Ue-Mercosur: l’Europarlamento blocca l’accordo, cosa succede adesso?
Dopo la firma del 17 gennaio in Paraguay, il Parlamento europeo ha chiesto un parere alla Corte di giustizia sull’accordo Ue-Mercosur. La ratifica slitta, si discute di applicazione provvisoria.
Sabato 17 gennaio 2026 l’Unione europea e i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) hanno firmato ad Asunción un accordo commerciale atteso da oltre 25 anni. Ma quattro giorni dopo, il 21 gennaio, il Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, la richiesta di inviare il testo alla Corte di giustizia dell’Ue per un parere di compatibilità con i Trattati, congelando di fatto l’accordo.
L’Eurocamera chiede ai giudici di valutare la base giuridica del pacchetto. L’accordo Ue-Mercosur infatti è diviso a sua volta in due sotto-accordi. C’è un accordo di partenariato (EMPA), ovvero il pacchetto più ampio, che include cooperazione politica, dialogo. E un accordo più strettamente commerciale, l’interim trade agreement (iTA).
Il motivo per cui la Commissione ha suddiviso l’accordo in questi due blocchi è legato alle diverse procedure previste dall’architettura europea. Mentre l’EMPA per entrare in vigore deve essere approvato dagli Stati membri, visto che include materie che non sono tutte di competenza esclusiva dell’Ue, l’iTA – così almeno sostiene la Commissione – può entrare in vigore subito, dato che il commercio estero rientrerebbe in larga misura nella competenza esclusiva dell’Ue.
L’Europarlamento però non è convinto che questa suddivisione sia corretta e quindi chiede un parere alla Corte di Giustizia. Nel frattempo continuerà l’esame dei testi, ma potrà votare il consenso solo dopo l’opinione della Corte.
Dietro al voto del Parlamento, tuttavia, si muovono dubbi e perplessità che vanno oltre gli aspetti procedurali. Innanzitutto c’è il cosiddetto meccanismo di riequilibrio: secondo i promotori del rinvio, alcune clausole permetterebbero ai Paesi del Mercosur di chiedere compensazioni o contromisure se nuove politiche europee riducono i benefici commerciali attesi. La critica è che questo potrebbe comprimere l’autonomia normativa dell’UE, scoraggiando o rendendo più costose nuove regole su ambiente e salute pubblica.
Accanto ai profili legali, poi, ci sono dubbi e resistenze politiche. La spinta più visibile viene dal timore di un impatto su redditi agricoli e alla concorrenza da importazioni percepite come meno vincolate dagli standard europei. La mobilitazione degli agricoltori a Strasburgo e la posizione di Paesi come la Francia, che chiede protezioni più forti, hanno dato forza a un fronte trasversale che ha superato gli schieramenti tradizionali.
Infine c’è la dimensione ambientale e di “coerenza”, per cui una parte dei deputati (e di organizzazioni civiche) sostiene che un grande accordo commerciale dovrebbe avere garanzie verificabili su filiere, deforestazione e controlli, e che strumenti come il riequilibrio potrebbero indebolire proprio quella capacità dell’UE di alzare l’asticella.
Cosa può succedere ora, in concreto? La procedura di parere prevista dall’ordinamento Ue serve a evitare che un accordo entri in vigore e venga poi contestato: se l’opinione della Corte fosse negativa, l’accordo non potrebbe entrare in vigore a meno di modifiche al testo o, in teoria, dei Trattati. I tempi sono incerti: diverse ricostruzioni parlano di un possibile slittamento da mesi fino a due anni.
Nel frattempo il dibattito politico si sposta sull’ipotesi di una applicazione provvisoria. Le regole Ue consentono infatti al Consiglio, su proposta del negoziatore, di autorizzare anche una provisional application prima dell’entrata in vigore. I gruppi favorevoli al patto spingono per usare questa strada almeno sulla parte commerciale, mentre opposizioni e sindacati agricoli la considerano una forzatura che aprirebbe un conflitto istituzionale.





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