30 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

Aree interne fra iniziative di rivitalizzazione e il piano del Governo per “accompagnare il loro declino”

Il piano del Governo prevede una sorta di eutanasia per le aree interne in declino, ma in molti territori sono attivi progetti di resistenza e resilienza. Come la rete We’re South in Calabria, secondo cui una strategia efficace dovrebbe partire da un cambio di paradigma.

Autore: Guerino Nisticò
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I paesi della Calabria, come molte aree interne d’Italia, convivono da anni con problemi profondi e strutturali: spopolamento, emigrazione, riduzione dei servizi pubblici, depauperamento dei territori, invecchiamento della popolazione, crisi economiche e demografiche, isolamento infrastrutturale. Dati e analisi ufficiali confermano una fragilità reale, che ha conseguenze evidenti sulla tenuta sociale ed economica dei territori. Negli ultimi anni però la risposta delle politiche nazionali sembra essersi spostata dalla ricerca di soluzioni alla semplice “gestione del declino”.

Documenti come il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne e i rapporti SVIMEZ – l’associazione Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno – descrivono uno scenario in cui alcune zone sarebbero destinate a uno spopolamento irreversibile, arrivando persino, come nel caso del PSNAI di marzo 2025, a ipotizzare un accompagnamento alla loro scomparsa. Una svolta culturale che di fatto sancisce l’idea che su certi territori non valga più la pena investire. È una lettura basata su numeri reali, ma certamente parziale. Riduce i paesi a spazi amministrativi, guarda dall’alto e non intercetta ciò che già accade dal basso: processi sociali nuovi, esperienze di resistenza e persino forme possibili di ri-abitazione che da anni prendono forma in molte realtà calabresi.

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Un evento organizzato da We’re South

Esempi di resistenza: la rete We’re South

Una fra le esperienze più significative è quella della rete We’re South, attivamente operativa dal 2023 e costituitasi formalmente in associazione nel 2024. La rete opera in un territorio definito da sei paesi, uno accanto all’altro: Badolato, Santa Caterina dello Ionio, Guardavalle, Monasterace, Bivongi e Stilo. All’interno di questo “distretto” nel cuore delle Preserre, a cavallo tra le province di Catanzaro e Reggio Calabria, We’re South lavora alla costruzione di nuove forme di organizzazione sociale e modi per ri-abitare il territorio. La rete costituita da giovani imprese, operatori turistici e culturali, educatori, attivisti e artisti si propone, attraverso azioni mirate e localizzate, di trasmettere nuovi punti di vista sui luoghi definiti “aree interne” e le comunità che li abitano. 

Le aree interne infatti non sono luoghi vuoti. Sono comunità vive, segnate da difficoltà ma anche da energie spesso invisibili. Accanto ai flussi di chi parte, esistono movimenti in entrata ancora poco riconosciuti: persone che tornano consapevolmente, nuovi abitanti italiani e stranieri, famiglie e lavoratori che scelgono i piccoli centri per una migliore qualità della vita, relazioni più autentiche e un ambiente più sano.

Segnali che raccontano un’altra Calabria, lontana dai modelli di vita frenetici e insostenibili delle grandi città. In molti territori interni sono già attive pratiche concrete di rigenerazione e rivitalizzazione. C’è chi investe sulla cultura e sulla valorizzazione del patrimonio locale, costruendo nuove narrazioni dei luoghi. Chi apre spazi comunitari, presìdi sociali ed educativi, rafforzando un welfare di prossimità.

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Il borgo di Badolato

Crescono economie circolari locali sostenibili legate all’agricoltura di qualità, all’artigianato, al turismo lento, all’impresa sociale e al lavoro da remoto. Allo stesso tempo, si diffondono iniziative di tutela ambientale, cura del paesaggio e contrasto all’abbandono, spesso intrecciate con progetti di turismo esperienziale e di comunità. Sono esperienze ancora frammentate, ma dimostrano che l’inversione di tendenza non è un’utopia. È un processo reale che ha bisogno di politiche coerenti, sostegno stabile e una visione strutturata con azioni a medio-lungo periodo, a concreto supporto della sua messa a sistema e concreta valorizzazione.

Un nuovo paradigma per le aree interne

Ripensare lo sviluppo dei piccoli paesi significa anche cambiare il modo di misurare la ricchezza. Non solo crescita economica, ma qualità delle relazioni sociali, coesione comunitaria, tempo da vivere e dedicarsi, benessere diffuso, paesaggi unici e stili di vita sostenibili. Elementi spesso marginali nelle politiche pubbliche, ma oggi strategici in un’epoca segnata da crisi ambientali, sociali e sanitarie, dove isolamento e marginalità possono divenire unicità e valore aggiunto.

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Da qui la necessità di un cambio di paradigma: nessun territorio può essere dichiarato senza futuro per scelta politica. Le comunità locali devono tornare al centro delle decisioni; sanità, scuola, mobilità e connettività vanno garantite come diritti di cittadinanza; servono strumenti concreti per sostenere chi resta, chi torna e chi arriva; occorre favorire sperimentazione, autonomia locale e nuove forme di governance e di economia di comunità.

Il vero pericolo per le aree interne non è lo spopolamento in sé, ma la costruzione culturale e politica della sua inevitabilità. Dichiarare un territorio senza futuro significa condannarlo davvero. I piccoli paesi calabresi non sono residui del passato, ma luoghi strategici per ripensare il modello di sviluppo del Paese, meridionalizzandone la prospettiva di lavoro e pratica, il rapporto tra comunità e ambiente, tra economia e qualità della vita. Investire su di essi non è nostalgia: è una scelta lungimirante.

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Leggi anche la nostra intervista all’associazione Borghi Autentici d’Italia.