Reparenting: la fatica e il coraggio di crescere i nostri figli mentre impariamo a prenderci cura di noi
Il reparenting è il lavoro interiore che nasce nella relazione con i figli: riconoscere i trigger, interrompere automatismi e diventare adulti più consapevoli.
Immaginiamo una situazione – che sarà capitata almeno una volta a qualunque genitore – in cui i nostri figli urlano oppure ci rispondono con un tono che percepiamo come provocatorio. In pochi secondi il corpo si irrigidisce, la voce si alza, le parole escono più dure di quanto avremmo voluto. Solo dopo arriva il pensiero “perché ho reagito così?”, spesso accompagnato da una fitta di senso di colpa.
Quella reazione non è solo stanchezza, ma un meccanismo radicato che ho sperimentato più volte personalmente e che ho ascoltato raccontare da molti altri genitori. Ognuno di noi ha i propri trigger — per qualcuno è il mancato ascolto, per altri il disordine, per altri ancora il pianto insistente — ma la dinamica è la stessa: qualcosa nel presente attiva una memoria emotiva molto più antica. A volte non stiamo rispondendo ai nostri figli, stiamo rispondendo a una parte della nostra storia.
Diventare genitori è anche un ritorno
Diventare genitori è un inizio, certo. Ma è anche un ritorno — più o meno consapevole — a quando eravamo bambini. A ciò che abbiamo ricevuto e a ciò che è mancato. Alle strategie che abbiamo sviluppato per sentirci al sicuro, accettati, amati. La relazione con un figlio, proprio perché così intensa, diventa uno specchio. Non riflette solo il presente: può riportare alla superficie bisogni rimasti in sospeso, emozioni che non avevano trovato spazio, fragilità che avevamo imparato a controllare. È in questo spazio che prende forma il reparenting.

Che cos’è il reparenting
Il termine reparenting viene fatto risalire all’Analisi Transazionale di Eric Berne negli anni Sessanta ed è stato poi ripreso e sviluppato in approcci diversi. Tra questi, la Schema Therapy di Jeffrey Young parla di limited reparenting, un’esperienza relazionale correttiva che aiuta a riparare bisogni emotivi di base rimasti insoddisfatti. Oggi il concetto indica qualcosa di più ampio: la possibilità, da adulti, di offrirci ciò che non abbiamo ricevuto a sufficienza – ascolto, contenimento, validazione, limiti sani.
Significa imparare a stare con le proprie emozioni senza riversarle sui figli. Significa assumersi la responsabilità del proprio mondo interno. Non si tratta di colpevolizzare chi ci ha cresciuti. Partendo dal presupposto che molti hanno fatto il meglio possibile con gli strumenti che avevano, riconoscere che alcune crepe influenzano ancora le nostre reazioni non è un’accusa: è il primo passo per non trasformarle automaticamente in eredità.
Il tombino: smontare gli automatismi
Ricordo che, nel corso di una conferenza, la psicologa e psicoterapeuta Silvia Spinelli utilizzò una metafora per descrivere quanto sia difficile cambiare i nostri comportamenti come genitori. Provo a fare un esempio per spiegare meglio il concetto: immaginiamo di camminare lungo una strada dove c’è un tombino aperto. La prima volta non lo vediamo e ci cadiamo. La seconda lo notiamo all’ultimo momento, ma finiamo comunque dentro.
La terza volta sappiamo che è lì eppure ci ricadiamo ancora. Tuttavia, a forza di passare da quella strada, impariamo con la pratica a riconoscerlo e a evitarlo. Gli automatismi funzionano così: non basta intuirli una volta per trasformarli. Il cambiamento non è lineare, ma è fatto di tentativi, cadute, riparazioni. La differenza sta nel vedere un po’ prima dove stiamo per mettere il piede.

Una generazione che prova a fare diversamente
I genitori di oggi sono spesso – e troppo facilmente – oggetto di critiche e parent shaming: troppo attenti, troppo emotivi, confusi, indulgenti. Al contrario, c’è un merito che raramente viene riconosciuto loro: il desiderio di interrogarsi e mettersi in gioco. Il fatto è che c’è una generazione che sta provando a non dare per scontati i modelli ricevuti, a guardare le proprie crepe per tentare di non trasmetterle automaticamente. Crescere figli mentre si prova a guarire parti di sé è un lavoro doppio, spesso invisibile, e quel che spesso viene interpretata come debolezza è in realtà desiderio e volontà di evolvere.
Non è un caso che il reparenting stia emergendo con forza anche nel dibattito educativo. Solo pochi giorni fa la comunità di La Tela, fondata da Carlotta Cerri e punto di riferimento per l’educazione a lungo termine, ha pubblicato un approfondimento ricco di riferimenti che intreccia pedagogia, teoria dell’attaccamento e psicologia del trauma. È un segnale interessante che racconta come linguaggi diversi convergano su una stessa intuizione: il vero cambiamento comincia dall’adulto.
Crescere insieme
Non possiamo chiedere ai bambini una regolazione emotiva che non abbiamo coltivato in noi. Il reparenting, in questo senso, non è un traguardo, ma una pratica quotidiana. Ogni automatismo riconosciuto, ogni pausa prima di reagire, ogni scusa chiesta dopo un errore rappresenta una scelta che interrompe la trasmissione di un’invisibile, spesso indesiderata, eredità. Ed è in questa scelta – silenziosa, faticosa, imperfetta – che ci assumiamo la responsabilità di non lasciare al passato l’ultima parola sulle nostre reazioni, diventando per i nostri figli una presenza più stabile e consapevole.









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