In arrivo una nuova legge sugli stipendi: cosa cambierà per lavoratori e aziende?
Un gruppo di esperti ha pubblicato un discussion paper per dare indicazioni utili alla stesura di una legge sugli stipendi che potrebbe essere rivoluzionaria. Ne parliamo con Eleonora Voltolina, giornalista e attivista che ha coordinato il lavoro.
Attenzione alle “trappolone”! È questo il monito che ripete più volte Eleonora Voltolina quando le chiedo di entrare nel merito della direttiva europea sulla trasparenza salariale sugli stipendi e soprattutto dei lavori per stilare il testo che l’Italia – così come ogni paese membro – deve approvare entro giugno di quest’anno per recepire la direttiva. Voltolina – giornalista e attivista, già fondatrice de La Repubblica degli Stagisti – ha lanciato un’iniziativa insieme all’associazione Journalism for Social Change e con la collaborazione del think tank Tortuga.
Segnatamente, si tratta di un discussion paper, pubblicato pochi giorni fa dall’osservatorio Lo stato del lavoro, che contiene indicazioni e suggerimenti per la stesura di una legge sugli stipendi che potrebbe rappresentare una “rivoluzione epocale”, ma solo a patto di essere recepita bene, con una normativa di efficace applicazione, scritta in maniera chiara e in grado di prevenire i possibili effetti distorsivi.
Un’occasione da non perdere
«La direttiva europea sulla trasparenza salariale è un’occasione fantastica per l’Italia, per modernizzare il suo mercato del lavoro in un senso più paritario, non solo per colmare il gender gap [la differenzi fra gli stipendi di donne e uomini, ndr] ma anche per assicurare un trattamento giusto ed equo a tutte quelle categorie che oggi subiscono penalizzazioni, soprattutto rispetto a contratti e retribuzioni», mi spiega Eleonora. Quando le chiedo di essere più precisa, promette due esempi – uno dalla parte dei lavoratori e uno dalla parte delle aziende – per spiegare come sia un’occasione imperdibile scrivere una normativa seguendo considerazioni e suggerimenti di esperti del mercato del lavoro che ogni giorno sono impegnati su questi temi e che quindi riescono a prevedere quelle che possono essere le “trappolone” richiamate in apertura.

Il paper infatti è il risultato della rielaborazione e ampliamento degli elementi emersi nel corso di una tavola rotonda con una quindicina di esperti del mercato del lavoro provenienti da molti settori – aziende private, istituti di ricerca, associazionismo, sindacati: Stefania Chiarelli e Alberto Piva di Bene Assicurazioni; Arianna De Mario di Ashoka Italia; Cosimo Gagliani e Adriano Gnani del sindacato UIL; Gabriele Ghini di Transearch; Roberta Letorio di Cefriel; Aaron Pugliesi della American Chamber Of Commerce In Italy; Simone Romagnoli delle ACLI; Filippo Saini di ReteHR; Valerie Schena Ehrenberger di Valtellina Lavoro e vicepresidente di Assoconsult; Paola Suardi della Fondazione Emit Feltrinelli ETS; Giorgio Vernoni di Ires Piemonte; e Anna Zavaritt, consulente indipendente e certified auditor for gender equality.
Cosa cambia per gli stipendi di lavoratori e lavoratrici…
Com’è nella sua natura, la direttiva europea del 2023 descrive dei principi di massima e ogni Paese membro è chiamato a recepirla adeguandola al proprio mercato del lavoro. «Quello italiano – fa notare Voltolina – è storicamente molto opaco: qui parlare di soldi è ancora un tabù, le persone non si arrischiano a chiedere informazioni sulla retribuzione, a volte nemmeno dopo vari colloqui, e alcuni selezionatori addirittura si infastidiscono quando si sentono richiedere queste informazioni, come se l’aspetto retributivo fosse qualcosa di disdicevole e le persone dovessero lavorare per la gloria».
Come promesso, Voltolina fornisce un esempio concreto: fra le varie cose infatti, «questa direttiva dice che non si possono più pubblicare annunci di lavoro che non esplicitino la retribuzione proposta. Viene però offerta anche una soluzione più soft: se non si vuole indicare la cifra precisa, si può mettere una forbice con un massimo e un minimo. Il problema è che se tu scrivi la normativa in maniera così vaga rischi di trovarti di fronte ad annunci di lavoro che, pur rispettando perfettamente la legge, potranno recitare: “Per questa posizione proponiamo una retribuzione che va dai 20.000 ai 50.000 euro all’anno”».
C’è la necessità di una legislazione chiara e priva di ambiguità
Una comunicazione di questo tipo «non solo è ridicola ma contraddice anche e vanifica completamente il senso della legge perché non è una vera indicazione, è solo un modo per ottemperare alla normativa tenendosi le mani completamente libere», osserva la giornalista. «Quindi se vogliamo aiutare i policy makers a scrivere bene questa legge – ed è proprio l’obiettivo del paper e del lavoro che svolto con l’osservatorio Lo stato del lavoro – dobbiamo fare in modo che questo esempio e molti altri esempi di “trappoloni” che ci possono essere nel trascrivere questa direttiva e farla diventare legge in Italia vengano evitati. Il risultato finale dev’essere una norma che renda realmente efficace la trasparenza salariale».
…e cosa cambia per le aziende
Cambiando punto di vista, chiedo a Eleonora un esempio analogo di quali potranno essere le novità per le aziende. «Come tutte le cose che riguardano il mercato del lavoro in Italia – risponde –, se costruisci un dispositivo normativo che grava troppo sulle aziende, che chiede loro un impegno burocratico troppo elevato, esse si ribelleranno, cercheranno in tutti i modi di eludere le disposizioni e saranno scontente perché questo rappresenterà per loro un onere in più e tutto ciò ha un costo. A questo proposito, il nostro osservatorio propone che lo Stato non possa chiedere alle aziende informazioni che già possiede secondo il principio once only [solo una volta, ndr] sancito dal Art. 43 DPR 445/2000».

I suggerimenti del paper
Ma quali sono i suggerimenti concreti che gli esperti e le esperte del mercato del lavoro rivolgono ai policy makers italiani che dovranno scrivere la legge di recepimento della direttiva europea? Nel paper, Eleonora Voltolina e i ricercatori di Tortuga Francesco Armillei, Valentina Vertemati e Giulio Radaelli offrono una panoramica delle opportunità e dei rischi in questa fase di recepimento della direttiva, in particolare soffermandosi sulla necessità di una legislazione chiara e priva di ambiguità, sulle possibili ricadute in termini di oneri burocratici per le imprese, sulla privacy e sul possibile effetto collaterale sull’economia sommersa. Nelle ultime pagine del paper l’osservatorio Lo stato del lavoro lancia cinque proposte, auspicando che i politici possano integrarle nel testo della normativa:
- Semplificare la trasparenza retributiva tramite standard chiari e una reportistica “precompilata” basata sui dati già in possesso della pubblica amministrazione
- Regolare in modo stringente i range salariali negli annunci di lavoro, con forchette realistiche e comparabili
- Investire nella cultura della trasparenza attraverso formazione, procedure oggettive di carriera e coinvolgimento degli enti bilaterali
- Creare sistemi pubblici di confronto salariale tra imprese per rafforzare mobilità e concorrenza, in particolare con il ricorso al Libretto formativo
- Introdurre una BustaPaga2.0 standardizzata e leggibile, sulla falsariga delle bollette chiare, per rendere finalmente le retribuzioni realmente comprensibili.
«Suggerimenti, riflessioni e cinque proposte concrete che, a differenza di gran parte del dibattito sulle politiche del lavoro, arrivano da voci competenti. Un know-how prezioso che ci auguriamo possa essere integrato nella bozza finale della normativa». Il discussion paper sulla trasparenza salariale verrà presentato nelle prossime settimane in dibattiti pubblici: «Lo mettiamo già da oggi a disposizione dei media, dei politici e di chiunque voglia approfondirne i contenuti e le proposte» conclude Voltolina.









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