Askatasuna: la testimonianza di un giornalista fra libertà di stampa e repressione
In un comunicato appena pubblicato, un inviato di Chronocol Media racconta la sua esperienza alla manifestazione – mai raggiunta in realtà – per Askatasuna.
Sabato 31 gennaio si è svolta a Torino una manifestazione in sostegno dello storico spazio occupato Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Per le vie del capoluogo piemontese hanno sfilato migliaia di persone, l’attenzione dei media è stata catturata dagli episodi di violenza che hanno fornito a loro volta un assist perfetto al Governo per sostenere l’importanza e l’urgenza di approvare e applicare le misure previste dal pacchetto sicurezza. Vi invitiamo ad ascoltare la puntata di Io non mi rassegno interamente dedicata all’analisi dell’avvenimento.
Ma è successo anche altro quel sabato. Fra le varie testimonianze, riportiamo quella di un collega che fa parte del collettivo giornalistico Chronocol Media e che ha provato a partecipare alla manifestazione per raccontare – il suo lavoro è proprio questo – gli avvenimenti. “La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna”. Si apre così il comunicato rilasciato stamattina dallo staff di Chronocol Media.
“L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti.
Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti sul posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo.
Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano.
Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo.
Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio.
Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali.
Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo.
Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione.
Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare“.
Va specificato che Chronocol Media è un progetto indipendente, che nasce dal basso, che si può considerare un esempio di mediattivismo. Le persone che ne fanno parte – come viene sottolineato nel comunicato – non hanno lo status di giornalisti pubblicisti o professionisti e questo è dovuto a una scelta, spesso obbligata, che dipende dalle condizioni economiche e lavorative che caratterizzano il percorso di conseguimento del tesserino. Dunque “non abbiamo dunque beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate come persone comuni, tutte incensurate”.
È questo uno spunto interessante per riflettere non solo sul livello di tensione sempre più elevato che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico in Italia, ma anche sul tema della libertà di stampa. Secondo la classifica stilata da Reporter Senza Frontiere, il nostro paese è al 49° posto al mondo per libertà di stampa. Un risultato estremamente preoccupante, in peggioramento rispetto allo scorso anno, e anche il tema dell’inaccessibilità allo status di giornalista sollevato da Chronocol Media si inserisce in questo dibattito.





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