26 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Dagli Stati Uniti all’Europa, la lotta (anche) politica per un abitare accessibile

Dalla crisi abitativa alle disuguaglianze sociali. Un abitare accessibile non è solo un bisogno, ma una condizione di democrazia. Pubblichiamo la prima uscita della nuova newsletter HUBitare oltre le mura, realizzata con MeWe.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
cover abitare collaborativo

Il 2026 è appena cominciato. Secondo la numerologia – per chi ci crede – segna l’inizio di un nuovo ciclo tra inedite leadership e scelte decisive. Un tempo che invita all’azione, alla definizione di rinnovate direzioni personali e collettive. Che richiede coraggio, responsabilità e la capacità di lasciare andare ciò che non serve più, per prendere posizione e costruire consapevolmente il futuro. Ora, lasciando da parte l’esoterismo e tornando all’attualità, basta guardare agli Stati Uniti – da sempre precursore delle tendenze del mondo occidentale – per percepire chiaramente il bivio davanti a cui ci troviamo. Un Paese attraversato da una duplice anima: da un lato potere, consumismo e capitalismo spinto; dall’altro libertà, giustizia e democrazia.

Da una parte Donald Trump con le sue invasioni e continue minacce, diritti cancellati, retorica violenta e divisiva, un potere sempre più concentrato nelle mani di pochi. Dall’altro, segnali opposti. Come la vittoria a New York del nuovo sindaco Zohran Mamdani che ha costruito il suo consenso su un programma radicalmente alternativo: congelamento degli affitti, trasporti pubblici gratuiti, asili nido universali finanziati da una tassazione più equa sui grandi patrimoni.

Ed è proprio da New York, città sempre più riservata ai ricchi – che perde non solo famiglie, ma anche imprese , quasi 5000 in meno nella primavera del 2025, a causa di affitti fuori controllo e disuguaglianze estreme –, che arriva una raffica di vento che sa di cambiamento. O forse di democrazia o di ciò che ne resta. Di quella democrazia urbana in cui le città sono laboratori di uguaglianza politica e sociale e gli spazi sono pensati per essere abitati e vissuti, e non solo come asset finanziari da spremere.

abitare accessibile
New York è una città sempre più riservata ai ricchi

Freeze the rent e Housing for all sono alcune delle potenti dichiarazioni di Mamdani, ripetute come mantra durante la campagna elettorale, per una “città che deve assumersi la responsabilità di rispondere all’urgenza della crisi abitativa”. Come ha sottolineato Waleed Shahid, consulente strategico di comunicazione e politica, Mamdani “ha costruito una causa comune al di là delle differenze: una lotta condivisa su ciò che è dovuto a tutti e tutte, non solo su ciò che è riconosciuto a qualcuno”.

E in effetti la frequenza con cui la campagna di Mamdani ha parlato di prezzo, costi della vita e abitazione rispetto agli avversari – 78% dei suoi messaggi contro il 32% di Cuomo – indica che l’affordable housing è stato un tema centrale e distintivo della sua proposta politica, uno dei punti che gli elettori hanno riportato come rilevante per il proprio voto. Negli Stati Uniti l’età media di chi compra casa ha raggiunto i 40 anni, i giovani sono quindi esclusi dal mercato immobiliare. E quando l’accesso all’abitare diventa impossibile, le disuguaglianze esplodono e l’intero tessuto sociale si indebolisce ovunque, in America, in Europa, in Italia. Ecco perché il diritto alla casa va di pari passo con la giustizia sociale.

La crisi abitativa in Europa

I dati di The Housing Games di IrpiMedia confermano parecchie difficoltà anche per il nostro continente. A Roma, Bologna e Milano, un insegnante di asilo a inizio carriera può permettersi in media:

  • 34 m² a Bologna
  • 32 m² a Roma
  • 20 m² a Milano
abitare accessibile
A Vienna il 60% degli abitanti vive in alloggi sovvenzionati

Una stanza appena. Gli affitti risultano insostenibili nella maggior parte dei quartieri per quasi tutte le professioni essenziali contemplate dal report – pompiere, poliziotto, medico, infermiere, insegnante di asilo. Se l’affitto è proibitivo, figuriamoci l’acquisto. Tra le tre è Milano la città meno accessibile in assoluto. L’alternativa, in tutti i casi, diventa la periferia con conseguenze che non sono solo economiche, ma anche sociali, ambientali e di qualità della vita.

Il problema è diffuso in tutta Europa. A Praga, ad esempio, l’affitto di un bilocale di 50 m² assorbe fino al 50% del reddito delle professioni essenziali. A Bruxelles per un lavoratore junior vivere in città è quasi impossibile. Vienna è ancora una mosca bianca. Nella città il 60% degli abitanti vive in alloggi sovvenzionati grazie a un sistema attivo da oltre un secolo e sostenuto da una tassa dell’1% sugli stipendi che garantisce affitti accessibili e stabilità abitativa anche alla classe media. Su 750.000 appartamenti in affitto più della metà hanno forme di agevolazioni simili a quelle delle case popolari in Italia.

Se l’accesso ad alloggi a prezzi accessibili è diventato un problema strutturale in molte città – non solo per i gruppi più vulnerabili, ma anche per famiglie e cittadini a medio reddito – la domanda è inevitabile: che fare? Il modello di Vienna può essere una risposta? Sì, ma non l’unica.

La crisi abitativa è il risultato di fattori intrecciati: l’aumento dei costi di costruzione, dei tassi ipotecari, la crescita degli affitti alimentata dalla domanda di alloggi a breve termine. Tutto questo ha progressivamente trasformato la casa in un veicolo di investimento e accumulo di ricchezza, più che in un bene sociale. Forse è arrivato il momento di tornare a considerare l’edilizia sociale non come la “casa per gli ultimi”, ma come un’infrastruttura essenziale per la coesione sociale. E da qui bisogna partire per una nuova direzione.

abitare accessibile
Per chi vive in cohousing la condivisione quotidiana porta vantaggi tangibili

I beneficio di una casa accessibile, del resto, coinvolgono tutti , anche chi una casa già ce l’ha. Lo dimostra, ancora una volta, il caso di Vienna . In Austria, le Associazioni per l’edilizia a profitto limitato (LPHA) forniscono alloggi in affitto al 17% delle famiglie – circa 650.000 nuclei – con una presenza ancora più rilevante nelle aree urbane, dove l’affitto è la forma abitativa più diffusa. Per le famiglie significa un risparmio medio di circa 160 euro al mese, pari a 1.920 euro all’anno. Complessivamente, le risorse risparmiate ogni anno dalle famiglie austriache sul fronte abitativo sono circa 1,2 miliardi di euro. Risorse spendibili per altri consumi e investimenti, a beneficio di tutti e tutti.

L’abitare collaborativo, in tutte le sue forme, è molto più di una scelta abitativa: è un modo concreto per ridurre le disuguaglianze e migliorare la qualità della vita. Per chi vive in cohousing, ad esempio, la condivisione quotidiana porta vantaggi tangibili come bollette più leggere, manutenzione partecipata e spazi pensati per favorire la comunità. I dati parlano chiaro: in media si risparmia circa il 15% sui consumi energetici e si riducono i costi complessivi grazie allo scambio di competenze tra i residenti.

Alcune soluzioni per un abitare accessibile

Tornando quindi alla domanda iniziale – che fare? – è importante ribadire che l’accesso alla casa passa anche e soprattutto da sussidi pubblici a tutti i livelli di governo e finanziamenti a basso costo. A parità di tipologia edilizia, costruire un alloggio “economico” costa più o meno quanto costruirne uno commerciale. Non sono le finiture a fare la differenza.

E quando l’accesso all’abitare diventa impossibile, le disuguaglianze esplodono e l’intero tessuto sociale si indebolisce ovunque, in America, in Europa, in Italia

I flussi di finanziamento esistono, ma spesso risultano difficili da intercettare e privi di chiare condizionalità sociali. In questo quadro, anche l’Europa ha iniziato a riconoscere la portata della crisi abitativa e la necessità di interventi strutturali. Il Piano casa presentato di recente – su cui torneremo – sembra muoversi in questa direzione, anche dal punto di vista economico.

Secondo MeWe , un’impresa sociale che lavora come promotore immobiliare specializzato in progetti di abitare condiviso, che propone una visione dal basso non strettamente legata a logiche di mercato, non è sufficiente intervenire solo sull’accesso al credito, ad esempio allungando i piani di ammortamento dei mutui come avvenuto negli Stati Uniti con Trump, ma è anche necessario agire sul meccanismo stesso di formazione del prezzo. Ed è qui che si gioca la partita.

Come? Recuperando immobili mai entrati nel mercato, pubblici o ecclesiastici, oppure sottraendo alle logiche speculative quelle esclusioni perché legati a crediti deteriorati o non più esigibili. Significa mettere in discussione la catena del valore, uscire dalle logiche speculative e ripensare il ruolo della casa. Perché l’affordability non è un esercizio teorico, ma una sfida concreta che richiede una visione condivisa, capace di coinvolgere amministrazioni, imprese e comunità. MeWe lavora proprio in questa direzione, costruendo modelli di accesso alla casa più equi, sostenibili e concreti.

Vuoi approfondire?

Se ti interessano questi temi iscriviti alla newsletter HUBitare oltre le mura.