chiuse esistono sempre. C’è ancora tanto lavoro da fare e il primo passo è comunicare bene. Io ho sempre cercato di fare una rivoluzione gentile, etica, evitando il più possibile i toni aggressivi o rabbiosi: solo così si riesce a trasmettere messaggi positivi e a essere ascoltato dagli altri».
Ricordiamocelo, la prossima volta in cui ci viene la tentazione di infuriarci di fronte alle piccole o grandi avversità che incontriamo nella nostra vita: «Per me essere felice – chiosa Davide Meneghini – significa lavorare per raggiungere obiettivi importanti, superare i miei limiti. E magari, dopo tanto tempo e tanta fatica, far avverare i miei sogni. Come aver raggiunto la normalità in un contesto così difficile».








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