Un bracciante si toglie la vita: è una vittima di caporalato e crisi climatica
Alagie Singath, bracciante vittima del caporalato, si è impiccato nella baraccopoli dove viva, da giorni invasa da acqua e fango a causa degli eventi climatici estremi che hanno colpito la Puglia.
Alagie Singath era un bracciante e migrante gambiano che viveva con molte altre persone nella baraccopoli di Torretta Antonacci, in provincia di Foggia. 29 anni ancora da compiere, era in Italia dal 2020 e da allora ha sempre lavorato nei campi gestiti dal caporalato pugliese, sfruttato e senza alcuna tutela. «Torretta Antonacci – denuncia Antonio Ligorio di FLAI Puglia – è oggi il simbolo di una doppia fragilità: quella di un territorio non curato e quella di un’umanità calpestata».
«Non accetteremo più il silenzio o la retorica della fatalità. È necessario un impegno chiaro per dire, una volta per tutte: mai più ghetti. Non è più accettabile parlare di fatalità quando da anni denunciamo condizioni di vita disumane nei ghetti agricoli, senza che ci sia stata una reale volontà di intervenire. Quelle denunce sono rimaste inascoltate», ribadisce ancora il sindacalista.
Il quadro entro cui si è consumata la tragedia del bracciante è quella di un territorio colpito sempre più in profondità dagli eventi estremi, una delle massime espressioni della crisi climatica. In particolare in questi giorni la parte sudorientale del Paese è in ginocchio a causa delle forti piogge, che hanno causato notevoli danni, soprattutto a infrastrutture – come il ponte dell’Adriatica che collega Abruzzo e Molise – non adatte a un clima che cambia e alle sue conseguenze.
Torretta Antonacci, insediamento precario costituito da baracche in lamiere e cartone, è stato investito da un’alluvione mettendo in pericolo le centinaia di persone che ci vivono. Come denuncia Avvenire, questo insediamento è stato escluso dai fondi del PNRR destinati al risanamento dei ghetti. Sempre a Torretta, un altro bracciante è morto di freddo un mese fa mentre dormiva in macchina.
Si stima che in Italia siano 400.000 le persone vittime del caporalato, di cui l’80% straniere. Quello del caporalato è un mondo sommerso che piano piano sta venendo a galla, grazie alle associazioni che da anni lavorano per contrastare l’illegalità, ai progetti virtuosi che propongono della alternative e ai lavoratori e alle lavoratrici che stanno cominciando a trovare la forza per ribellarsi. Lo testimoniano i numeri del VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato: nel 2024 circa il 29% dei lavoratori e delle lavoratrici sfruttati ha trovato il coraggio di denunciare.
A proposito di alternative invece, sono molte quelle che abbiamo raccontato sulle pagine di Italia Che Cambia, come ad esempio SOS Rosarno – che nella campagna calabrese ha lanciato una filiera biologico per mettere fine allo sfruttamento dei braccianti e alimentare l’economia locale – oppure la strart-up innovativa piemontese Humus Job, una rete di aziende etiche accomunate dalla cultura per il lavoro sostenibile e per i diritti umani.





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